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Mentre per chi lavora diventa sempre più determinante un corretto bilanciamento tra sfera professionale e vita privata, le aziende che hanno capito l’importanza di investire sulle risorse umane si riorganizzano per offrire ai propri collaboratori un trattamento consono alle loro aspettative.

Il cambiamento del rapporto tra lavoratori e aziende va analizzato dai diversi punti di vista dei due soggetti in causa. Chi lavora, sostanzialmente si pone un duplice obiettivo. Da un lato, poter svolgere una professione qualificata e gratificante piuttosto che doversi accontentare di una qualsiasi attività scadente; dall’altro, poter svolgere una professione conciliabile con una vita personale appagante piuttosto che essere oppresso da un sistema che assorbe tutto il tempo e le energie disponibili.

Per poter centrare entrambi gli obiettivi si devono verificare due condizioni. Innanzitutto, il cambiamento deve prendere il posto della resilienza: per molti anni la resilienza è stata spacciata come la dote necessaria per adattarsi ad ogni situazione critica e per superare ogni difficoltà. Una strategia che ha fallito miseramente perché basata sull’ipotetica possibilità di ripristino delle condizioni di partenza che invece nella realtà sono sempre inesorabilmente destinate a cambiare. Quindi, per dominare situazioni che cambiano, bisogna a propria volta essere propensi al cambiamento, non alla resistenza passiva.

In secondo luogo, si lavora più volentieri se si seguono le proprie ispirazioni ed attitudini: sono cose diverse ed è importante non confonderle. L’ispirazione è ciò che istintivamente ci piace, è quell’attrazione quasi irrazionale verso un mestiere che è sopita dentro ciascuno di noi e che in un determinato contesto emerge prepotentemente facendoci dire: «ecco, questo è ciò che voglio fare nella vita!». È la vocazione del sacerdote che vuole mettersi al servizio del prossimo, del medico che vuole combattere la malattia, dell’astronauta che vuole esplorare lo spazio ignoto. L’attitudine invece è la predisposizione che ciascuno possiede a fare delle cose piuttosto che altre, un talento che va scoperto e coltivato per poterlo portare a livelli professionali. Aver talento per la cucina non significa automaticamente poter diventare un grande chef. Il talento si allena e si perfeziona con lo studio e con la passione. Il vero scopo della scuola, prima ancora che del lavoro, dovrebbe essere proprio quello di far incontrare e di sviluppare armonicamente le ispirazioni e i talenti individuali per mettere le persone nelle condizioni di esprimersi al meglio ed esserne gratificate.

Purtroppo, ciò succede ancora troppo raramente, ma molte aziende hanno cominciato a comprendere queste dinamiche e ci stanno lavorando sopra. Hanno capito che il lavoratore più felice garantisce migliori prestazioni e maggiore affidabilità. Ma cosa deve fare l’azienda perché il lavoratore sia felice? Deve ascoltare e soddisfare le sue necessità; deve adottare un modello di governance e di management improntato alla sostenibilità e all’agilità; deve cambiare drasticamente i vecchi criteri di gestione delle risorse umane, ormai obsoleti e inadeguati ai tempi. Infatti, dal momento dell’assunzione in avanti, lo sviluppo del lavoratore oggi si dovrebbe basare su alcuni aspetti fondamentali. L’attrattività dell’offerta aziendale anche in termini di “work-life-balance”; la chiarezza sul ruolo proposto rispetto al contesto di mercato e all’organizzazione aziendale; l’accoglienza nelle fasi di inserimento e avviamento in azienda; l’adeguatezza del trattamento economico e i meccanismi di riconoscimento del merito; la possibilità di acquisire conoscenze e competenze che generano valore e favoriscono adeguati percorsi di carriera. Il risultato sarà un grande coinvolgimento e un’elevata fidelizzazione dei lavoratori. E pensare che tutto ciò lo aveva già teorizzato e applicato Adriano Olivetti intorno alla metà del secolo scorso! Lui allora forse troppo avanti per i tempi, noi adesso sicuramente in ritardo e reduci da un lungo periodo di decadenza in cui gli aspetti economici e tecnologici hanno prevalso su quelli umani e sociali. È giunta quindi l’ora di ridare la giusta priorità alle cose, perché le aziende diventano eccellenti solo se sanno rendere le persone straordinarie.

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