L’interesse di Ombretta Ingrascì per lo studio della figura femminile nelle organizzazioni mafiose viene da lontano, fin dalla sua tesi di laurea, ed è proseguito negli anni con la pubblicazione di articoli inerenti questo tema fino ad ora mai troppo frequentato.
Il saggio “Donne d’onore” perciò si rivela un libro dove l’autrice ha potuto proporci una sintesi di argomenti e studi che conosce molto bene e che vogliono rispondere sostanzialmente a due interrogativi: quale ruolo hanno avuto le donne all’interno della mafia e come questo è cambiato nel corso degli ultimi trent’anni.

Un tema quello della presenza femminile nel contesto mafioso che si è dimostrato quanto mai d’attualità, nonostante tradizionalmente sia stato sottovalutato, vuoi per un pregiudizio culturale che viveva di stereotipi, vuoi a causa di una giurisprudenza “paternalistica” che, in linea con la tesi del “vincolo socio-criminologico”, non considerava la possibilità che le compagne e le parenti dei mafiosi potessero rivelarsi consapevoli e con una loro autonomia decisionale; come a voler confermare l’adagio che “una donna non si picchia neppure con un fiore”.
Negli anni invece si è compreso come la realtà delle cosche fosse molto ma molto avara di ingenue fanciulle.
Le motivazioni di questa rinnovata attenzione al fenomeno, ben delineata da Ombretta Ingrascì, sono sostanzialmente due: l’una che potremmo dire di carattere esterno, ovvero inerente quell’emancipazione femminile in realtà ancora assente nella cultura criminale della mafia (si è parlato di “pseudoemancipazione” visto il contesto fortemente maschilista), l’altra invece che riguarda più strettamente la recente evoluzione dell’organizzazione, tra affarismo, finanza e periodiche carenze di vertici maschili, magari detenuti con art. 416 bis, e dove l’apporto femminile si è rivelato sempre più necessario, ben oltre il tradizionale ruolo di messaggera e di educatrice di piccoli e grandi mafiosi.
Una panoramica su di una parte dei capitoli e paragrafi vi farà comprendere come l’argomento sulla donna in rapporto con la mafia e la ‘ndrangheta in questo saggio sia stato analizzato da molteplici punti di vista, alcuni dei quali sicuramente ignoti ai più:
-“Il ruolo tradizionale delle donne nella mafia” (trasmissione del codice culturale mafioso, incoraggiamento alla vendetta, garante della reputazione maschile, merce di scambio nelle politiche matrimoniali);
-“Lady Boss: il ruolo criminale delle donne nella mafia” (donne e narcotraffico, corrieri e spacciatrici, organizzatrici di traffici di droga, donne e attività economico-finanziarie, donne e potere mafioso, la funzione di messaggera primo passo verso la delega di potere, funzioni direttive come custodi del potere maschile, la teoria della pseudoemancipazione);
-“ Donne di mafia: da impunite a imputate (il paternalismo giudiziario, la costruzione dello stereotipo tradizionale, l’impunità femminile, la decostruzione dello stereotipo tradizionale, donne imputate e condannate per 416 bis);
-“Il pentitismo al femminile” (le donne dei collaboratori di giustizia tra solidarietà e ostilità, il modello vendicativo, il modello emancipativo, una pentita si racconta: la storia di Rosa N.).
L’autrice ha avuto il merito di raccontarci delle donne di mafia con rigore, senza alcuna concessione ad una sorta di facile e superficiale giornalismo, pubblicando così uno saggio vero e proprio e mantenendo nel contempo uno stile scorrevole e potabile anche per il grande pubblico.
Di giornalistico, ma sempre funzionali allo studio “scientifico”, ci possono essere semmai alcune citazioni ed in particolare l’interessante appendice che riporta gli articoli su Ninetta Bagarella di Mario Francese, al cui omicidio, avvenuto il 26 gennaio 1979, non devono essere state estranee le sue coraggiose inchieste su mogli e maestrine di noti boss.
Ombretta Ingrascì in questo modo, e con l’apporto di interviste che, per rimanere nell’ambito delle scienze sociali, potremmo definire di tipo “qualitativo”, osservando la molteplicità delle donne di mafia, ha ritenuto opportuno integrare la prospettiva giudiziaria con quella culturale e con lo studio delle singole storie: in altri termini ha voluto supportare i documenti processuali con le testimonianze dei protagonisti, i macroprocessi sociali con le biografie individuali.
La conclusione a cui giunge l’autrice è che, nonostante il ruolo delle donne nelle organizzazioni criminali sia cambiato, passando dalle funzioni più tradizionali come quelle di custodi della cultura mafiosa e istigatrici di vendetta, alle più moderne e coinvolgenti funzioni di manager, a volte vicarie del boss, in realtà, come brevemente anticipato, non si tratta di vera emancipazione, ma in qualche modo sempre di una forma di sfruttamento, avendo ben presente che una sorta di patriarcato, tra gli affiliati e i tra i manovali della “onorata società”, non è mai venuto meno.
“ Donne d’onore”, si rivela un’eccellente introduzione per comprendere la complessità del fenomeno mafioso, o almeno per avvicinarsi ad una sua parziale comprensione; il tutto grazie anche ad ampi riferimenti documentari (in fondo ad ogni pagina abbiamo minimo due note) e ai materiali originari di ricerca, come colloqui con collaboratori di giustizia e testimoni di processi di mafia.
Ombretta Ingrascì ha conseguito il Ph.D. in Storia presso il Queen Mary College, University of London. Attualmente svolge attività di ricerca e didattica su temi relativi alla criminalità organizzata presso università, organizzazioni non governative e istituti di ricerca. È inoltre impegnata in attività di educazione alla legalità nelle scuole medie inferiori e superiori.
Ombretta Ingrascì Donne d’onore. Storie di mafia al femminile. Prefazione di Renate Siebert – Bruno Mondadori, maggio 2007 – Pagine 200 – € 18,00
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