Il nuovo saggio di Mario Fiorillo affronta la secolare evoluzione del confronto tra diritto e guerra, soprattutto nel nostro mondo occidentale, e i tentativi, sempre precari, di regolare i modi e i tempi del “fare la guerra”.
«La guerra vive, da sempre, un precario equilibrio fra regole e fatti, norme e violenza, furore e rigore»: così la quarta di copertina del nuovo saggio di Mario Fiorillo che ci introduce nel difficile e sfuggente campo del confronto tra diritto e operazioni belliche, dei processi di legittimazione dei conflitti e dei tentativi di regolare i tempi e modi di fare la guerra.
“Guerra e diritto” è opera di meno di duecento pagine, che, nonostante quella destinazione accademica (l’autore è professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico e Legislazione dei beni culturali presso l’Università di Teramo) che legittimamente poteva far sospettare un qualcosa di poco leggibile, invece risulta scorrevole e comprensibile; tanto più se consideriamo da un lato quali e quante opere autoreferenziali e scombiccherate spesso ci propinano i nostri docenti e dall’altro la vastità e la complessità dell’argomento preso in esame, a cavallo tra diritto e geopolitica.
Fiorillo, non lesinando un gran numero di citazioni colte e di origine letteraria, ha costruito un percorso in quattro capitoli (“ Guerra e diritto ”, “ Guerra e Stato sovrano”, “ Guerra e democrazia costituzionale”, “I conflitti armati nel nuovo disordine globale”) che in altri termini si potrebbe definire come trattazione sintetica sul significato dello “ius ad bellum” (diritto per la guerra) prima, poi dello “ius in bello” (diritto nella guerra), per poi finire con lo “ius contra bellum” (diritto contro la guerra) degli ultimi decenni.
Se è vero che molte delle pagine di “ Guerra e diritto ” sono dedicate all’evoluzione del pensiero su cause, oggetto e rimedi alla guerra, alla complessa regolamentazione dei conflitti armati del XX secolo, alle “connotazioni offerte dalla guerra come condizione naturale”, soprattutto quando si consideri lo ius belli come massima espressione della sovranità e dello Stato, colpisce tuttavia che l’analisi del giurista si riveli particolarmente in sintonia con quanto scritto pochi anni fa dal generale Mini; autore peraltro non poche volte citato in merito ai nuovi conflitti asimmetrici che caratterizzano il nostro mondo post guerra fredda: «e infatti le democrazie occidentali dinanzi all’impossibilità di regolare le guerre non trovano di meglio che rimuoverle concettualmente dal loro armamentario linguistico» (pag. XI).
Ed ancora: «Il risultato paradossale è stato che il rifiuto culturale della guerra si è trasformato negli ultimi decenni nel ripudio di ogni sua disciplina normativa» (pag. 42); «Gli interventi armati che caratterizzano la struttura delle neo-guerre, compresi quelli cosiddetti a fini umanitari, stentano infatti a trovare una collocazione giuridica nelle norme stabilite dalla Carta delle Nazioni Unite, come pure nella prassi internazionale. Va da sé però che il principio di effettività resta anche un ingegnoso strumento inclinato verso l’imperio della pura forza» (pag. 19).
Mentre la prima metà del libro ci indica come la nozione di guerra classica appaia sempre più una reliquia di tempi andati, un pezzo di archeologia politica, i capitoli III e IV, che ci introducono al diritto e ai disastri dei nostri giorni, risultano quelli che forse più possono interessare il lettore appassionato di geopolitica.
Quanto scrive Fiorillo sull’art. 11 della Costituzione non è certo niente di particolarmente inedito, ma una trattazione come quella presente nel saggio, che consideri contestualmente il dato letterale della norma e le concrete situazioni che sono venute in essere in questi anni (Kosovo, Iraq, uso delle basi NATO), fornisce strumenti interpretativi e solidi argomenti a tutti coloro che in questi anni non si sono fatti condizionare dalla propaganda politica pacifista e bellicista presente sui media; ovvero il saggio di Fiorillo – come era lecito attendersi da una trattazione di carattere scientifico – contesta efficacemente la vulgata dell’art. 11 C. sia come norma obsoleta e da interpretare restrittivamente se non da disattendere, sia come norma ad uso di pacifisti senza se e senza ma.
Impostazione coerente con la citazione da Giovanni di Salisbury, parafrasando la quale «il diritto senza la forza è muto, ma la forza senza diritto diventa cieca, priva di ogni ragione» (pag. 160).
Mario Fiorillo, Guerra e diritto, Laterza, Bari 2009, pag. 186, euro 20,00
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