In un contesto internazionale dominato dalla paura, dall’anarchia e da una nuova “voglia di impero”, il generale Fabio Mini descrive l’asimmetria tra la l’idea della guerra propria dell’Occidente e il terrorismo, tutto orientale nella sua concezione alineare. E poi, cambiata la guerra , anche i mutamenti che hanno interessato i “guerrieri”, i mercenari e le ricostruzioni post belliche in mano a speculatori e profittatori.
“La guerra dopo la guerra” è stato pubblicato nel 2003, e un lettore occasionale potrebbe pensare che dopo sei anni, in un mondo imprevedibile e ad alta velocità, molte analisi di geopolitica non siano più attuali, o quanto meno da rileggere alla luce dei nuovi avvenimenti.
Non mi pare sia il caso del corposo saggio del generale Fabio Mini : basti considerare quanto scritto proprio all’indomani della “vittoria” U.S.A. in Iraq («in effetti la regione può destabilizzarsi ulteriormente. Questa nuova concezione della guerra può provocare la rottura degli equilibri interni dell’Occidente e di quelli tra Occidente e Oriente, diventando una causa aggregante per una nuova generazione di terroristi sia in Occidente sia in Oriente» – pag. 252).
Un libro che, proponendo una grande mole di informazioni e di analisi, non si presta ad essere raccontato in poche righe.
Come avevamo già notato leggendo il più recente “Soldati”, colpisce semmai l’impostazione di un’opera in cui l’autore, senza edulcorare le situazioni più imbarazzanti per il nostro Occidente e i nostri alleati storici, proprio non si nasconde e non ci nasconde niente di quello che invece potrebbe apparire in qualche modo eretico in bocca ad un generale a tre stelle dell’Esercito italiano.
In questo senso, è eloquente la sua affermazione sul vero incubo che ci dovrebbe preoccupare, ovvero la leadership delle più grandi potenze mondiali che non ha una visione globale, non ha neppure una visione propria, «mentre gli imperi trasversali e gli interessi e le culture diventano sempre più interdipendenti e integrate, la leadership del mondo veda soltanto la propria parte di mondo e sia insensibile a tutto ciò che concerne il resto del mondo» (pag. 289)
L’analisi di Mini inevitabilmente prende le mosse dalla fine della cosiddetta guerra fredda e dall’11 settembre 2001: un XXI secolo che si apre «con un evento assolutamente asimmetrico e a-lineare», e a seguito del quale, con la perdita di riferimenti tradizionali di conflitto, si è avuta un’estremizzazione dei concetti nel considerare ogni evento sociale come una forma di guerra , nel circoscrivere qualsiasi azione violenta in un quadro conosciuto e perciò in qualche modo rassicurante.
In realtà – e questo è un punto continuamente ribadito dall’autore – il cosiddetto “Impero della guerra ” segue per ora un codice occidentale, mentre quello del terrore è prettamente orientale, oltretutto in un contesto in cui le odierne leadership politiche e militari dell’occidente, cresciute nell’ambito dei rassicuranti schemi della guerra fredda, «non sono preparate a gestire le crisi altro che in termini convenzionali» (pag. 70)
La comprensione dei conflitti, e perciò del “terrore”, in “La guerra dopo la guerra ” passa anche per un’analisi culturale tra la diversa visione circolare dell’Oriente e quella lineare dell’Occidente («La paura che l’Occidente sente in maniera quasi paranoica è legata alla prospettiva del futuro. Il cosmo per l’Occidente è quello esterno, lontano. La paura proviene dal futuro e dall’esterno e s’impossessa del vuoto interno. L’Oriente vive invece del presente di oggi di ieri di domani. Il cosmo dell’Oriente è all’interno dello stesso uomo e lo riempie» – pag. 109).
Un’analisi del nostro mondo costellato di conflitti e nello stesso tempo preda di un terrore che foraggia e si fa foraggiare anche dalla “burocrazia dell’impero”, la quale, «formata dalle connessioni d’interesse alla guerra , si attiva coinvolgendo altri imperi (economia, tecnologia, informazione) e trova i partner nell’avventura di turno. A volte, o più spesso, il processo è inverso: l’impero economico (o altro) determina le esigenze e coinvolge quello della guerra . Il risultato è lo stesso» (pag. 51).
Un mondo in cui «l’opinione pubblica, presentata come una forza indipendente di una grande maggioranza è un mito o una deliberata mistificazione: nel mondo moderno dei media l’opinione pubblica è sempre di più l’opinione prevalente di una o più elites attive» (pag. 88).
“La guerra dopo la guerra”, in un nuovo secolo in cui i mercenari fanno fortuna travestiti sotto innumerevoli vesti, vuol dire anche “elogio del guerriero” (pag. 136), ovvero l’elogio di come dovrebbe essere il militare dei nostri giorni; ed anche una critica senza appello a quella concezione di pace che «ha generato la finzione della negazione della guerra e ha reso ogni guerra nuovamente possibile: con nomi diversi».
Fabio Mini, La guerra dopo la guerra, Einaudi, Torino 2003, pag. 294, € 14,00
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