Il volume di Sergio Romano è il terzo di un ciclo iniziato con Cinquant’anni di storia mon diale (1995) e proseguito con La pace perduta (2001). A di fferenza dei precedenti, centrati su ciò che è accaduto nel mondo fra il 1945 ed il 2001, questo ha il preciso scopo di far riflettere sull’irrilevanza dell’Europa in un contesto globale in cui è l’America a dettare le regole del gioco nello scacchiere della geopolitica internazionale. Romano scrive durante gli anni dell’amministrazione di George W. Bush.

Con Il rischio americano. L’America imperiale , l’Europa irrilevante, volume preciso e di gradevole lettura, Sergio Romano, a cominciare dal titolo, sembra avere un duplice intento: da un lato mettere in guardia l’Europa dinnanzi al profilarsi di una crescente egemonia americana e, dall’altro, mettere in guardia la stessa America dal considerare se stessa come “invincibile”. Essa, infatti, l’11 settembre 2001 ha mostrato, sotto l’occhio vigile dei media, la sua vulnerabilità.

Il primo capitolo definisce il concetto di leadership come l’arte del controllo dapprima in senso morale, religioso e intellettuale e, successivamente, politico. L’autore percorre dapprima la storia del Regno Unito, per molto tempo prima potenza mondiale, per poi volgere l’attenzione sull’avvento (rispetto alla potenza euro-centrica) statunitense, avvenuto nel secondo dopoguerra.

L’episodio indicato dall’autore che ha determinato lo stabilizzarsi dell’egemonia internazionale degli Stati Uniti d’America fu il ruolo arbitrale che essi assunsero nel secondo dopoguerra.

L’episodio che ha sancito la vittoria occidentale dopo i decenni di guerra fredda fu la caduta del muro di Berlino: simbolo materiale e ideologico della contrapposizione Est-Ovest e, insieme, dell’intero equilibrio globale. Di lì, tutto è cambiato. E gli Stati Uniti sono apparentemente rimasti i soli a dettare le regole della politica globale, come unica potenza egemone.

Dopo una rapida panoramica sulle principali vicende che hanno caratterizzato la storia americana dal 1989 ad oggi, Romano si sofferma sull’atteggiamento di estrema sicurezza ostentato dagli Stati Uniti nel presentarsi come garanti incontrastati e incontrastabili dell’ordine mondiale.

Con la Guerra del Golfo e la prima invasione del Kuwait, l’America volle dare un messaggio chiaro: non avrebbe mai permesso a nessuno di approfittare della fine della guerra fredda per regolare vecchi conti o soddisfare nuove ambizioni. I presidenti americani che si susseguirono e dei quali l’autore traccia un profilo sintetico ed esaustivo, si impegnarono nel tentativo di fondare la leadership americana sulla base di una proficua collaborazione a livello internazionale, cercando di far coincidere, per quanto possibile, gli interessi nazionali con quelli della comunità globale.

Se da un lato dunque l’atteggiamento americano non fu solo unilateralista, dall’altro si incentrò – in particolare con G. W. Bush – su una politica della forza modellata intorno al pensiero neoconservatore. Dietro questo duplice atteggiamento si stagliano le ragioni della crisi egemonica seguita all’11 settembre 2001.

Nel delineare gli aspetti dell’attentato dell’11 settembre, Romano si sofferma sul ruolo cruciale che svolsero i media e soprattutto la CNN, nel diffondere le notizie, rispondendo peraltro alla cupa logica dei terroristi di Al Qaeda che puntarono anche sulla spettacolarità mediatica per scardinare la potenza americana sotto i riflettori e dinnanzi agli occhi del mondo intero. A questo episodio seguì l’operazione militare in Afghanistan Enduring Freedom, che generò una serie di effetti a catena in India, Pakistan, Palestina.

L’aspetto principale su cui Romano riflette è che, di fatto, aver dichiarato guerra al terrorismo attaccando l’Afghanistan non si è risolto in nulla se non in una prova di forza e di vendetta: l’America non è divenuta più sicura e l’organizzazione di Osama Bin Laden non è stata definitivamente debellata.

La preoccupazione principale emersa dal volume è, tuttavia, per l’Europa che – negli anni dell’amministrazione Bush – si è mostrata insignificante e trasparente lasciando campo aperto alla sua principale alleata. Il rischio americano sembra dunque essere rappresentato dall’impotenza dell’Europa che, scavalcata dall’intraprendenza americana, non è riuscita a disegnare un proprio ruolo forte sulla scena internazionale.

Nel volume emergono l’analisi dello storico, l’acume del diplomatico, ma anche le preoccupazioni dell’italiano che si sente ormai cittadino di un Europa sempre più impotente e meno influente nelle vicende internazionali. La trattazione è fluida, sintetica e allo stesso tempo esaustiva offrendo una gradevole panoramica dei fatti accaduti negli ultimi vent’anni.

Sergio Romano, Il rischio americano. L’America imperiale, l’Europa irrilevante, Tea Storica, Bergamo 2004, pp. 128, euro 7,50.

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Foto: President George W. Bush visits Oak Ridge in 2004 – Wikimedia Commons

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