La laicità è una realtà polimorfa dalle mille sfaccettature e dai mille significati. L’accezione più ricorrente, in particolare in Italia, è quella che la oppone al clericalismo, inteso sia come atteggiamento di fondo di un numero consistente di credenti i quali tendono a imporre una visione confessionale della vita anche alla società civile, sia più in generale come esercizio del potere della Chiesa-istituzione nei confronti della società con la occupazione di spazi e la richiesta di particolari privilegi. “Laico” è dunque opposto a “religioso” in una logica conflittuale, che affonda le proprie radici in eventi del passato non ancora del tutto decantati.

Non è questa l’accezione di laicità (e di laico) che Vittorio V. Alberti, filosofo e saggista, propone in questo importante e originale volume. Egli estende infatti i confini ben oltre, facendo coincidere la laicità con una forma di libero pensiero, che può essere trasversalmente presente (o assente) tanto nel mondo dei credenti quanto in quello dei non credenti. La linea di demarcazione non è dunque la fede; è più radicalmente identificabile con l’uso onesto della ragione guidata dalla ricerca della verità, al di fuori di pregiudizi viscerali e con il coinvolgimento pieno dell’umano, non esclusa la sfera sentimentale e la dimensione estetica, nonché quella del “sacro”; dimensioni che rivestono un ruolo fondamentale nell’ambito della conoscenza. 

L’esigenza di un pensiero nuovo sulla laicità non può anzitutto prescindere da un’accurata analisi fenomenologica, che ne delinei i connotati più significativi. Alberti dedica ampio spazio, lungo tutto il corso della riflessione, a dare risposta a questa istanza, descrivendo la figura del laico e mettendo in evidenza una pluralità di elementi, che corrispondono ad altrettanti aspetti della sua identità. La laicità è qui proposta come un atteggiamento della persona caratterizzato da un robusto senso critico e da una costante ricerca della verità senza mai la presunzione di comprenderla totalmente e tanto meno di possederla, perciò con la disponibilità a lasciarsi continuamente interrogare dalla realtà e con l’apertura a un scambio dialogico (anche conflittuale) con tutti.  

Il laico è dunque una persona inquieta, coraggiosa, che osserva la realtà così com’è senza falsificarla, che non scambia l’interesse di parte per la verità, che resiste alle pressioni del potere, che prende sul serio le idee degli altri, anche quando risultano lontane dalle proprie, e che sa tenere insieme spezzoni diversi di verità. Si oppongono allora direttamente alla laicità una serie di comportamenti, che vanno dal settarismo alla faziosità, dal conformismo (compreso quello dell’anticonformismo) alla ipocrisia; dalla ignoranza e dalla superficialità all’opportunismo; dall’ideologismo al dogmatismo fino al clericalismo.

Alla luce di questo concetto di laicità e di laico, Alberti analizza gli ambiti più importanti della vita associata del nostro Paese, che – come recita lo stesso titolo del libro – “non è un Paese per laici”, perché organizzato in oligarchie e gruppi clientelari, ma soprattutto perché soggetto a una crisi epocale, nella quale a prevalere sono la corruzione e la mediocrità culturale, il marketingdella comunicazione, il settarismo ideologico, il populismo demagogico e la retorica del nazionalismo e del sovranismo. 

A conferma di questa situazione, che affonda le radici nel passato ma che ha raggiunto oggi livelli sempre più allarmanti, Alberti propone come emblematico il “caso Calabresi”, fermando in particolare l’attenzione sulla famosa “lettera aperta” sottoscritta da un numero rilevante di intellettuali, tra i quali alcune personalità di primo piano della cultura italiana. In essa non ci si limitava a criticare la sentenza che dichiarava l’estraneità del commissario Calabresi alla morte di Pinelli, ma si chiedeva l’allontanamento dai loro uffici di commissari, magistrati e giudici, ai quali i firmatari ricusavano di “riconoscere qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato e dei cittadini” (p. 28). 

Alberti stigmatizza con forza questa presa di posizione come atto vergognoso di cinico opportunismo politico, funzionale a un interesse di parte che rivela, anche attraverso l’uso di un linguaggio accusatorio e intimidatorio, il prevalere dell’ideologia sui fatti, e che costituisce un modello esemplare di negazione della laicità, mettendo chiaramente in luce la situazione di settarismo fazioso da cui l’Italia è stata, in quegli anni, oppressa. Ma l’attenzione dell’autore si sposta poi al momento attuale, con la sottolineatura della persistenza di fenomeni che lasciano tuttora poco spazio alla laicità, e con la denuncia della crisi allarmante della politica dovuta all’incapacità tanto delle forze ex-comuniste quanto di quelle post-democristiane di mettere in atto, dopo la caduta del muro di Berlino, un bilancio critico di carattere storico e culturale del passato e di aprirsi in modo efficace al futuro.

Da un lato – rileva Alberti –, è mancato alla sinistra il coraggio di una laica revisione ideologica, ci si è accontentati di richiamare vecchi simboli frustri o di fare dell’antiberlusconismo la propria bandiera, con la conseguenza di andare alla dipendenza dall’egemonia culturale del neoliberismo; dall’altro, non vi è stata da parte dei cattolici democratici, rimasti schiacciati tra posizioni laiche radicali e posizioni confessionali altrettanto radicali, la forza di dare vita a una nuova sintesi culturale, agganciata ai principi della tradizione rielaborati in un sistema destinato a tradursi in un progetto di società. 

La crisi che entrambe queste forze attraversano è dunque una crisi di identità democratica; in definitiva di laicità. L’assenza di uno slancio ideale e di una prospettiva culturale concreta, che costituisce la base di una politica costruttiva, ha finito per fare esclusivamente spazio a una conduzione pragmatica, che si è risolta (e si risolve) in mero tatticismo. È questa una delle ragioni dell’affermarsi in alternativa di una visione qualunquista – quella del populismo – che ha un seguito sempre maggiore e che, bandendo ogni distinzione tra destra e sinistra, fa appello al popolo (in realtà concepito come massa), proponendo un modello di democrazia diretta, che è l’inizio della fine della democrazia.          

Ma non è soltanto la politica ad essere causa e vittima dell’assenza di un pensiero laico. Coinvolti in termini consistenti sono anche il sistema della comunicazione, il ceto intellettuale e i corpi intermedi.  Alberti assegna uno spazio rilevante all’analisi dei processi che si verificano in questi ambiti e che hanno il potere di condizionare pesantemente le scelte della collettività. A proposito della comunicazione egli non esita a rilevare la presenza di una forma di corruzione culturale provocata da mezzi che atrofizzano parole e pensieri, dando luogo a quella che Pasolini definiva “omologazione oppressiva”. L’impoverimento del linguaggio, che si manifesta con assoluta trasparenza nella politica, dove il discorso è spesso sciatto e non ancorato a un pensiero, è largamente presente anche nella società dove si procede per slogan e frasi fatte, non cercando la verità ma l’effetto immediato, non rivolgendosi “al ragionamento delle persone ma alle loro pulsioni” (p. 67). 

Il mondo intellettuale, a sua volta – la critica è rivolta in particolare agli intellettuali di sinistra – ha dimenticato la propria funzione di esercizio dello spirito critico, assumendo spesso posizioni di dissenso – l’opposizione su tutto non è laicità, ma faziosità – o proponendo un antifascismo di maniera, anacronistico e improduttivo. La laicità implica di tornare alla radice delle cose per capirle e per esercitare con umiltà e sobrietà il proprio giudizio, senza inutili prevaricazioni; comporta il ricorso costante alla ragione, alla quale va assegnato il primato, tanto nella politica che nella società, non dimenticando tuttavia che essa non vive da sola – la fede in quanto atto di fiducia nella competenza degli esperti è di per sé una realtà connaturata  all’esperienza umana –, ma ha bisogno dell’ausilio di altre vie di conoscenza peraltro già ricordate, quali il sentimento, l’estetica e il sacro. 

Nell’ultima parte del volume Alberti affronta il tema della religione e del ruolo della Chiesa. L’esigenza per la laicità di includere il sacro per comprendere la realtà rende evidente l’importanza della religione per la ricerca della verità. La questione di fondo è qui il rapporto tra fede e ragione e tra credente e non credente. La considerazione che l’identità di ciascuno viene dal confronto con l’altro da sé induce a ritenere che come la ragione anche la fede non può diventare la sola garanzia per conoscere tutta la verità. Si incorrerebbe altrimenti nell’integralismo e nel dogmatismo; in una parola, nel clericalismo, la cui essenza è la presunzione del possesso assoluto della verità. 

Non si può (e non si deve) trascurare – è questo un dato costitutivo della fede – che Dio è infinito, e che nessuna nostra facoltà può contenerlo totalmente. Come non si può (e non si deve) dimenticare che il vangelo non è un contenitore di verità chiare; è un messaggio pieno di simboli e di chiaroscuri, di ambivalenze e persino di contraddizioni. Per questo credere e non credere possono convivere nella stessa persona. In quanto relazione tra piste diverse, che impone di conseguenza strade diverse ma non separate per rispettarla, la laicità rigorosa e liberante include la ragione e il sacro, il religioso e il non religioso, con l’abbandono di pregiudizi da ambo le parti nella consapevolezza che noi organizziamo il mondo con la ragione, ma che la nostra creatività appartiene al sacro. Con analoghi criteri va affrontato anche il discorso sulla Chiesa. L’autorità della Chiesa non è assoluta. Clericalismo è perdere di vista questa verità; è mettere in disparte Gesù Cristo per concentrarsi sull’istituzione ecclesiale; è mancanza di fede autentica; è rinnegare il cristianesimo come ricerca del divino, perciò come libero pensiero e come permanente dinamismo. La Chiesa che fa propria la logica clericale diviene un’istituzione che si preoccupa della propria autoconservazione chiudendosi in se stessa anziché porsi al servizio del vangelo. È quanto purtroppo si verifica in un certo regime curiale – quello del Vaticano in primis – dove ad avere il sopravvento è una forma di burocrazia autoreferenziale inefficiente e indifferente. Alberti non intende con questo criticare, in termini moralistici o manichei, l’importanza del potere che non solo non è in sé negativo, ma è necessario per governare un’istituzione; intende unicamente ricordare a chi lo esercita l’esigenza di mantenere costantemente viva la coscienza del limite, per evitare di lasciarsi sopraffare da quella volontà di potenza che lo trasforma in dominio e prevaricazione. “Quindi – conclude Alberti – il problema della nostra rinnovata laicità sarà abbandonare i nostri idoli, ma senza dissacrare ciò in cui crediamo, che amiamo e che giudichiamo di valore” (p. 31). 

Una conclusione quest’ultima che sintetizza l’intero messaggio del libro, il quale offre una serie di stimolanti piste di riflessione non solo sul terreno teorico, dove si fa sentire il rigore concettuale del filosofo, ma anche su quello dell’analisi storica e delle proposte operative. Un libro dunque, quello di Vittorio V. Alberti, che merita di essere fatto oggetto di riflessione non solo da parte degli addetti ai lavori – politici, intellettuali e comunicatori –, ma anche da tutti quei comuni cittadini che intendono prendere consapevolezza dell’attuale situazione di disagio e individuare le vie da percorrere per cercare soluzioni efficaci per superarla. 

Vittorio V. Alberti, Non è un paese per laici. Onestà intellettuale e politica per l’Italia in crisi, Bollati Boringhieri, Torino 2020, pp. 144.

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