Da diverso tempo, in Italia, si discute della Costituzione, ed in particolare ci si interroga sulla sua adeguatezza alla realtà moderna.

Da diverso tempo, in Italia, si discute della Costituzione, ed in particolare ci si interroga sulla sua adeguatezza alla realtà moderna. Dalla Bicamerale al tentativo di riforma del Governo Berlusconi, sono stati numerosi gli sforzi di apportare modifiche alla Carta, con l’obiettivo di riformare le parti considerate maggiormente obsolete.

Ma c’è un articolo in particolare che viene considerato intoccabile, ed è, in effetti, sempre escluso da qualunque idea di riforma: l’articolo 11.

Posto all’interno della sezione riguardante i Principi fondamentali, esso recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”. Poche parole, estremamente efficaci, ma anche spesso al centro di diverse interpretazioni.

Per comprendere appieno il significato di questo importante articolo costituzionale, occorre innanzitutto inquadrarlo all’interno del periodo storico in cui esso, insieme alla Carta, ha visto la luce.

L’Italia del 1948 è un paese stremato, devastato da anni di guerra , e profondamente segnato dall’esperienza del fascismo. E’ evidente che di fronte a tale catastrofe, il primo intendimento dei Padri costituenti fosse quello di trovare una formula che impedisse il ripetersi degli errori del passato. All’interno della Costituzione, quindi si fondono le diverse anime della Resistenza, quella cattolica e quella socialista, quella comunista e quella repubblicana, nel desiderio comune di dare alla Patria una carta fondamentale che esprima una volontà di pace .

D’altra parte erano ancora vive nella mente le immagini dell’inazione internazionale di fronte alla prepotenza dei nazisti, quindi il primo pensiero era quello di fornire all’Italia gli strumenti per consentirle di partecipare alla costruzione di un nuovo ordine internazionale.

Alla luce di tutto ciò, si comprende meglio il senso dell’art. 11.

L’interpretazione più coerente con la sua origine storica è quella secondo cui esso vieta non qualsiasi uso della forza , ma la sua espressione più grave, cioè la guerra di aggressione. Essa infatti si ispira al Patto Kellog-Briand del 1928, che sancisce il divieto della guerra ed in particolare, proprio della guerra di aggressione.

In un primo momento i Padri costituenti avevano addirittura pensato di riprendere la stessa formula, ma successivamente, durante i lavori preparatori, il concetto di “condanna della guerra come strumento di politica nazionale” venne abbandonato perché “quell’espressione non aveva un senso chiaro e determinato, mentre la Costituzione si rivolge direttamente al popolo e deve essere capita”.

Un’altra conferma all’interpretazione storica viene dall’idea iniziale di utilizzare la formula “guerra di conquista”. Essa venne abbandonata solo perché, come notò Nitti, l’Italia era uscita talmente malridotta dalla seconda guerra mondiale che prevedere anche solo la remota possibilità di guerre di conquista sarebbe stato un po’ grottesco.

Ma l’art. 11 va inquadrato anche in un contesto internazionale più ampio. Alla base del rifiuto della guerra , infatti, vi fu l’intendimento di trasferire la questione sul piano internazionale, il ripudio del nazionalismo, che si era confuso con il fascismo, e quindi l’esigenza di rifondare le proprie radici all’interno di una nuova patria.

L’art 11, infatti, è considerato da molti la base giuridico-costituzionale per l’adesione italiana alle organizzazioni internazionali (soprattutto l’ONU). Meuccio Ruini, parlando per primo alla prima seduta del Senato della Repubblica italiana sostenne la necessità di “rivedere, senza rinnegarli, i concetti di Stato e sovranità nazionale”, intravedendo l’esigenza di “sostenere una politica sovranazionale”.

La prima proposta Valiani, in sede costituente, recitava “L’Italia rinuncia alla guerra come strumento di politica nazionale e respinge ogni imperialismo ed ogni adesione a blocchi imperialistici. Accetta e propugna, a condizioni di reciprocità ed eguaglianza, qualsiasi limitazione di sovranità, che sia necessaria ad un ordinamento internazionale di pace , di giustizia e di unione tra i popoli”. Questa formula, poi come detto, superata per esigenze di “chiarezza”, mostra chiaramente gli intendimenti dei Padri costituenti: rinunciare alla guerra“imperialista” (come quella sostenuta dal fascismo), in favore della costruzione di una sovranazionalità.

In modo del tutto coerente con il disegno dell’Assemblea, l’Italia ha partecipato attivamente alla costruzione dell’Europa e della PESD (Politica Estera e di Sicurezza Europea), ed ha aderito, nel dicembre del 1955, all’ONU, la cui Carta prevede esplicitamente il “divieto dell’uso della forza”, che non sia intrapreso per legittima difesa (art. 51) o su autorizzazione del Consiglio di Sicurezza(una delle fattispecie più importanti è oggi costituita dall’intervento di umanità, cioè dall’ingresso in territorio altrui per salvaguardare i cittadini dello Stato territoriale dal genocidio o comunque da trattamento inumani e degradanti)

In aggiunta all’art. 11 Cost., nel nostro ordinamento, inoltre, esistono altre due disposizioni costituzionali, gli artt. 78 e 87, 9° comma, che dispongono una procedura per l’uso della forza armata nel caso in cui si tratti di intraprendere una vera e propria guerra , fenomeno che, al di là della difficoltà di definirne i contorni giuridici, comporta un impiego macroscopico della violenza. Le due disposizioni, alle quali però non si è mai fatto ricorso dopo l’entrata in vigore della Costituzione, si occupano di aspetti più “tecnici” che “politici”, prevedendo una deliberazione delle Camere e il conferimento al Governo dei poter necessari (art. 78), mentre spetta al Presidente della Repubblica, dichiarare lo stato di guerradeliberato (art. 87, 9° comma) e trasmettere al nemico la dichiarazione di guerra in conformità alla III Convenzione dell’Aja del 1907.

Manca invece una procedura per quanto riguarda l’impiego della forza armata in tutti quei casi in cui la violenza non assuma i contorni tecnici della guerra . Il tentativo fatto dalla Bicamerale per le riforme costituzionali, che aveva adottato una disposizione secondo cui l’impiego delle Forze Armate fuori dai confini nazionali doveva essere deliberato dalla Camera dei deputati su proposta del Governo, naufragò con il fallimento della Bicamerale stessa.

Al di là della risoluzione n. 7-1007 del 16 gennaio 2001, adottata dalla Commissione Difesa della Camera dei Deputati, che non può ovviamente incidere su materia coperta da fonti costituzionali, rimane la prassi delle numerose missioni all’estero, dalle quali si evince che l’intervento del Parlamento è necessario per legittimare sotto il profilo del diritto interno l’invio delle Forze Armate all’estero deciso dal Governo (il coinvolgimento parlamentare deve essere richiesto anche per le operazioni che hanno luogo nel quadro delle organizzazioni internazionali di cui l’Italia fa parte: Nazioni Unite, Nato e Ue).

Insomma, sono passati quasi sessant’anni dalla redazione della Carta Costituzionale, ed oggi più che mai possiamo dire che il disegno dei Padri Costituenti si è realizzato. L’Italia partecipa a pieno titolo a numerose missioni militari (dall’Afghanistan al Libano), che sono sempre inquadrate in un contesto internazionale, ed ha un ruolo di primo piano, riconosciuto da tutti, nella realizzazione di un ordinamento internazionale di pace , di giustizia e di unione tra i popoli.


Bibliografia

Pietro Pastorelli – Il principio di nazionalità nella politica estera italiana (in Nazioni e nazionalità in Italia, a cura di Giovanni Spadoni, ed. Bibliotecari Cultura Moderna Laterza)

Natalino Ronzitti (a cura di ) – Le operazioni multilaterali all’estero a partecipazione italiana; ed. Servizi Affari Internazionali del Senato della Repubblica Italiana (n° 44 maggio 2006)

Meuccio Ruini – Nazione e Comunità di nazioni: dal nazionale al sopranazionale; Milano, 1961

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