Chi vive a e di scuola sa bene che l’anno appena trascorso è stato particolarmente impegnativo, col suo portato di ritorno alla normalità, per così dire. Il corsivo è d’obbligo perché di normale ed ordinario, tra banchi e cattedre, c’è stata solo la scansione temporale in presenza; il resto è stato tutto da riadattare, ridefinire, riallineare, ripensare, rivedere e soprattutto riascoltare.

Piuttosto diffusamente si è letto e si è parlato di scuola e disagio giovanile intimamente connessi; da varie parti si è voluto trovare nella scuola, in quanto luogo di valutazione, la responsabile del deflagrare palese di disturbi comportamentali, principalmente d’ansia, a cui si sono aggiunti quelli sociali, relazionali e alimentari.

Da qualche anno, chi lavora a scuola ha grande dimestichezza professionale con sigle quali DSA/BES, ma per la nuova ondata destabilizzante che è calata potente tra esercizi di grammatica, ossidoriduzioni, filosofi ed equazioni è stato necessario un aiuto in più, di altre professionalità, spesso purtroppo non presenti nel sistema scolastico. Il tempo dell’insegnamento dei contenuti disciplinari è diventato necessariamente il tempo della dedizione all’ascolto della difficoltà del singolo.

Così, a pochi giorni dall’ultima campanella, S., 14 anni, durante una lezione di verifica sul percorso svolto insieme, inizia a parlare di come ci si sentisse a distanza di mesi tra il primo e l’ultimo giorno di scuola, quando, all’improvviso, si blocca, piange, non si ferma più. La classe solidarizza, lacrime di ignara empatia solcano guance ancora sospese tra fanciullezza e adolescenza. Riprende fiato e dalla sua bocca scivola piana e costante, come sabbia della clessidra, una storia di dolore e isolamento, di rifiuto del cibo e dei contatti umani, del rischiato ricovero ospedaliero durante il lockdown (il confinamento, forse chiamarlo così avrebbe aiutato anche i nostri ragazzi, aggiungo). Di colpo tutto ciò era passato. Alla domanda su cosa avesse interrotto quell’orrenda spirale, S. ha risposto “la scuola”. I compiti, le verifiche, i compagni, svegliarsi la mattina con uno scopo, pure il debito in storia, quello, a detta sua, l’ha salvata. Si è tenuta dentro tutto per quasi nove mesi, per poi riuscire a tirar fuori questa creatura di dolore superato anche grazie al luogo dove si valuta, si spiegano contenuti, si assegnano esercizi e il pulviscolo illuminato dalla luce sempre costante, da ogni finestra, da tempo immemore rapisce gli occhi di chi, per un attimo, si incanta a guardarlo.

La luce del giorno, nelle aule scolastiche, attraversa le finestre in modo simile alle nostre latitudini, illumina il pulviscolo che assiste ai rituali dell’apprendimento-insegnamento sempre uguale a sé stesso, rapendo gli occhi dei sognatori tra i banchi, nonostante tutto e tutti.

Forse è vero che la scuola salva.

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