Come mantenere l’ordine nella politica mondiale è il problema che si pone Hedley Bull, politologo australiano, nella sua indagine effettuata durante gli anni Settanta e riproponibile nell’era globalizzata. Non un’apologia del sistema degli Stati, bensì un’analisi comprensiva, lungimirante e precisa delle dinamiche internazionali. Manifesto della Scuola Inglese di Relazioni Internazionali, “La società anarchica” è ormai un testo classico.
Pubblicata nel 1977 in piena Guerra fredda, a distanza di oltre trent’anni e all’interno di una realtà internazionale evidentemente mutata, l’opera di Bull resiste al tempo e si propone come caposaldo letterario per lo studio delle relazioni internazionali, giovane disciplina ancora in cerca di una propria definitiva identità. Considerazioni in periodo bipolare che, riflettendosi nell’attualità equivocamente unipolare, non minano la perdurante efficacia del lavoro, tutt’altro: l’analisi si rivela del tutto idonea per comprendere le dinamiche odierne del sistema globalizzato, dove la centralità dello Stato viene erosa pressoché quotidianamente dall’assurgere di nuovi attori e contingenze.
Accogliendo l’indispensabilità di regole, principi, norme e procedure codificate e condivise all’interno di rapporti interstatali stabili, Bull aderisce principalmente alla corrente di pensiero che il suo maestro Wight chiama “tradizione groziana”. A ciò si accompagna l’adozione di assunti peculiari – ma, evidentemente, non esclusivi – della “tradizione hobbesiana-realista” come l’anarchia internazionale statocentrica e l’antropologia pessimista. Altresì, se ipoteticamente si verificassero in futuro improbabili occorrenze antropologiche, l’autore sarebbe propenso ad ammettere posizioni della “tradizione cosmopolita-idealista” ispirata dall’Illuminismo kantiano, in particolare la possibilità di eliminare la guerra grazie all’istituzione di un governo mondiale. In breve, la trasversalità teorica di Bull trova ivi il suo più sublime compimento.
L’ineluttabile conflittualità tra Stati, generata primariamente dalla naturale irruenza umana, può essere arginata – seppur non eliminata – istituendo un ordine internazionale a tutela della sovranità, della sicurezza e degli accordi contratti; i principi rinvianti alle locuzioni latine superiorem non recognoscens e pacta sunt servanda trovano qui un’esplicita enunciazione. Pertanto, in un simile contesto, la pace internazionale può essere affermata solo grazie a un bilanciato uso delle cosiddette “istituzioni primarie”, originate dalla Pace di Westfalia (1648): il ruolo garantista ricoperto dalle grandi potenze, l’esercizio della diplomazia, il ricorso al diritto internazionale e la stabilità propria dell’equilibrio di potenza. L’utilizzo di tali strumenti, basati sulla convergenza e comunanza di “scopi primari”, permette alle entità statali di forgiare una società internazionale, limitando, così, il ricorso alla guerra inter eos per risolvere le inevitabili controversie.
Una società internazionale che, però, non risponde pienamente alle esigenze di una società mondiale: infatti, lo scenario politico globale, incline a non ammettere altro che il protagonismo degli Stati, tende a non includere nei suoi processi ulteriori attori altrettanto significativi seppur non ugualmente cruciali. La giustizia mondiale, quindi, non può che risultare spesso discordante con l’ordine internazionale: nonostante Bull ritenga che tali aspetti dovrebbero legittimarsi a vicenda, in realtà vengono influenzati e determinati dagli interessi nazionali particolari e, soprattutto, dalle grandi potenze. In una tale situazione, non è raro che un tentativo di cambiamento globale – giusto o sbagliato – sia e possa essere ricercato mediante l’uso della forza.
Inoltre, Bull propone una visione contemporanea del sistema internazionale ispirata persino dal pensiero (neo)marxista e condannante il rapporto di dipendenza istituitosi tra i Paesi industrializzati occidentali e i Paesi arretrati del Terzo Mondo; tale evidente squilibrio si concretizza nella iniqua distribuzione del potere e della ricchezza. In più, l’affermazione globale delle multinazionali, le rivendicazioni secessioniste delle minoranze, la violenza privata internazionale, il sovranazionalismo e il regionalismo contribuiscono a determinare l’erosione della territorialità e della sovranità autoritativa dello Stato moderno, prospettando all’orizzonte la genesi di un nuovo sistema internazionale “neomedievale”. Difatti, similmente all’universalismo cristiano prewestfaliano, dove il potere era condiviso da vassalli, signori, Papato e Impero, il sistema internazionale degli anni Settanta – e, maggiormente, quello attuale – non appariva già più in grado di concepire l’integrità e l’inviolabilità della sovranità statale a scapito della compartecipazione di molteplici attori mondiali.
Di fronte a queste sfide, la salvaguardia della società internazionale e del sistema degli Stati – comunque non ritenuti obsoleti da Bull – è nelle mani dell’uomo, potenziale promotore e beneficiario di un giusto cambiamento; solamente grazie alla funzionale esistenza di una cultura cosmopolita e alla redistribuzione equa della ricchezza e del potere tra gli attori statali, si potrà realizzare una solidale comunità umana globale ed un unanime consenso internazionale, invero due fattori imprescindibili per riformare l’ordine mondiale in difesa della legittimità del vigente sistema di Stati.
Hedley Bull, La società anarchica. L’ordine nella politica mondiale, Vita e Pensiero, Milano 2005, pp. 366, euro 22,00.
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