I caratteri e le modalità della guerra sono molto cambiati nella Storia e ancor più in quella recente. Ma è sufficiente tutto ciò per affermare che i tratti di fondo di questo fenomeno siano radicalmente cambiati? Al di là di grandi mutamenti funzionali, non resta forse sempre il fattore umano, seppur in modi ogni volta nuovi, a determinare in fondo l’esito e la stessa natura dei conflitti? Non si è forse troppo spesso parlato di nuove concezioni della guerra solo sulla scorta di grandi evoluzioni tecnologiche che, sul lungo termine, hanno riconfermato la loro stretta dipendenza dal fattore umano?

Il XXI secolo è appena iniziato ma, nonostante grandi speranze, la guerra continua ad essere un elemento centrale nella vita di milioni di individui. Il mondo, infatti, continua ad essere attraversato da conflitti e l’uomo sembra non riuscire a trovare un modo pacifico di convivere. Ormai molti pensano che guerra ed umanità siano intrinsecamente legati, e che finché sopravvivrà l’una esisterà anche l’altra. Ecco perché la storia dell’uomo può essere vista come storia di conflitti, e l’evoluzione dell’umanità corre parallelamente e spesso si interseca con quella della guerra.

Ma dove finisce l’evoluzione ed inizia la rivoluzione? Quand’è che possiamo considerare un cambiamento non tanto un’evoluzione di un elemento presente anche nel passato, quanto piuttosto una rivoluzione?

Il primo vero sforzo di definire la questione può essere fatto risalire al tentativo di capire l’impatto che l’introduzione della polvere da sparo ha avuto sulla guerra nei primi periodi dell’era moderna (la comparsa dei primi cannoni in Europa risale al 1300 circa).

Ma la discussione, confinata negli ambienti degli storici militari, era focalizzata principalmente sul modo in cui lo sviluppo di armi da fuoco influenzasse lo sviluppo della società civile, più che sul cambiamento della guerra. A quei tempi, infatti, gli storici erano più interessati a capire le implicazioni della trasformazione della fanteria, cominciata nel quindicesimo secolo, che chiuse l’epoca dei cavalieri feudali attraverso l’impiego di formazioni di “picchieri”, e dell’artiglieria, iniziata poco dopo. Entrambe queste discussioni erano limitate a comunità specializzate che però non riuscirono a cogliere pienamente le implicazioni delle novità introdotte sul modo di condurre una guerra. (1)

In tempi più recenti, le vere basi teoriche del dibattito odierno che riguarda la trasformazione della guerra furono sviluppate negli anni ’60-’70 in Unione Sovietica, in particolare negli scritti di Marshal N. V. Ogarkov, attraverso il concetto di “revoliutsiia voennykh del”, generalmente tradotto “rivoluzione negli affari militari” (revolution in military affairs, o RMA) (2).

I sovietici sostenevano che l’uso delle armi atomiche su Hiroshima e Nagasaki non aveva portato in realtà alcun cambiamento sostanziale nella natura della guerra. Lo schema, infatti, era sempre lo stesso: una bomba, trasportata da un bombardiere, che deve superare le linee di difesa contraerea nemiche.

La stessa bomba, per quanto devastante, non causava danni maggiori di raids con migliaia di bombe, come se ne erano visti durante la seconda guerra mondiale. I sovietici, in sostanza, erano convinti che le stesse considerazioni di base fatte durante i diversi bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale sarebbero continuati ad essere validi anche dopo il 1945.

La vera rivoluzione, secondo loro, era invece dovuta al matrimonio tra le testate termonucleari ed i missili balistici intercontinentali. Essi sostenevano che i danni provocati da una testata termonucleare non fossero paragonabili ad alcun bombardamento convenzionale, per quanto intenso e prolungato potesse essere.

Inoltre a differenza di una bomba atomica, una testata termonucleare che esplode in aria prima dell’impatto, non presenta margini di errore e distrugge sicuramente il proprio obiettivo. Ma da sola l’introduzione delle testate termonucleari non sarebbe sufficiente a giustificare il termine di “rivoluzione” se non fosse abbinata alla loro collocazione sui missili balistici intercontinentali (ICBMs).

Il fatto è che non vi era assolutamente nulla che si potesse fare contro quest’arma, un missile balistico intercontinentale raggiungeva sempre il suo obiettivo. Il vecchio equilibrio tra difesa ed attacco veniva drammaticamente rotto, a vantaggio del secondo. Inoltre i tempi di “consegna” veniva ridotti in modo drammatico, così che una guerra termonucleare globale sarebbe potuta durare meno di un’ora, spazzando via l’umanità intera.

La guerra, così come era stata conosciuta per decine di centinaia di anni, veniva profondamente cambiata da questa RMA. Fortunatamente si tratta solo di una teoria dato che una guerra di questo tipo non si è mai verificata. In realtà quindi non potremmo parlare di una rivoluzione per il semplice fatto che esistevano le armi potenziali. La guerra, anche dopo l’invenzione delle testate termonucleari e dei missili balistici intercontinentali, ha continuato a basarsi sui “normali” bombardamenti (Korea, Vietnam ed Afghanistan sono campagne praticamente identiche a quelle condotte nei periodi pre-nucleari).

Ma l’errore probabilmente più grande di questa teoria, risiede nel pensare che una rivoluzione sia provocata semplicemente da una scoperta scientifica.

E’ un errore estremamente comune in cui son caduti molti studiosi, dal Marchese di Vauban , Maresciallo di Francia ed ingegnere militare che esaltò le fortificazioni moderne francesi, a J. F. C. Fuller, Maggior Generale inglese e storico militare che esaltò il carro armato. In tutti questi casi l’analisi sviluppata non tiene minimante in considerazione le implicazioni sociali, economiche, politiche o dottrinali del cambiamento, per concentrarsi esclusivamente sull’aspetto tecnologico (in realtà alcuni distinguono tra minor revolution e major revolution (3)).

Inoltre i Sovietici tentavano di sottolineare come vi fosse stata una trasformazione completa della guerra, mentre in realtà vi sono regole che non sono cambiate e, probabilmente, non cambieranno mai. Per questo molti ritengono che sia un errore parlare di “rivoluzioni” negli affari militari, perché i cambiamenti richiedono sempre decine di anni prima di affermarsi, un periodo in genere troppo lungo che evoca più probabilmente una “evoluzione”.

Tuttavia vi è un ulteriore fattore che rende la distinzione ancora più complicata. La guerra è un’attività umana, e come tale è intrinsecamente legata alla sua natura. Se si osserva il modo di condurre la guerra dal punto di vista psicologico ed antropologico, si noterà che in realtà essa è cambiata pochissimo nel corso dei secoli. Il principio in base al quale prendere il nemico di sorpresa sia un vantaggio, o concentrare le forze su pochi, significativi obiettivi, piuttosto che disperderle sul campo di battaglia, tutte queste idee (e molte altre) hanno permeato i manuali militari per moltissimo tempo, e sono ancora valide.

Da questo punto di vista non vi è stata alcuna rivoluzione, ed è per questo che gli antichi manuali dell’arte della guerra, da Sun Tzu a Von Causewitz, sono sempre attuali, proprio perché hanno posto al centro della loro analisi il fattore umano.

Naturalmente il fatto che vi siano degli elementi immutabili della guerra, non significa che essa non cambi e si trasformi col passare del tempo.

Non vi è alcun dubbio che la Seconda Guerra Mondiale (WWII) non abbia praticamente nulla in comune con la Prima, così come l’operazione Desert Storm non ha praticamente niente in comune con la WWII.

Da un lato abbiamo cambiamenti costanti, anche profondi, legati a scoperte scientifiche od innovazioni tecnologiche, dalla ferrovia prussiana, alle fortezze francesi, dai carri armati inglesi ai sottomarini americani, dall’altro abbiamo l’uomo e la sua natura, che rimangono quasi immutabili nel corso dei secoli. Sbagliano coloro i quali pensano, o pensavano, che la tecnologia determinasse da sola la natura della guerra.

Non ci sono missili, testate termonucleari, aerei stealth, sistemi informatici che tengano, la presenza dell’uomo sul campo, i boot on the ground, rimane centrale per la vittoria. Lo hanno imparato a loro spese gli americani nel teatro iracheno, dove avevano pensato di poter vincere con una semplice guerra lampo, condotta principalmente via aerea, con pochissime truppe. A distanza di 4 anni è stato necessario cambiare logica, inviare nuove truppe (il cosiddetto surge del Gen. Petraeus iniziato da circa un anno) per risollevare le sorti di una guerra che molti davano per perduta.

Così anche l’attenzione degli investimenti deve essere bilanciata tra tecnologia e personale, tra uomini e mezzi, perché gli uni senza gli altri non possono pensare di vincere. Per questo, ad esempio, grande attenzione va a quei programmi tecnologici che servono a dotare i nostri uomini sul campo di mezzi sempre più efficienti che possano supportarli nelle attività quotidiane e nei momenti di maggiore pericolo. Il progetto Soldato Futuro, che sta trasformando il nostro esercito, si basa proprio su questa filosofia, cercando di “esaltare, ottimizzare ed integrare le aree fondamentali di capacità del combattente appiedato: letalità, sopravvivenza, C4I (Comando, Controllo, Comunicazioni, Computer ed Informazioni), mobilità ed autonomia” (4).

Uomini e Tecnologia: quale di questi due aspetti influenza principalmente la “natura” della guerra è difficile a dirsi, la conduzione di una guerra si basa sull’insieme di questi due elementi, e l’analisi della guerra deve tenerli in considerazione entrambi.


Note

1) Geoffrey Parker, Military Revolution: Military Innovation and the rise of the West, 1500-1800 (Cambridge University Press, 1988)

2) Frederick W. Kagan: Finding the target. The transformation of American Military Policy (Encounter Books, 2006) e Jeffrey R. Cooper: Another view of the Revolution in Military Affairs (U.S. Army War College, Strategic Studies Institute, 1994)

3) Steven Metz e James Kievit: Strategy and the Revolution in Military Affairs: from Theory to Policy (U.S. Army War College, Strategic Studies Institute, giugno 1995)

4) Gen. Fabrizio Castagnetti, Capo di Stato Maggiore Esercito, Finmeccanica Magazine n°9 – novembre 2007

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