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Il caso Moro visto da Giovagnoli

di 14 Novembre 2006Agosto 30th, 2020No Comments

Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta (16 marzo-9 maggio 1978) hanno segnato uno dei momenti più laceranti e tragici della nostra storia repubblicana Anche il recente volume Il caso Moro. Una tragedia repubblicana.

Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta (16 marzo-9 maggio 1978) hanno segnato uno dei momenti più laceranti e tragici della nostra storia repubblicana Anche il recente volume Il caso Moro. Una tragedia repubblicana il Mulino, Bologna, 2005, di Agostino Giovagnoli , che ricostruisce l’intera vicenda in un quadro storico ampio e convincente, ne richiama l’efferatezza. Brutale non solo per come si svolse, ma barbarica soprattutto nel suo epilogo, ove le ragioni dell’umano furono soffocate da una cecità assurda se non ancora inspiegabile.

Il dilemma che allora, in quei sofferti momenti, divise le forze politiche –tra fermezza (o ricerca della fermezza) di fronte al ricatto brigatista e questione morale circa la vita del prigioniero – attraversò anche le coscienze di ogni singolo cittadino. Questi, per la prima volta e in modo totalmente scoperto, provò a chiedersi se lo Stato potesse o fosse in grado di provvedere alla sua sicurezza, nel caso di un suo rapimento, così come per quella del suo vicino. Soprattutto se anonimo.

Allora, l’ansia per il martellante trascorrere dei giorni attraversato da notizie che si rimbalzavano minuto dopo minuto ha attanagliato la coscienza di quanti una risposta chiara non riuscirono (e ancora oggi non sono riusciti) a averla: 54 giorni di stupore tragico per non essere riusciti a trovare se non assassinato il presidente della DC.

Molte di quelle coscienze dopo anni si sono rassegnate ad accettare che la fine del leader democristiano fosse già segnata così come quella degli uomini della sua scorta. Tra quelle coscienze ce ne sono ancora alcune che non hanno rimosso dubbi e perplessità per la mancanza di spazi – politici e umanitari – che non si riuscirono a trovare per la salvezza del prigioniero. Tra la fermezza e la possibile linea umanitaria – forse – si sarebbe dovuta inserire – in qualche modo – un segnale, un gesto, un’azione simbolica, da parte di chi aveva provocato il dramma.

Oggi, a riaprire squarci abbastanza larghi del Palazzo coinvolto nelle scelte politiche, interviene nel dibattito – e per certi aspetti per offrire risposte oggettivamente condivisibili – il poderoso lavoro di A. Giovagnoli .

Poderoso soprattutto non per le 382 pagine che si fanno leggere con ansiosa partecipazione, quanto per lo spessore e la copiosità delle notizie, organizzate  – e questo è stato un atto di gran coraggio – per “fare storia”, riportando infatti l’Autore tutta quella vicenda sul binario che le appartiene: la Storia, appunto, costruita con i documenti, le dichiarazioni dei verbali delle direzioni dei partiti, i diari dei singoli protagonisti, i ricordi, le testimonianze offerte alle due Commissioni Parlamentari, nonché gli atti giudiziari dei cinque processi e la non scarsa storiografia, che in un modo o nell’altro ha attraversato la vicenda di Aldo Moro e il partito della Democrazia Cristiana.

Il “fare storia” per Giovagnoli ha significato e significa molte cose insieme. Innanzitutto chiudere ogni spazio alla “dietrologia”, ovvero bloccare ogni tentativo di correre dietro alle “ipotesi fantasiose”, come anche sostiene il figlio dello Statista, Giovanni Moro, che l’Autore cita nell’introduzione. Poi definire con esattezza tutta la vicenda nei minimi particolari per scioglierne residuali angoli d’ombra che – purtroppo – ancora persistono. Poi ancora recuperare fino in fondo l’animus della società italiana di quello specifico momento, attraverso le testimonianze temporalmente contigue alla vicenda Moro, evitando gl’interventi a posteriori, che potrebbero essere depistanti e/o fuorvianti. Nello stesso tempo, far emergere in qual modo le difficoltà politiche di quei giorni non abbiano trovato la giusta sintesi per la presenza di un terreno culturale e politico ancora troppo desertificato per gli antichi odi, lacerazioni e diffidenze che perduravano tra alcune forze politiche da trenta anni e che proprio la vicenda Moro in qualche modo contribuì a sciogliere lentamente.

Infatti, si avviò – annota puntualmente Giovagnoli –tra le due forze maggiori –DC e PCI – uno sforzo progressivo di riconoscimento e di “legittimazione”, che spinse il PCI a compiere un “salto” politico irreversibile. “Tale dibattito produsse, inoltre, il massimo avvicinamento fra PCI e DC dell’intera storia repubblicana dopo il 1947, determinando un’adesione comunista, per molti versi definitiva, alle istituzioni della democrazia italiana”.

Per la prima volta, secondo noi, l’operazione che stava per essere messa in atto da Moro per includere il PCI in una maggioranza di programma, svolta in chiave antitrasformistica, era intesa a “legittimare” e, quindi, recuperare chi era stato “delegittimato” da una situazione storica oggettiva. L’operazione morotea era partita da lontano con la “strategia dell’attenzione” elaborata nel 1974, ed era finalizzata alla realizzazione di un bipartitismo perfetto per gestire, ciascuno per il proprio ruolo, la democrazia repubblicana. Scenario che si suppose realizzare possibilmente dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato nel dicembre del 1978. Operazione antitrasformistica, si diceva, perché intesa a riconiugare tutte le forze del 1946 in una nuova accettazione della Repubblica nata dalla Resistenza.

Durante il sequestro Moro, il PCI accelerò un percorso già iniziato da tempo, guidando – suggerisce Giovagnoli – un vasto mondo di sinistra verso una fiducia sempre più convinta nelle istituzioni democratiche. Il suo gruppo dirigente dovette affrontare un compito difficile: convincere un’area molto larga della società italiana che “questo Stato”, da sempre rappresentato e denunciato al servizio del capitalismo e degli Americani, era l’unico sistema di istituzioni collettive di cui il Paese disponesse, che andava comunque difeso e salvato perché garantiva la democrazia.

Nella fase del sequestro Moro vennero al pettine nodi che – forse – difficilmente, in altre circostanze, si sarebbero presentati. In quella esperienza non solo essi non furono dipanati, ma misero a nudo la fragilità della DC incapace e/o impossibilitata a scegliere tra il cedimento e la fermezza, almeno nella prima fase del sequestro. E in quella circostanza si assistette all’emergere di una DC che – annota Giovagnoli -“si sottrasse alla logica della guerra fredda” smentendo le illusioni brigatiste di riuscire a seminare il panico e la reazione nel Paese.

L’Autore fa bene a chiarire questo passaggio affermando: “Alla convinzione, già acquisita da tempo, che il comunismo dovesse essere combattuto solo con metodi democratici, si aggiunse allora quella che la convivenza democratica poteva essere rifondata in Italia solo con il concorso di tutte le forze politiche, compreso il mondo comunista”.

In tutta la ricostruzione dei 54 giorni Giovagnoli ha modo di chiarire le perplessità di questo riavvicinamento non solo all’interno della DC, ma soprattutto nel PCI per i suoi legami con il mondo sovietico, da cui pure lentamente, dal 1975, i rapporti erano sempre meno vincolanti, ma pur sempre effettivi. Dai verbali delle numerose riunioni emergono le valutazioni di questo o quel personaggio di rilievo del partito che in quel momento aveva il potere di decidere: la DC. Proprio grazie a questa ricostruzione di Giovagnoli , in una visione organica e non spezzettata degli eventi che si susseguirono, oggi si comprende meglio che quel governo fu “immobile” o condannato all’”immobilismo” e costretto a “decidere” momento per momento dovendo tener conto dell’opinione pubblica, degli intellettuali, della prostrazione della famiglia, della Chiesa e di Paolo VI, che era stato ed era “amico” di Aldo Moro, che da giovane universitario fu presidente della FUCI, cui subentrò Giulio Andreotti. La Storia riportava dopo anni i tre protagonisti di tempi di speranza su terreni minati e drammatici.

La narrazione di tutta la vicenda non solo non stanca, ma ci trascina nella moltiplicazione delle sequenze delle indagini e delle posizioni assunte dai vari partiti tra un compatto fronte della fermezza ed uno umanitario, apertosi successivamente nel PSI e poi nella stessa DC.

Giovagnoli ha la capacità di guidare, con densa levità, l’occhio del lettore ora nei meandri delle discussioni tra e nei partiti e i loro referenti, ora tra e nei distinguo delle singole posizioni, in un alternarsi di piani che alla fine sono tutti convergenti a dare il senso di un “coro” di voci in attesa che quell’evento si risolvesse positivamente. Per la famiglia, per il partito della DC, per la società italiana. Ed egli fa bene a richiamare l’atmosfera di una vera e propria tragedia greca.

Cio’ che colpisce di questa “ri – costruzione” è il taglio, la caratterizzazione che lo Studioso riesce a fornire della figura di Moro: intellettuale della politica, pervaso da una pudica e limpida religiosità nella sua azione politica, intellettuale dotato di una visione armonica tra esigenze tattiche e strategiche, alieno dall’ideal tipo del faccendiere o dalla politique politicienne tout court. Moro fu intellettuale a tutto tondo perché i suoi valori furono nutriti di storia del diritto naturale e positivo, contaminati al tempo stesso dal soffio vivificante della religione cristiana. Religiosità che si è potuta cogliere soprattutto nei giorni estremi del suo tormento, in cui fu costretto a recitare – e lo fece al più alto livello – il ruolo del mediatore di se stesso in quanto prigioniero e tra i suoi scherani, il governo e lo Stato, quello Stato di cui voleva recuperare le ragioni più profonde della sua essenza e della sua esperienza storica, inteso come rei pubblicae, in cui per tutti fosse possibile vivere la propria esperienza, anche la più crudele, come quella degli “uomini” –come disse Paolo VI – delle BR, che proprio perché i più fragili e inesperti, andavano compresi e riassorbiti nel grande disegno della democrazia, che risulta sempre più un bene che si costruisce giorno dopo giorno. Democrazia – come suggerisce Paolo Mieli – che è sempre preferibile, anche se zoppicante, ad ogni tipo di dittatura. Anche quando riveste i panni del terrorismo o della follia omicida.

L’Autore “ri – facendo la storia” di quei 54 giorni ha tracciato un quadro a più tinte della stagione della crisi del 1978, facendo anche emergere sullo sfondo un richiamo di grande significato, nel senso che i contrasti politici, quando sono rabbiosi e laceranti, non portano ad altro che al deserto e all’assenza di pietas.

Anche per la questione delle lettere di Moro, Giovagnoli ha compiuto un’operazione preziosa di “ricomprensione” di quei messaggi, reinserendoli nel clima dei 54 giorni ossessivamente ruotanti intorno a lui prigioniero, che per un verso “delegittimava” i suoi antichi amici perché invischiati in un’azione politica “anomala”, per l’altro, ne invocava decisioni incisive con la tenerezza dei sentimenti di chi insieme e per tanti anni aveva vissuto la storia di un partito simbolo di libertà individuali e collettive. Lettere che è giusto – cosi’ come scrive Giovagnoli– restituire al suo autentico valore storico ed etico. Esse furono il grimaldello che scosse il PSI di Craxi, che si fece interprete “del dilemma etico “tra rispetto delle leggi e valore della vita umana”. Al PSI fecero eco altri esponenti di primo piano. E’ vero – scrive l’Autore – che l’atteggiamento del PSI poteva rispondere ad “interessi politici contingenti”, ma è pur vero che rappresentò il suo appello un fatto nuovo a fronte dell’ ”immobilismo” che contraddistinse l’asse DC-PCI. Anche per le posizioni dei radicali e degli intellettuali, Giovagnoli espone osservazioni e valutazioni di rigoroso recupero delle loro ragioni, inserite in un clima che era stato irrimediabilmente segnato dagli effetti della guerra fredda. In quell’atmosfera che ebbe molto – appunto – di un dramma greco, con il suo “coro” e il suo tragico epilogo, Giovagnoli “ri-facendo la storia” ci ha permesso di riguardare dentro a quel dramma facendoci intendere – è mia personale opinione – che i contrasti politici, quando sono profondi e dettati da rabbia e da odio, non possono all’improvviso disciogliersi e far cogliere nell’immediato quei frutti, che possono essere copiosi soltanto quando la democrazia, con tutti i suoi pro e contro, è condivisa e non può valere solo per alcune stagioni o convenienze.

Il caso Moro. Una tragedia repubblicana di Agostino Giovagnoli, il Mulino, Bologna, 2005

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