Il fatto che il mondo sia diventato un unico sistema operativo sta mutando la natura e percezione del tempo storico. Siamo in piena quarta rivoluzione industriale, nell’era del digitale, degli algoritmi, in un tempo nuovo nel quale si riducono gli investimenti in istruzione e educazione e nel quale la lingua italiana, trasformandosi sotto la spinta del digitale, riversa nei social media la proiezione di stati sociolinguistici disgregati. La scuola, in questo contesto, non riesce a stare al passo con i cambiamenti pervasivi di una tecnologia troppo dentro la nostra vita, la nostra scuola, la nostra lingua.

Spalancando i nostri occhi sul panorama dei social media si apprendono nuovi modi di comunicare: mix lessicali, abbreviazioni, regionalismi, anglismi, neologismi entrati nella grammatica universale, nel dizionario classico, con frequenza e regolarità, potenziati da elementi iconici, da una forma di italiano digitalizzato sempre più simile a quello parlato, rapido, distratto delle regole, disattento, a discapito di grammatica e sintassi. La conseguenza è la corrosione di competenze comunicative e culturali.

In realtà, l’impoverimento della lingua italiana non è attribuibile all’avvento dell’era digitale, bensì alla miseria culturale delle persone. Tutto viaggia veloce e tutto, in pochissimo tempo, è già obsoleto, e così la sciatteria morale diventa riflesso di quella linguistica.

Siamo entrati nella necessità di buttare via ciò che appartiene alla nostra identità, in una specie di odio, di crudeltà, scomposta e sguaiata, nei confronti della cultura del progresso, un nichilismo dell’età contemporanea, di tutto ciò che attiene al bello, al brutto, al giusto, all’ingiusto. C’è un mondo attorno che si agita senza saper costruire un’idea di futuro, di orizzonte e di perché.  La nostra lingua bellissima è in piena sofferenza, una bellezza spogliata del suo scopo, della sua etica e del senso democratico e di giustizia.

Amare la nostra lingua e salvarla dal suo cedimento strutturale significa riscoprire il bisogno di insegnarla, offrendo degli anticorpi rispetto alle mode e ai “rumori esterni”, ripartendo dall’esercizio perduto della lettura dei classici per comprendere quanto sia necessario l’allenamento al pensiero divergente in un mondo dilaniato dal conflitto. Insegnare oggi la lingua italiana significa riconnettere la sensibilità e l’educazione al sentimento verso la lingua, al bisogno di dare forma a nuove teste, alla necessità di rigenerazione della civiltà affinché non si corroda la nostra storia attraverso una progressiva egemonia di termini senza alcuna connessione con essa. Si tratta quindi di intervenire – e ci deve pensare innanzitutto il governo liberando risorse già disponibili – per attivare i corpi intermedi in un piano almeno decennale sistematico che si opponga alla corruzione sociale e culturale.

* docente di Storia, Lingua e Letteratura italiana

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