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Tra i molteplici percorsi e temi che “Il futuro come fatto culturale ” di Arjun Appadurai suggerisce, la recensione ne insegue anzitutto il metodo e l’etica, alla cui luce l’autore propone di rinnovare la riflessione antropologica e non solo.

Esclusione sociale, diritti; finanziarizzazione dell’economia, valore sociale dei beni; speculazione immobiliare, difesa del suolo pubblico; violenza, speranza: l’ultimo lavoro dell’antropologo Arjun Appadurai – una collezione di saggi in parte inediti, in parte riproposti – si articola lungo tutte le grandi questioni che segnano, come da sottotitolo, la condizione globale.

Forte delle proprie origini in uno dei Paesi del mondo, l’India, dove questa condizione ha generato e genera le più acute contraddizioni, l’autore si spinge a interpretare anche ciò che per la nostra comune sensibilità occidentale sembra insondabile.

Perché nelle guerre contemporanee la violenza si scatena con tanto accanimento contro i corpi di quanti sono ritenuti nemici? Non era così in passato, o almeno, non laddove arrivava la nostra consapevolezza, guidata dai nostri occhi. È il “lato scandaloso” della postmodernità (p.119), secondo Appadurai , che si manifesta là dove la forma degli Stati nazione collide con i flussi della finanza globale e gli abitanti della terra assistono al graduale dissolvimento delle proprie certezze sociali e culturali.

La dimensione locale, che ai primi interpreti della globalizzazione era sembrata l’avamposto contro l’omogeneizzazione dei mercati e la globalizzazione stessa, sotto la lente dell’etnografia non sembra confinabile entro il perimetro di geografie, storie, società ritenute differenti: del resto, gli scambi, il superamento dei confini sociali e culturali tra i popoli hanno scandito l’intera storia dell’umanità.

Si è invece rivelata, più dinamicamente, come il repertorio delle “condizioni di possibilità” a partire dalle quali individui e gruppi fanno esperienza di sé e costruiscono il proprio futuro .

È su questo repertorio che la globalizzazione ha inscritto il grande mutamento di cui siamo oggi testimoni, arricchendolo oltre ogni misura e tuttavia polarizzando tra quanti possono accedere a condizioni al rialzo e quanti invece sono avviluppati in dinamiche al ribasso.

Al centro della riflessione di Appadurai non vi è però l’Europa, e solo tangenzialmente gli Stati Uniti, dove pure l’antropologo ha maturato la propria carriera accademica fino a diventare uno dei massimi esponenti dei cultural studies. In questo senso il libro riserva al lettore un esercizio di decentramento non scontato: il riferimento all’India, oltre a essere esteriore laddove fornisce i casi concreti a sostegno dell’interpretazione, si coglie nella peculiare visione del mondo e di persona che li sottende, soprattutto quando si tratta del rapporto tra politica e violenza. Ne sono esempio il capitolo dedicato a Gandhi (pp. 101-117), in cui la figura e l’azione del Mahatma vengono ricondotte alle proprie matrici storiche e religiose, ben distanti dalle letture a uso e consumo occidentale; i paragrafi sulla “chirurgia politica” inflitta nelle guerre contemporanee (pp.130-138) e sull’“umanità di scarto” che resiste e si organizza nelle baraccopoli di Mumbai (pp. 166-170).

E se questo esercizio fosse oggi imprescindibile al nostro pensiero?

Potremmo lasciarci suggerire dai luoghi della terra dove l’emergenza è esperienza quotidiana che il conflitto non è anomalia, interruzione più o meno momentanea dell’ordine sociale, ma l’esito, fatalmente penetrato al fondo di molte società, della sistematica svalutazione delle persone comuni, in termini di risorse sociali e culturali (pp. 115-116).

Qui si inserisce l’antropologia, quella disciplina sociale che pur modificando nel tempo i propri paradigmi, si è sempre interessata anzitutto “del lento movimento del quotidiano” (p. 392), lasciando però finora la pertinenza della riflessione sul futuro alle scienze economiche, naturali, alla statistica, e dunque a tecniche previsionali il cui impianto è astratto dalle concrete capacità umane di ripresa, di resistenza e di critica. Ecco quindi la necessità di sottrarre il pensiero sul futuro all’ “etica della probabilità”, “quei modi di pensare, sentire e agire che sfociano in ciò che Ian Hacking ha chiamato ‘la valanga dei numeri’… [e che] in genere sono collegati alla crescita del capitalismo dell’azzardo” (p. 405).

Cosa pensare di fronte all’ingegneria finanziaria che scommette sui disastri attraverso i cat bond, le “obbligazioni catastrofe”? La risposta di Appadurai sta nell’ “etica della possibilità”, “quei modi di pensare, sentire e agire che ampliano gli orizzonti della speranza, espandono il campo dell’immaginazione, generano maggiore equità […], allargano gli spazi di una cittadinanza informata, creativa e critica (ibid.).

Da parte sua l’antropologia – e non solo, perché secondo l’autore la ricerca tout courtdovrebbe essere riconosciuta alla stregua di un diritto umano (pp. 369-389) – deve disporsi a rilevare e interpretare le “idee di vita buona” che animano e orientano gli individui e le società, e la capacità di aspirare, ovvero la “capacità di navigazione” (p. 397) grazie alla quale le componenti più svantaggiate delle società fanno fronte alle logiche dell’emergenza e della catastrofe con quella “disciplina della pazienza” che sa convertire “l’aspettare che” in “aspettare di” (p. 172): la chiave di volta, secondo Appadurai , per “strategie fondate sulla speranza” (p. 166).

A. Appadurai, Il futuro come fatto culturale. Saggi sulla condizione globale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2014, pp. 444, euro 29.

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