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I “Soldati” secondo il generale Fabio Mini

di 12 Marzo 2009Settembre 17th, 2020No Comments

Nel volume “Sondati” il generale Fabio Mini osserva che il problema della sicurezza, dopo la fine della guerra fredda, si sia profondamente trasformato. Analizza, inoltre,il modo attraverso il quale, cambiando lo stesso senso dei conflitti, il nostro apparato, in carenza di integrazione europea e planetaria, di fatto non serva più alla “difesa della patria”.

Alla fine della lettura di “Soldati” torna alla mente la recente intervista al generale Fabio Mini (1) pubblicata sul Venerdì di «Repubblica».

Così il giornalista: “In un Paese normale sarebbe ministro della Difesa. Nel nostro è un miracolo, con quello che dice, che sia arrivato dove è arrivato”; “Non l’ho mai capito neanch’io” ammette il generale “Forse i miei superiori non leggevano quel che scrivevo, forse non lo capivano, oppure erano segretamente d’accordo con me”.

Al di là di quanto possano essere plausibili i motivi che non hanno impedito la sua meritata e brillante carriera, un fatto è comunque certo: il breve saggio del generale, ormai in “ausiliaria”, potrebbe contribuire a sfatare tanti luoghi comuni su cosa voglia significare la vita militare.

Innanzitutto uno stile efficace, scorrevole che nulla ha a che vedere col linguaggio burocratico o roboante in uso nelle Forze armate. Poi i contenuti, che fanno di “Soldati” un testo pieno quella vis polemica e concretezza aliena da ogni ipocrisia e solidarietà di casta.

Lo capiamo bene quando Mini, senza alcuna remora, scrive: “Le forze armate e di sicurezza, la loro dimensione e la loro qualità sono ormai indipendenti dalle reali esigenze operative e dalle risorse economiche. Non sono al servizio della sicurezza, ma di chi le vede come mucche da mungere, bacini clientelari…” (pag. 122); oppure: “In altri settori, anche di vertice, l’etica è stata sostituita dalla logica delle cordate politico-industrial-militari e dalle fedeltà extraistituzionali” (pag 124).

L’autore, mettendosi nei panni di generale “dei soldati”, “razza” diversa dal generale “dei politici” (pag. 53), affronta appunto il tema della sicurezza che, dopo il 1989, non è più possibile affrontare con i vecchi schemi (e uomini) propri dell’epoca della guerra fredda.

L’auspicio di un “modello integrato di sicurezza” e non più dell’ennesimo modello di difesa “da disattendere”, si scontra con una realtà che, più che mai dopo l’11 settembre 2001, si è avviata, all’insegna della paura a essa strumentale, verso una guerra “che nessuno era pronto ad affrontare”: “Da allora combattiamo il cosiddetto terrorismo globale come se fossimo ancora nella Guerra fredda” (pag. 116), opponendo missili nucleari contro i kamikaze e disinteressandosi dell’efficienza dell’intelligence e di quelle tecniche di penetrazione e di lotta oggi necessarie per fronteggiare bande di uomini abituati a muoversi e vivere nella precarietà.

In altri termini ci si ostina ancora a militarizzare conflitti che non rispondono ad alcuna logica militare, persistendo nell’approccio “might is right” (la potenza ha sempre ragione) e non in quello del “right is might” (ciò che è giusto è potente), peraltro anche quest’ultimo insufficiente a risolvere tutti i problemi della sicurezza.

Non essendo stato fatto alcuno sforzo strutturale e concettuale per adeguarsi alle nuove sfide della guerra globale, le presunte innovazioni vengono fatte non più sulla base di minacce concretamente quantificabili ma, secondo Mini, sulla scorta di paure strumentali che dissimulano le vere intenzioni e i veri sfruttatori della potenza militare.

Ormai integrati in questo nuovo contesto, fatto anche di mercenari o “contractors”, l’autore ricorda cosa voleva dire in passato la leva nel nostro esercito e cosa vuol dire adesso essere professionisti con uno stipendio di 1000 o 1200 euro al mese: spesso indebitati, a volte con fedina penale poco pulita, la diversità della vita nelle caserme ancora attive fino a qualche anno fa e la vita dei soldati nelle basi militari; non ultimo il paradosso della “guerra umanitaria”, con tutto il seguito di ipocrisie, anche lessicali.

Mini, ricordando vicende accadute durante la sua quarantennale carriera, non dimostra alcuna indulgenza verso quegli ufficiali che, accantonata l’etica necessaria per svolgere la propria professione, si atteggiano ad ottusi guerrieri travestiti da Rambo; e parimenti, nessuna indulgenza nei confronti di politici come Donald Rumsfeld e di una politica U.S.A. che svilisce la N.A.T.O. (si parla evidentemente dell’amministrazione Bush jr.): “non è più il luogo della pari dignità, ma la palestra per gli esercizi muscolari degli Stati Uniti” (pag. 116).

Ci sarebbero molti altri temi controversi presenti nel libro degni di essere segnalati: basti sapere che “Soldati”, volume caratterizzato da scrittura particolarmente scorrevole e comprensibile anche per i non addetti ai lavori, ha il merito di rappresentare in poche pagine il filo rosso che lega la precarietà del soldato professionista, ai bilanci, alle poltrone degli alti vertici di Stato Maggiore, con la definizione delle strategie imbastite, almeno in teoria, per assicurare l’incolumità di tutti noi.

Fabio Mini, Soldati, Einaudi, Torino 2008, pp. 128, € 9,00.


Note

1) Fabio Mini è stato Capo di stato maggiore del Comando Nato delle forze alleate Sud Europa e al vertice della Kfor in Kosovo. É autore di La guerra dopo la guerra (Einaudi 2003). Collabora con «La Repubblica» e «Limes».

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