Lungi dall’avere esaurito le proprie capacità di manifestarsi il conflitto armato è tornato di drammatica attualità negli ultimi quindici anni; si è riproposto anzi in forme che speravamo superate, mettendo chiaramente in crisi la nostra concezione evoluzionistica della Storia e dell’agire umano. Tutto ciò ha riproposto temi centrali come il senso della guerra, le sue cause, i modi per evitarla, ma anche, in casi inevitabili, per affrontarla nella maniera meno dannosa. Ha posto inoltre all’attenzione nuove forme di controllo armato di particolari aree, a garanzia della sicurezza e volte al disarmo preventivo di potenziali soggetti, con un uso controllato della forza avente lo scopo di prevenire, anziché realizzare, il conflitto armato. Ed ha, in definitiva, rimesso in discussione il vecchio assioma dell’opposizione tra pace e guerra, mostrandoci realtà spesso più sfumate in cui gradi diversi di pacificazione, intervento politico e uso della forza possono risultare la combinazione vincente per evitare esplosioni di violenza incontrollata che sarebbero, a posteriori, difficilissime da arrestare.

Il tema della guerra è uno dei motivi conduttori della storia umana, e da sempre. Le ragioni sono intuibili e le più varie e naturalmente cambiano a seconda del luogo e del periodo storico osservati. Si può tuttavia riconoscere che solo in epoca moderna l’idea pacifista, cioè di rifiutare i conflitti armati, ha assunto portata universale, essenzialmente per l’elevato potenziale distruttivo che i moderni mezzi bellici hanno.

Nel XX° secolo (1) la guerra non ha riguardato più esclusivamente gli eserciti, ma anche i civili e le infrastrutture.

La Prima e la Seconda Guerra Mondiale hanno costituito in tal senso dei tragici errori dal momento che in entrambi i casi le si era ritenute in origine come strumenti adatti alla soluzione di controversie, per poi però accorgersi che a causa del progresso tecnologico i danni superavano di gran lunga qualunque vantaggio politico.

Con l’era atomica tale rapporto svantaggioso si è rivelato in tutta la sua evidenza; paradossalmente proprio l’immensa capacità distruttiva delle armi atomiche ha di fatto evitato il loro effettivo uso (2).

Nel periodo della Guerra Fredda il movimento pacifista ha raggiunto la sua massima espansione proprio in ragione del timore di una guerra atomica e dei suoi effetti, quando non anche per il sostegno di una delle parti in causa nel conflitto strisciante, interessata a recuperare la supremazia strategica di tanto in tanto perduta.

Il pacifismo è stato quindi, anche convintamente, parte della politica estera degli Stati, oltre che movimento spontaneo di circoli intellettuali.

Con il dissolversi del blocco sovietico e la fine della Guerra Fredda è invece avvenuto qualcosa che pochi avrebbero immaginato: la guerra intesa come conflitto su scala regionale o subregionale è ridiventata possibile (3) e, per quanto ancora giudicata un odioso strumento da molti, ha ricominciato inevitabilmente a verificarsi.

Alla situazione del cosiddetto “equilibrio del terrore”, saldo perché l’alternativa del conflitto atomico appariva spaventosa, si è sostituita quella di un sistema instabile, precario degli equilibri internazionali, spesso sfociato in conflitti locali interstatali o intrastatali.

Contemporaneamente al venir meno di alleanze solide e contrapposte si è avuta anche una trasformazione del concetto di nazione, riemerso prepotentemente sulla ribalta internazionale, sia come crisi di Stati sorti unicamente da accordi delle grandi potenze (Cecoslovacchia, Jugoslavia), ma non etnicamente omogenei, sia come riemergere dell’orgoglio nazionale di Paesi che per obbedienza alle rispettive alleanze per lungo periodo avevano rinunciato a manifestarlo (4).

Il panorama politico internazionale ne è uscito completamente cambiato, tanto che ad oggi ancora si fatica a trovare una valida alternativa alla carente e pericolosa formula dell’unico “gendarme” della sicurezza internazionale, gli Stati Uniti.

Evidentemente le vicende degli ultimi decenni hanno plasmato ulteriormente la percezione comune dei concetti di pace e guerra; allo stato attuale, per un verso l’opinione pubblica è disabituata all’idea della guerra, considerata, purtroppo erroneamente, come un problema del passato, per altri versi molti nuovi stati presenti nell’arena internazionale non si fanno troppi scrupoli a ricorrervi valutandone poco o nulla le drammatiche conseguenze.

Il denominatore comune dell’atteggiamento contemporaneo è così quello della impreparazione tecnica e culturale, oltre che psicologica, al fenomeno della guerra; se è occorso del tempo agli esperti del settore per comprendere la natura della nuova condizione strategica, la comunità politica fatica a elaborare modelli alternativi a quello presente.

Uno degli atteggiamenti più diffusi è quello che definirei del “pacifismo di ritorno”, per il quale la fine dello scontro Est-Ovest elimina la guerra dalle opzioni possibili e che quindi la rifiuta come elemento della realtà odierna.

La giusta condanna verso uno strumento orribile quale la guerra porta così ad una rimozione del problema, ignorandone l’esistenza e alimentando l’ignoranza sulle sue cause (5).

L’ingenuo desiderio di una pace universale, seppur attraente, deve fare i conti con una realtà complessa dove non si dà più un univoco concetto di guerra, ma una quasi infinita varietà di soluzioni più o meno graduali di uso della forza che bisogna esser preparati a conoscere e gestire proprio se l’intenzione è quella di prevenirne auspicabilmente l’uso.

Affrontare l’attuale contesto politico strategico mondiale implica così una profonda conoscenza di politica internazionale, strategia, arti militari, tecnologia, geopolitica ed economia.

Può avere un senso oggi fare la guerra?

E, se sì, per quali cause allora?

Altrimenti, come evitarla?

Innanzitutto, dando per scontate tutte le competenze cui accennavo, occorre che siano chiare le prospettive di politica estera del proprio paese o alleanza politico-strategica.

Questione, in effetti, tutt’altro che secondaria già per gli Stati più attenti; figurarsi per quelli in via di sviluppo o per l’Italia, dove l’insieme di instabilità politica e mancata elaborazione nei partiti impediscono fin’ora una definizione di lungo periodo della politica estera.

I problemi sul piatto, come anticipato, sono nuovi e molteplici; si possono affrontare a patto di tracciare un percorso definito almeno nelle sue linee essenziali.

Ad esempio la fine della contrapposizione tra i blocchi non ha significato la fine del pericolo nucleare; proprio nel contesto attuale la tecnologia atomica può finire o è già nelle mani di diversi Stati di media potenza e tuttavia spesso ostili alle organizzazioni internazionali; la fisionomia anarchica dell’attuale ordine mondiale rende molto più difficile prevenire l’esplodere di conflitti locali e forse anche l’uso o la minaccia dell’uso dell’atomica e tale prevenzione può essere raggiunta almeno in certi casi con la contrapposizione di fronte ad una minaccia di forze armate capaci e potenzialmente offensive, magari solo sul piano convenzionale, per spingere i paesi più recalcitranti al rispetto delle regole minime della convivenza internazionale.

Questa precauzione, accettabile a fronte del rischio di uso di armi atomiche, non significherebbe peraltro il ricorso automatico ed effettivo alla forza; potrebbe invece costituire una nuova forma di deterrente nei casi in cui la diplomazia manchi i propri obiettivi o anche quando l’ordine e il controllo del territorio che l’azione di truppe produce siano i presupposti per la riuscita di una trattativa diplomatica.

A questo proposito occorre superare un altro malinteso (6) simile a quello della pace a tutti i costi e cioè quello dell’uso della forza unicamente come mezzo di riserva dopo il fallimento di soluzioni negoziate.

Far pesare le capacità militari di una alleanza, a certe condizioni, può costituire un fattore di grande sicurezza in aree geopolitiche altrimenti instabili, senza che ciò implichi l’uso di tali capacità, ma spingendo le parti in causa verso una soluzione incruenta dei problemi (questo lo spirito dell’intervento della Nato in Bosnia nel 1995).

Naturalmente questo stesso tipo di intervento può essere controindicato in altri contesti, ma in generale l’integrazione tra le grandi alleanze politico-strategiche dovrebbe contribuire ad una riduzione delle tensioni.

Nei confronti dell’ideale pacifista nella sua forma più pura si può argomentare che è possibile che in un futuro non immediato aree sempre più vaste del pianeta rinuncino all’opzione della forza per risolvere le tensioni all’interno della propria regione; in tempi storicamente molto lunghi abbiamo visto come in definitiva sia stato questo il felice destino dell’Europa, anche se pagato a prezzi altissimi; tuttavia fino a questo fatidico obiettivo il percorso più ragionevole sarà quello della sapiente combinazione di sicurezza e dialogo.

Esistono allo stato attuale criteri generali di riferimento per capire se e quando far ricorso alla forza militare controllata?

In base alle tendenze più recenti la strada più battuta è quella dell’intervento cooperativo entro coalizioni multilaterali; ciò conferisce legittimità, forza, efficienza e un certo grado di credibilità politica all’azione di forza o alla minaccia di farne uso; per l’Italia ad esempio ogni tipo di iniziativa militare isolata sarebbe impensabile politicamente oltre che per i costi.

Esiste poi una complessa graduazione degli interventi progettabili; ogni Stato dovrebbe riuscire a ritagliarsi un ruolo nelle alleanze regionali di cui fa parte, capire come integrare le proprie forze armate, e quali tra esse, con quelle degli altri, concependo uno schema strategico di pesi e contrappesi militari, ma anche politici ed economici, distribuiti sul territorio.

Un criterio generale poco utile nei decenni della Guerra Fredda può, nell’attuale situazione di estrema fluidità, essere quello di una speciale attenzione al rapporto tra costi delle operazioni militari e benefici raggiunti; non solo sul piano economico, ma soprattutto politico e sul piano della sicurezza complessiva.

Interventi potenzialmente utili agli interessi di un paese, magari svolti con impegno di molte forze di terra, possono di fatto essere controproducenti per i costi o le sovrapposizioni tra paesi, dove invece contributi più defilati di semplice supporto navale potrebbero sortire effetti maggiori ed una efficienza maggiore della cooperazione entro una stessa alleanza strategica.

Senza qui citare i casi in cui la sola penetrazione economica può giovare alla sicurezza degli interessi nazionali, ove il compito della gestione diretta degli aspetti di sicurezza strategica sia affidato alle forze militari di un paese alleato e più prossimo alle zone interessate (può essere il caso dell’influenza italiana e del ruolo tedesco nell’Europa centro-orientale).

Ciò che in sintesi possiamo concludere in base alle nuove tendenze dell’ancora incompiuto ordine internazionale è che, se il ricorso alla guerra va considerato in generale una eventualità da evitare, tuttavia il concetto di uso della forza si presenta oggi sotto forme così diverse dal passato da costringerci a ripensare completamente la stessa filosofia della pace; cosa è, come si realizza e come si mantiene la pace, ormai, è una questione del tutto diversa dal passato.

La nostra capacità, innanzitutto culturale, dovrebbe essere quella di capire come, dove, a che scopo usare la forza in quei contesti geopolitici in cui un suo uso attento e conforme al diritto internazionale politicamente condiviso può scongiurare il verificarsi di ben più gravi esplosioni di violenza irrazionale e incontrollata.


Note

1) René Rémond, “Introduzione alla storia contemporanea – Il XX° secolo”, Vol. III, Biblioteca Universale Rizzoli Storia, 1990, pag. 16 e segg.

2) Emanuele Severino, “A Cesare e a Dio – Guerra e violenza in controluce”, BUR, 2007, pagg. 24-33.

3) Carlo Jean, “L’uso della forza – Se vuoi la pace comprendi la guerra”, Laterza 1996, pagg. 5-8.

4) Pietro Pastorelli, Lezioni di Storia dei Trattati e politica internazionale, A.A. 2000-2001, Facoltà di Scienze politiche, Università “La Sapienza”, Roma; P. Pastorelli, “Dalla prima alla seconda guerra mondiale – Momenti e problemi della politica estera italiana – 1914-1943”, LED Roma, 1997, pagg. 222-225.

5) Carlo Jean, “L’uso della forza – Se vuoi la pace comprendi la guerra”, Laterza 1996, Capitoli I e II.

6) Carlo Jean, “L’uso della forza – Se vuoi la pace comprendi la guerra”, Laterza 1996, pagg 57 e segg.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

Send this to a friend