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Esiste davvero il fenomeno delle “grandi dimissioni” (great resignation) di cui si parla tanto negli ultimi tempi o si tratta piuttosto della naturale evoluzione che il mercato del lavoro sta attraversando per effetto delle sollecitazioni sociali ed economiche alle quali è strettamente collegato?

Ripensando a come funzionava il mondo del lavoro soltanto trent’anni fa, risulta evidente l’avvenuta trasformazione tanto rapida quanto dirompente di quelle abitudini, di quei valori e di quelle regole che, dal dopoguerra fino alla fine dello scorso millennio, hanno segnato l’epoca dello sviluppo economico.

In quel periodo il lavoro era prevalentemente fisso; si veniva assunti con una sola possibilità di contratto per ogni categoria e, salvo scelte personali o eventi imprevedibili particolarmente rari, si correva il rischio di trascorrere tutta la propria vita professionale nella stessa azienda. Anche il luogo e l’orario di lavoro erano fissi, i colleghi sempre gli stessi e il traguardo della pensione era fermo e si poteva intravedere distintamente al termine del percorso. Lo stress c’era già allora ma era sopportabile, ben inferiore ai livelli odierni, determinati da una instabilità e un’incertezza molto più elevate che in passato.

Lo scenario attuale del lavoro presenta invece connotazioni diametralmente opposte. Non esistono più punti di riferimento consolidati né diritti irrevocabili: precarietà e incertezza sono le condizioni con cui bisogna necessariamente abituarsi a convivere. Il posto fisso, nelle aziende, non esiste più (o quasi), il luogo e l’orario fisso nemmeno; tutele contrattuali e pensione sono sempre più un miraggio. La discriminazione è una prassi che colpisce molteplici soggetti: le donne che fanno figli, chi è disabile o malato, chi è troppo giovane o troppo anziano, chi non ha la possibilità di laurearsi in atenei prestigiosi o di frequentare un master all’estero, chi ha i capelli lunghi o la barba incolta e preferisce i jeans alla giacca e cravatta, chi ha l’accento meridionale etc. Alcune categorie vengono sistematicamente tagliate fuori dal mercato del lavoro o, nella migliore delle ipotesi, vengono costrette a subire lo sfruttamento e la violenza psicologica di chi specula su questa situazione.

Di fronte a un simile scenario, già latente ma decisamente amplificato dagli effetti della recente pandemia, non ci si può stupire se si verifica, come sta succedendo, una riconsiderazione critica di valori, di aspettative, di obiettivi e di percorsi che porta le persone ad adottare scelte dettate fondamentalmente dal principio del “si vive una sola volta” (YOLO – You Only Live Once), quindi meglio trovare un giusto equilibrio tra vita privata e lavoro. Se in passato si viveva per lavorare, per gratificare le proprie ambizioni, per pianificare accuratamente la propria carriera fino al raggiungimento del successo e del relativo status sociale ed economico, sacrificando volentieri il proprio tempo in cambio del prestigio e dell’agiatezza, oggi si preferisce prestare più attenzione a come la gratificazione professionale si concilia con la propria salute psico-fisica, con uno stile di vita sostenibile, con la felicità. E questa volta si può sacrificare l’ambizione, il potere ed il denaro pur di perseguire l’aspirazione a un’esistenza che lascia spazio agli affetti, alle passioni e ai desideri, alla qualità dei rapporti umani.

Se in passato la certezza della pensione veniva interpretata come possibilità di rimandare la propria vita privata a dopo, quando il lavoro fosse finalmente finito, oggi prevale l’urgenza di vivere al meglio il momento perché non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Non possiamo più tollerare di farci opprimere da un lavoro stressante e non gratificante, da un capo, magari dispotico o incompetente, da una grande quantità di tempo sprecata in spostamenti e altre attività inutili, da un immobilismo intellettuale che ci rende ogni giorno più obsoleti mentre il mondo intorno a noi muta rapidamente. Le persone stanno cambiando, ora deve cambiare anche il modo di lavorare.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

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