Roland Jahn, responsabile dell’autorità che gestiva gli archivi della Stasi, la famigerata polizia politica della Germania comunista, ha recentemente affermato: «Abbiamo reso giustizia alle vittime e costruito il ponte per la prossima generazione». Soltanto nel prossimo futuro sapremo se questo “voltare pagina” rappresenterà la volontà di archiviare definitivamente le spaventose testimonianze di oltre quarant’anni di atroce dittatura. Testimonianze di cui, da diversi anni, Gianluca Falanga si è fatto carico con le sue ricerche, e ora anche col saggio «Labirinto Stasi», edito da Feltrinelli.
Per dare l’idea dell’archivio della Stasi, parliamo di: «111 chilometri lineari di file cartacei, 41 milioni di schede personali e una quantità altrettanto rilevante di altri materiali fotografici, video, audio ed elettronici prodotti in anni di lavoro operativo, ai quali va aggiunto il contenuto di circa 15.500 sacchi ricolmi di documenti stracciati e parzialmente distrutti, attualmente in ricostruzione». In quelle carte, tre ex cittadini della DDR, i protagonisti di «Labirinto Stasi», hanno rivisto la loro vita sottoposta al controllo di un regime che di regola spiava anche le sue spie; ma soprattutto hanno scoperto gli insospettabili – in genere potevano essere anche marito o moglie, i professori, i vicini di casa, gli amici d’infanzia – che li spiavano e che poi li hanno denunciati. Si tratta di Baldur, Gilbert e Andreas, le cui testimonianze raccolte da Falanga («in una serie di incontri e conversazioni avvenuti a Jena e Berlino nel dicembre 2019») hanno permesso la redazione di questo saggio, in realtà strutturato come un romanzo. Gilbert fu condannato a due anni di carcere per aver raccolto documentazione fotografica sui gruppi punk di Berlino Est; Baldur, tipografo in Turingia, fu incarcerato tre anni per aver letto «1984» di George Orwell; Andreas, dopo un fallito tentativo di fuga, fu arrestato nel 1982, finendo per scoprire di essere sempre stato spiato dal padre.
Tre storie che si intersecano, ma soprattutto, al di là della volontà di Falanga di interpretare e riprodurre fedelmente quanto testimoniato dai tre, impressiona l’assurdità del clima paranoico che scaturisce da ogni pagina, al punto che «1984» – proprio il romanzo che aveva inguaiato Baldur – si confonde perfettamente con la realtà «di un regime subdolo, paternalistico, intollerante come quello della DDR». Le vicende personali diventano pretesto per descrivere nel dettaglio i silenzi, le delazioni, i metodi repressivi a cui sono state sottoposti diverse generazioni di tedeschi.
Repressioni – e questo va ricordato ai troppi negazionisti del regime comunista – che, sotto la guida di Honecker, divennero forme di violenza sottile, silenziosa, a bassa visibilità, se non proprio invisibili. Da questo punto di vista, paradigmatica è la citazione tratta da una tesina elaborata presso l’Accademia superiore di giurisprudenza della Stasi: «Danneggiamento sistematico della reputazione, del prestigio e dell’integrità personale sulla base di insinuazioni concertate, sia vere e verificabili che false, ma credibili e inconfutabili; organizzazione sistematica di insuccessi professionali e nelle relazioni sociali finalizzata a minare l’autostima». Violenza sulla quale Andreas, riferendosi al fatto che Honecker e molti dei suoi sodali avessero patito la repressione nazista, afferma: «come faceva Honecker a tenere prigionieri politici nello stesso carcere dove lui stesso era stato umiliato, costretto ai lavori forzati come uno schiavo, per otto anni? La risposta: non conoscevano altro. Violenza e repressione appartenevano al loro mondo, al mondo dei comunisti, perseguitati che diventavano persecutori, come il sole, il mare, il tempo e le stagioni, erano semplicemente componenti essenziali della natura». Si comprende come non si potesse definire esattamente chi fosse la vittima e chi il carnefice, visto che spesso i confidenti della Stasi, anche avversari del regime, furono costretti al loro sporco lavoro perché ricattati o piegati dalla violenza.
Gli aspetti però in qualche modo più inquietanti, e che motivano la scrittura di questo saggio in forma di romanzo, sono sia il «gelido opportunismo» di coloro che da convinti repressori si sono facilmente riciclati, senza alcuna sanzione, nella Germania unita; nonché l’idealizzazione, ben evidenziata da Falanga, che oggi viene fatta della DDR anche da parte di coloro che, al tempo della dittatura, costituivano una maggioranza silenziosa – da qui il cosiddetto “patto del silenzio” – «né favorevole al regime ma nemmeno contro» che di fatto faceva funzionare la macchina repressiva, tanto da presentare questa terrificante esperienza, che davvero sembra aver riprodotto gran parte del libro di Orwell, come una sorta di tentativo generoso, finito male, di società perfetta. Personalità probabilmente forgiate da un sistema educativo, ben descritto in «Labirinto Stasi», che voleva dire annullamento dell’individualità ed educazione alla delazione fin dalla più tenera età.
Come ha intelligentemente scritto Diego Gabutti, nel caso della DDR potremmo dire che si sia davvero realizzato il comunismo, dove tutti erano vittime, tutti aguzzini, dove la priorità era annientare l’identità dei singoli. Dove la distopia, come possiamo ben cogliere grazie all’opera di Falanga, è una cosa sola con la realtà.
G. Falanga, Labirinto Stasi. Vite prigioniere negli archivi della Germania Est, Feltrinelli, Milano 2021, pp. 416, € 22,00.


