«Ci sono momenti in cui sono convinto di essere inadatto a qualsiasi rapporto umano».
Franz Kafka, Diari

A voi capita di sentirvi diversi dagli altri? Radicalmente diversi, di una diversità che vi isola o, in taluni casi, vi esalta?

Non mi riferisco al sentirsi migliori o peggiori, ma lontani, come se si parlasse un’altra lingua, anche interiore. Come se i gusti, la condotta, il modo di vedere le cose, rispetto al linguaggio “pubblico”, sociale, convenzionale (anche quando vuole presentarsi come anticonvenzionale), appaiano un territorio totalmente alieno.

Questo è un fatto positivo o negativo? Io lo vedo in adolescenti e studenti universitari, in qualche modo esclusi “dal gruppo” perché non si conformano a gusti, idee, modo di parlare, azioni dei loro coetanei. E lo vedo come crisi, nel senso greco del termine, cioè “separazione”.

Ma dove c’è separazione, c’è scelta tra cose che, appunto, sono separate: hai davanti due strade, scegli se andare di qua o di là.

Ecco, vista così, la crisi è, sì, patimento, ma anche opportunità di decidere, di formare la propria identità.

Certo, tutto questo ha un fondo di profonda tristezza, ma non sarà forse questo il prezzo da pagare per sentirsi al mondo senza rinchiudersi nell’ormai dilagante individualismo?

Si può sentire la sofferenza altrui, filtrandola dalla propria, se si ha sentimento, anche percependosi “inadatti a qualsiasi rapporto umano”. Oppure ci si può sentire talmente autentici e veri, da volersi solo isolare.

Questa confessione di Franz Kafka mi ha sempre ricordato l’inizio della «Metamorfosi»: «Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato in un insetto mostruoso», e anche l’inizio delle «Memorie dal sottosuolo» di Dostoevskij: «Io sono un uomo malato, astioso».

A proposito, volete un video su questi due libri?

La questione è capire cosa farsene della diversità. Usarla “contro” gli altri o come scusa per chiudersi e affliggersi, o farne una forza costruttiva per sé e per gli altri. A voi la parola.

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