Sempre di più nei conflitti degli ultimi anni è emerso il ruolo chiave della gestione dell’effetto psicologico degli stessi; complesse macchine di propaganda soccorrono oggi i Paesi più esposti nel condizionare o rielaborare le notizie di guerra; tanto che la propaganda è divenuta essa stessa, in epoca di terrorismo, parte attiva dell’armamentario di guerra.

Con quali effetti? E con risultati positivi sulla lotta al terrorismo stesso?

Una delle eredità più importanti, e sicuramente meno tristi e sanguinose, dei conflitti del secolo scorso, è stata la costante attenzione alla dimensione psicologica dell’andamento delle operazioni militari.

L’avvento della società di massa, e il coinvolgimento di un numero sempre maggiore di civili nelle vicende belliche, ha imposto a tutti i governanti una cura certosina nella predisposizione di apparati di propaganda adatti a convincere i propri connazionali a sopportare forti disagi, in vista della vittoria, e a fiaccare la resistenza delle popolazioni nemiche. Con la nuova guerra del Terzo Millennio, in piena società della comunicazione, questa componente del conflitto ha assunto un valore ancora superiore, addirittura maggiore delle stesse operazioni belliche.

Nella “crociata” (come, improvvidamente, l’ha definita il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush) contro il terrorismo internazionale la componente persuasiva e comunicativa del potere, il cosiddetto soft power (1) è divenuta un corpo unico (di cui, come si vedrà, non costituisce una parte minoritaria) con quella strategica (2), contro un nemico (il terrorismo appunto) che proprio della propaganda, e cioè della dimensione simbolica delle proprie azioni, faceva la sua arma privilegiata e in diversi casi il suo vero e proprio scopo (3).

A tale nemico gli USA, lo Stato colpito l’11 settembre 2001, hanno visto aggiungersi, col tempo, dopo un’iniziale e generica solidarietà, la defezione di un potentissimo alleato: l’opinione pubblica mondiale.

A mio avviso questo fattore non è secondario per la comprensione dell’azione americana post 11 settembre, e va messo sullo stesso piano delle due importanti novità che gli attentati terroristici alle Torri Gemelle e al Pentagono avevano portato: 1. il primo attacco subito sul proprio territorio dagli States e 2. una guerra condotta su scala globale in cui la sfida maggiore consiste nell’identificare il nemico, più che nell’ucciderlo.

Se queste ultime due novità ci aiutano a capire la portata storica, dai tratti e dagli sbocchi ancora oscuri, della guerra attuale, la terza novità che ho elencato (gli USA costretti a muoversi in un mondo scettico) ci aiuta a capire l’aspetto più sottile della strategia americana, che intendo descrivere in queste brevi affermazioni, e che posso riassumere così: dall’11/09 ad oggi gli USA hanno considerato il mondo (soprattutto quello occidentale) come un’immensa platea che assiste allo spettacolo che loro stanno mettendo in scena sul palco della guerra. Più che alleati, gli altri Stati sono stati trattati come audience dello spettacolo della diplomazia statunitense, tesa a giustificare le proprie azioni unilaterali e il proprio diritto di difendersi (4).

Per sopperire alla brutalità di una tale sintesi (che, voglio precisare, non ha nessun contenuto ideologico, ma si basa su un’analisi scientifica), proverò ad approfondire la mia tesi.

Sapendo che la guerra della propaganda prepara sempre il campo a quella militare, la super-potenza che durante la Guerra Fredda aveva potuto contare sul solo fatto di essere se stessa per avere un vantaggio nei confronti dell’URSS (5), con la guerra al terrorismo internazionale (sarebbe più giusto dire con la seconda guerra del Golfo, ma nella definizione chiedo uno sforzo di immedesimazione nella retorica americana à la Bush), si è ritrovata a dover “conquistare” le coscienze di milioni di donne e uomini alla sua causa.

Una missione non da poco, che ha spinto l’Amministrazione a creare un vero e proprio apparato statale di propaganda (6), a partire da un centro propulsore come l’Office of War Information (7) (in grado di assicurare un controllo sulle notizie relative alla guerra efficientissimo, di fornire un’azione diplomatica e “di senso” nei confronti dei partner internazionali, e di infondere la giusta dose di paura nella popolazione americana ed internazionale.

Il controllo delle notizie.

La parola che forse oggi descrive meglio l’attività dei media nei confronti della popolazione americana è “disinformazione” (8).

A partire dall’11 settembre un mix di controllo politico, newsmaking (9)ed agenda setting (10) da parte dell’Amministrazione, censura ed autocensura ha fatto sì che l’opinione pubblica americana fosse “messa al riparo” dai dettagli più pericolosi della “crociata”. È facilmente ricordabile la stranezza della mancanza, nei reportage dell’attacco alle Twin Towers, di immagini di cadaveri (come se non ci fossero stati), come è ben noto l’occultamento dei rientri dei feretri dei soldati americani morti in Iraq, mentre il loro numero cresceva.

La particolarità di questo “controllo” è data dal fatto che, dopo gli attentati, sia stata proprio una fetta vieppiù maggiore di pubblico americano a chiedere alla stampa una copertura più approssimativa degli eventi, per paura di dare troppe informazioni ai terroristi (11) e dal fatto che, a differenza del precedente conflitto che aveva coinvolto Stati Uniti in Medio Oriente, la presenza di importanti fonti di informazione arabe, come le emittenti Al Jazeera e Al Arabiya, invece di portare una maggiore trasparenza nel racconto della guerra, ha condotto ad una più profonda polarizzazione delle propagande contrapposte.

È facile osservare come CNN e Fox News abbiano da subito impostato le proprie notizie nell’ottica americana, mentre le altre due lo abbiano fatto in quella araba. In entrambi i casi si è fatta largo una forma di “razzismo velato” nei confronti dell’altro, del diverso. Per facilitare il passaggio delle varie “versioni ufficiali” dei comandi militari, a partire dalla guerra in Afghanistan sempre meno giornalisti hanno ottenuto il privilegio di essere enbedded, vale a dire al seguito delle truppe, e sempre più cronisti hanno trovato posto nei vari alberghi al centro delle città, al riparo dalle vere operazioni di guerra.

Tutto questo, è bene ribadirlo, con la sostanziale approvazione dell’opinione pubblica, tanto che alla rivelazione delle foto delle torture perpetrate dai soldati americani ai prigionieri di Abu Ghraib, un vasto movimento popolare accusò i critici verso quei comportamenti di “antipatriottismo” (12).

Certo non sono mancate le eccezioni a questo controllo dell’informazione: soprattutto nel mondo giovanile si è espansa una rete di contro-propaganda e mobilitazione contro la guerra e la retorica di Bush, che ha visto i propri punti focali in siti come MediaLeus o Truthout, e, soprattutto, nell’uso rivoluzionario dello strumento delle e-mail, diventate de facto il principale strumento di coordinamento della rete stessa (13), e che meriterebbero una trattazione ben più ampia di quella possibile in questo articolo.

Appartiene alle eccezioni anche quella sorta di “stagione dei cento fiori” che ha portato alla nascita di decine di radio clandestine irachene dopo la deposizione di Hussein (14).

L’azione “di senso”.

Certamente il successo più importante della propaganda americana in questo campo è stato quello di aver portato ad uno slittamento di significato della parola “terrorismo”, che oggi è arrivata a comprendere ogni forma di minaccia e di attentato nei confronti delle democrazie e dei valori occidentali (15).

Le sedicenti armi di distruzione di massa a disposizione del regime iracheno dovevano essere percepite come una minaccia non solo per gli americani, ma per il mondo intero, e costituiscono solo uno degli esempi di informazioni e “casi” fatti circolare ad arte dall’Amministrazione Bush per giustificare (“giustificare” è in assoluto il termine più appropriato) il proprio unilateralismo e la dottrina della guerra preventiva.

A una tale “diplomazia semantica” appartiene anche l’esaltazione costante dei militari americani (16) e la significativa invenzione linguistica della old Europe, definizione spregiativa data ai governi contrari ai vari interventi militari, più potente, nella sua aggressività, di molte argomentazioni logiche.

Da sottolineare anche il sapiente uso di altre formule che si sono imposte nella discussione generale, sia tra i sostenitori che tra i detrattori della strategia militare statunitense: è il caso, per esempio, della definizione “Stati canaglia”, che tutti i leader politici e gli opinion makers, anche pacifisti, hanno dovuto utilizzare per farsi comprendere dagli ascoltatori dello show americano, cadendo nel circolo vizioso che sottolinea un guru della comunicazione politica come Lakoff, nella sua elaborazione della teoria del framing, e che possiamo ridurre al teorema quando si discute con qualcuno non bisogna usare il suo linguaggio (17).

La paura.

È, tra i tre, l’aspetto decisivo, ed è strettamente correlato ai precedenti.

La gestione della paura è l’elemento più sottile della propaganda americana contro il terrorismo, ed è l’arma più potente per assicurarsi il consenso interno necessario alla prosecuzione della guerra. Un esempio su tutti: negli USA circola da tempo una storiella (ispirata mai come stavolta alla realtà), che dice che il livello di allarme terrorismo che segnala Fox News (emittente vicina al Partito Repubblicano) nel sottopancia dei suoi tg è inversamente proporzionale all’indice di popolarità del presidente Bush; quando questo si abbassa, quello si alza, fino a raggiungere il livello “rosso” (il grado più pericoloso) nei momenti più difficili.

Per capire la connessione tra i due indici, si consideri la ricerca condotta da Salomon et al. nel 2004 (18), su un campione di cittadini americani. Il campione doveva rispondere a differenti scenari, e gli autori sottolineano come, quando veniva messo di fronte a scenari relativi all’11 settembre e alla propria morte, il suo appoggio a Bush cresceva notevolmente: il Presidente, dunque, veniva visto come la difesa contro i pericoli mondiali e personali, e qui sta buona parte del successo della politica della paura proposta al popolo americano.

La guerra a un nemico invisibile, il rischio legato ad ogni attività della nostra vita, l’insicurezza globale porta con sé un profondo senso di inquietudine e frustrazione.

I cittadini americani e mondiali si sentono tuttora (e devono sentirsi tali, nella logica della politica della paura) impotenti (19), e la loro impotenza li porta a scegliere la guida più sicura e forte. La paura è stata al centro della campagna per le elezioni presidenziali del 2004, in cui i Repubblicani hanno segnato un record di pubblicità avversativa nei confronti del candidato democratico Kerry, giudicato inadatto al ruolo di commander in chief degli USA (20).

Manipolando la paura, gli Stati Uniti si sono presentati alla propria audience internazionale di volta in volta vittime, consunti, feriti, ma anche forti, tranquilli, determinati: per anni ha fatto notizia, nel teatrino americano messo su apposta per noi, il colore della cravatta indossata da Bush nei suoi discorsi sullo stato dell’Unione, secondo la vecchia usanza per cui quando un presidente indossa una cravatta rossa, vuole dare un segnale di forza e di minaccia, mentre quando ne indossa una azzurra, vuole comunicare tranquillità e sicurezza.

La paura si è moltiplicata assieme alla copertura dei fatti criminosi da parte dei media, in una dimostrazione costante dell’insicurezza in cui il popolo si trovava a vivere, e al successo di opere cinematografiche incentrate sulla lotta tra un Bene assoluto e un Male altrettanto assoluto, come Il Signore degli anelli (che pure non è americano), vincitore addirittura di 11 premi Oscar, La Passione di Cristo, in cui il regista Gibson ha assegnato uno dei ruoli principali alla nostra Celentano nel ruolo di Satana, onnipresente lungo tutto il dipanarsi della storia, e The Village, che riprendendo un vecchio stilema della letteratura americana ritrae un villaggio antico (ma non troppo, come si scopre nel corso della pellicola) accerchiato da una minaccia mostuosa.

Si è calcolato che un terzo dei film prodotti in America dall’11 settembre ad oggi sia composto di film di guerra, in diversi casi finanziati (tra i 20 e i 160 milioni di dollari) da fondazioni e società vicine alla CIA: tra di essi, si alternano sapientemente, con dosi più o meno preponderante, le due tipologie di “cinema di sicurezza nazionale” secondo la definizione di J. M. Valentin (21): la “produzione di minaccia” concorre a creare il clima di paura nella società, quella “di strategia” bilancia la prima e rende più accettabile la realtà contemporanea con l’affermazione della forza americana.

La paura si trova quindi paradossalmente ad essere, contemporaneamente, l’arma usata dal terrorismo quanto quella usata dall’antiterrorismo (22): resta da capire, e non è semplice, chi la usi maggiormente, e meglio per i propri scopi. Sicuramente va detto che entrambe le parti hanno contribuito a strumentalizzare la paura della gente per propagandar(si) nei confronti dell’audience della guerra globale: un’audience pronta a dimenticare il contenuto dei messaggi minacciosi di Osama Bin Laden, ma non le immagini in cui erano contenuti.

A mente fredda, sulla base di quanto detto finora, sarebbe opportuno chiedersi se in questo mondo così spesso definito postmoderno quella inculcata all’opinione pubblica sia realmente paura o un simulacro di essa, socialmente costruito in una “significatività transoggettiva” (23), e usato per portare avanti gli atti della commedia messa in scena sullo scacchiere internazionale.


Note

1) Distinto dall’hard power, militare ed economico.

2) Cfr. Centro Militare di Studi Strategici, Comunicazione e politica internazionale. Mutamenti strutturali e nuove strategie, a cura di E. Diodato, Rubbettino, 2004.

3) Cfr D. Gabutti, Millennium, Rubbettino, 2003.

4) Si accenna una posizione simile anche in N. Snow, Information war. American propaganda, free speech and opinion control since 9/11, Seven Stories Press, 2003.

5) La propaganda degli Stati Uniti era senza dubbio semplice e vincente perchè poteva basarsi sul fatto che, per un buon lasso di tempo, chi stava a Mosca avrebbe preferito vivere a New York.

6) Cfr. J. Rifkin, Operazione oro nero, pubblicato su L’Espresso del 14/11/2002.

7) Cfr. N. J. O’Shaughnessy, Politics and propaganda: weapons of mass seduction, Manchester University Press, 2004.

8) Cfr. D. L. Altheide, Terrorism and the politics of fear, Rowman Altamira, 2006.

9) Processo con cui si dà rilievo a determinati particolari di un evento. A lungo andare e con un forte potere mediatico, si può modificare il concetto stesso di notiziabilità degli eventi.

10) Dinamica per cui i media determinano e ordinano gerarchicamente i temi su cui l’opinione pubblica discute.

11) Cfr. F. Rampini, La prima vittima è la verità, pubblicato su L’Espresso del 01/11/2001.

12) Cfr. S. Sontag, La parola tortura non esiste, pubblicato su L’Espresso del 03/06/2004.

13) Cfr. J. Theobald, The media and the making of History, Ashgate Publishing Ltd, 2004.

14) Cfr T. Bonini, Il cielo sopra Baghdad: l’etere irachena tra radio di stato, propaganda americana e stazioni clandestine, articolo pubblicato in N. Labanca et al., Comunicazione e guerra, comunicazione di guerra, Protagon ed, Ed. Università di Siena.

15) Cfr. R. Gasparotti, I miti della globalizzazione, Ed. Dedalo, 2003.

16) Per chi ha avuto modo di ascoltare notiziari o talk shows americani negli ultimi anni non è mancata occasione di sentire definita come “codarda” la tattica del “colpisci e fuggi” irachena, a differenza del valore dell’esercito americano.

17) Consiglio il suo testo fondamentale: G. Lakoff, Non pensare all’elefante!, trad. B. Tortorella, Fusi Orari Editore, 2006.

18) Citata in D. L. Altheide, op. cit.

19) Una trattazione molto esauriente può essere consultata nel bel saggio G. Priulla, Raccontar guai, Rubbettino 2006.

20 Cfr. D. Bendicenti, Con-vincere, Donzelli 2005.

21) J.M. Valentin, Hollywood, il Pentagono e Washington. Il cinema e la sicurezza nazionale dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri, Fazi 2005.

22) C’è chi ha scritto che con l’11/09 è iniziata “l’era del terrore”. Vedi S. Talbott – N. Chanda, The age of terror: America and the World after September 11, Basic Book, 2001.

23) Vedi U. Beck, La società cosmopolita. Prospettive dell’epoca postnazionale, Il Mulino, 2003.

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