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La repentina evoluzione delle tecnologie e delle dinamiche di mercato ha determinato la trasformazione dei modelli di lavoro e ha creato nuove classi sociali all’interno delle quali sono ora in atto flussi di trasmigrazione e riposizionamento sia professionali che generazionali.

Se analizziamo l’attuale struttura del mondo del lavoro, possiamo rilevare una stratificazione di categorie fino a pochi anni fa inesistente. La classe operaia classica, quella di matrice fordista del secolo scorso, sta progressivamente diminuendo perché il mercato la richiede sempre meno, per effetto della riduzione dei volumi di produzione e della crescente robotizzazione dei processi. Man mano che gli operai anziani vanno in pensione non vengono sostituiti, mentre i più giovani già occupati restano a garantire la continuità soprattutto nelle piccole-medie aziende che lavorano ancora con macchinari parzialmente manuali e che quindi hanno bisogno della figura dell’operatore addetto al loro funzionamento e alla manutenzione. Chi può tenta di fare il salto di qualità verso le forme di specializzazione delle quali parleremo più avanti. I nuovi innesti di forza lavoro in questo segmento sono invece ridotti al minimo e sono riservati a manovalanza di bassa scolarità, in buona parte di provenienza straniera.

Questa classe operaia tradizionale, destinata a mansioni ripetitive con la sola responsabilità della quantità (efficienza) e della qualità (rispetto delle specifiche tecniche) di produzione, è assimilabile a un altro segmento non industriale del mercato del lavoro costituito dalla grande distribuzione, il personale dei supermercati per intenderci, e da servizi affini come quello dei call-center.

Chi lavora in questi ambienti sicuramente patisce lo stress del ritmo frenetico, della fatica fisica, della turnazione, del controllo, del risultato, dello stipendio basso, ma se non è in grado di acquisire competenze adeguate difficilmente può sperare in una mobilità verso altri ruoli che gli consenta di migliorare il proprio status sia lavorativo che di vita personale. Piuttosto corre il rischio contrario: se il datore di lavoro dovesse ridurre il personale (cosa che succede quotidianamente), si troverebbe esposto a un destino di disoccupazione permanente e di sostentamento basato solo sull’accesso agli ammortizzatori sociali disponibili.

Ma a stare peggio della classe operaia c’è una nuova categoria di lavoratori che comprende i settori della logistica (rider, facchini etc…), dell’assistenza alla persona (badanti), dell’artigianato (muratori, imbianchini, idraulici etc…) e dell’agricoltura (stagionali). Se la classe operaria almeno può contare su forme contrattuali relativamente stabili come l’assunzione diretta o tramite agenzia interinale, questo nuovo proletariato è soggetto a forme di precarietà e sfruttamento costante (caporalato, cooperativismo, lavoro in nero). Anche in questo caso, purtroppo, bassa scolarità, condizioni disagiate e provenienza dall’estero spesso impediscono un miglioramento della posizione lavorativa. A bilanciare lo scenario negativo, c’è invece una tendenza positiva che riguarda i lavori ad alta specializzazione: quelli che una volta chiamavamo genericamente impiegati, oggi si stanno evolvendo verso mansioni di elevato contenuto tecnologico.

Oltre ai settori classici dell’informatica, delle telecomunicazioni, dell’areo-spazio etc., anche una parte dell’industria fordista (automobili, elettrodomestici etc.) e del suo indotto ha imboccato la strada dell’innovazione e ha favorito la nascita di nuove professionalità a cui è possibile accedere sia da percorsi accademici (giovani alla prima occupazione) che da percorsi di riqualificazione (lavoratori con esperienza). E dove prevale la tecnologia, il lavoro assume anche forme diverse da quelle precedenti: flessibilità degli orari e del luogo di lavoro, autonomia basata sulla responsabilizzazione, miglior bilanciamento tra professione e vita personale. Se le generazioni più datate, quella dei “Boomers” e quella dei “GenX”, sono storicamente molto ancorate alla staticità dei modelli di lavoro tradizionali e alle relative classi sociali, le generazioni più recenti, i “Millennials” e i “GenZ” non riescono neanche a concepire che questi modelli continuino ancora ad esistere e sono proiettati verso uno scenario che però stenta ancora ad affermarsi. Sono loro i veri protagonisti della grande fuga dalla “schiavitù” del lavoro.

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