Durante la campagna elettorale da poco conclusa le forze politiche che si richiamano all’Unione hanno ripetutamente dichiarato che, in caso di vittoria elettorale, lo sviluppo del sistema universitario e della ricerca sarebbe risaltato tra le priorità del nuovo governo.

Durante la campagna elettorale da poco conclusa le forze politiche che si richiamano all’Unione hanno ripetutamente dichiarato che, in caso di vittoria elettorale, lo sviluppo del sistema universitario e della ricerca sarebbe risaltato tra le priorità del nuovo governo. Chi, come il sottoscritto, ha votato per l’Unione per scelta di campo, ha fermamente creduto a quelle dichiarazioni programmatiche e continua a crederci, fino a prova contraria. Tutti i big di partito si sono spesi in dichiarazioni pubbliche perciò adesso l’aspettativa è alta. Ora, in attesa della definizione delle responsabilità ministeriali, potrebbe essere utile provare a suggerire una realistica linea di politica della ricerca per delineare le prime iniziative da intraprendere all’avvio di un processo di rinnovamento di medio lungo periodo.

Non si può non tener conto delle difficoltà della situazione generale. Se, come afferma il Fondo Monetario Internazionale, il nostro deficit viaggia verso il 4,4% rispetto al Pil, sarà arduo trovare da subito risorse per soddisfare interamente le molteplici esigenze di sviluppo del Paese. Questo vale anche per le Università e gli Enti di ricerca. Ma un approccio responsabile, che non preveda in tempi brevi un massiccio reclutamento di risorse umane, che non permetta l’esercizio di un’autonomia responsabilizzata, non fornirebbe le necessarie certezze di funzionamento e non garantirebbe quel percorso di rinnovamento profondo e partecipato del sistema ricerca nazionale, in linea con quello europeo. Sarebbe disastroso, ancora più del mancato aumento di risorse finanziarie, se la politica si limitasse, anche solo nella fase iniziale, alla semplice gestione delle normative e delle strumentazioni predisposte dal precedente governo e si lasciasse spazio ad un’impostazione tecnocratica che, con scarsa sensibilità alla complessità del sistema e alla necessaria progettualità culturale, ha portato una parte degli Atenei sull’orlo del disastro, innescato negli Enti di ricerca preoccupanti tensioni sociali dovute all’ossessivo e schizofrenico inseguimento di modelli aziendalistici imposto dal ministro Moratti e dai suoi più stretti collaboratori, nominati ai vertici di quegli Enti in cui proprio oggi si registrano le difficoltà maggiori.

Pochi laureati, ricercatori con un’età media sui 45 anni a cui mancano nuovi giovani cui trasmettere conoscenza, bassi investimenti in ricerca e innovazione – soprattutto quella di natura privata – scarso impegno nella formazione continua, sono tutti segni di difficoltà. A dire il vero, la situazione di difficoltà del sistema ricerca non è contingente solo all’oggi. Siccome non sono così “ortodosso” da rifiutare contaminazioni con il mercato, e nemmeno penso che non ci si debba porre il problema delle ricadute economiche e sociali della ricerca, dico che non bisogna avere pregiudiziali verso la cultura del merito, della valutazione, perché quella che c’è oggi, va rafforzata, va aumentata. Certo, penso anch’io che ci sono stati, soprattutto nel Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) delle forzature, degli eccessi di delega da parte del suo Presidente: un forte accentramento dirigistico, un “costo burocratico” aumentato invece che sfoltito, l’idea di favorire più una ricerca che sia fruibile in tempi brevi, l’ossessione quasi maniacale al dato contabile, ai costi, che sottraggono tempo al ricercatore che deve fare ricerca, non deve andare in giro a “procacciarsi” risorse (sotto la minaccia che, se non trova finanziamenti dall’esterno e se non collabora con le imprese, il suo progetto si chiude). Anche perché in giro, di privati disposti ad investire denaro in ricerca se ne trovano davvero pochi, perciò quello che i ricercatori possono e devono fare – e io dico che lo fanno bene – è partecipare ai vari bandi, nazionali ed internazionali, attingendo così alla fine sempre a risorse pubbliche!

Comunque, penso che alcuni dei problemi che oggi viviamo affondino le radici nel passato recente, ma anche nel passato più remoto. Tornando a parlare di una realtà che conosco meglio, nel CNR alcuni dei suoi mali nascono nei primi anni ’90, con lo smantellamento dei Comitati, fatto che ha disorientato la comunità scientifica, privata dei suoi riferimenti, e che ha provocato una “fuga” verso il Ministero di dirigenti e di direttori. Per alcuni anni si è registrato come un vuoto nell’Ente. Alcuni pensano, ma personalmente non mi convincono, che quel vuoto è stato occupato dalla “politica” e che questo sia di per sé un altro male. Non voglio sottrarmi neanche all’autocritica – e siccome quando parliamo di mali si fa sempre cenno alla scarsità di finanziamenti alla ricerca – ricordo che anche con il Governo di centrosinistra (1996-2001) la ricerca non è che abbia beneficiato di risorse aggiuntive, anzi. In quegli anni però è stata fatta una profonda riforma degli Enti: con la riforma Berlinguer/Zecchino è stato messo in moto un meccanismo di programmazione-valutazione-controllo che doveva correggere quell’autoreferenzialità della quale venivano tacciati tutti gli Enti e le Università.

Con i suoi pregi e difetti, quella riforma aveva il merito di essere di sistema. Prevedeva una cornice europea e nazionale, si dotava di strumenti ed organi preposti al funzionamento del sistema. Se alcuni di quegli organi non sono operativi, se non vengono nominati i componenti (mi riferisco ad esempio all’Assemblea della scienza e della tecnica) la riforma stessa si azzoppa, diventa monca. È vero che alla luce dell’esperienza alcuni punti di quella riforma andrebbero rivisti e corretti. Ed è quello che si stava tentando di fare all’inizio della scorsa legislatura (2001). E qui vengo al passato più recente, a quelli che considero gli errori compiuti dal centro destra.

All’inizio del 2001 la VII Commissione cultura della Camera aveva avviato un’indagine conoscitiva sulla riforma del sistema della ricerca, con il compito proprio di evidenziare luci e ombre della riforma, quali fossero gli aspetti da rivedere e quali quelli da mantenere. Il primo grande errore strategico, che valuto come errore politico, è aver voluto affossare quell’indagine, che non si è conclusa e non si è potuti arrivare a nessuna relazione finale. Qui il centro destra ha mostrato il suo primo grave ritardo culturale: aver rifiutato il confronto e aver imposto i “commissariamenti” dei più grandi Enti pubblici di ricerca. E’ nata così la stagione dei Commissari; quel periodo è stato tribolato, ci sono stati ricorsi al TAR, carte bollate, sentenze, ricorsi. Probabilmente ancora oggi qualche strascico, qualche scoria di quel periodo, ancora si avverte. Ma torniamo all’indagine conoscitiva, perché vorrei elencare ancora qualche altro passaggio che valuto come errore compiuto dal centro destra. È mai possibile, data l’autonomia riconosciuta dalla Costituzione, che Università ed Enti di ricerca debbano vedere sancito il proprio modello organizzativo, basato sui Dipartimenti, in un decreto legislativo che ne fissa rigidamente il numero? Nessuno si è posto il problema della flessibilità normativa, per cui se un domani un qualsiasi Ente di ricerca in Italia (il CNR, l’ENEA, l’INFN) voglia cambiare il proprio modello organizzativo non deve modificare il proprio regolamento interno, com’è normale che sia quando parliamo di modelli gestionali, ma debba ricorrere alle forze politiche presenti in Parlamento per modificare una fonte normativa primaria come un decreto legislativo?

Ma andiamo avanti. L’aver modificato la norma sulla titolarità dei brevetti, e averla modificata ancora dopo neanche pochi mesi, ha creato confusione normativa, tanto che gli Enti e le Università che stavano cambiando i regolamenti interni sono stati spiazzati dal comportamento del Governo. Una delle misure dell’ultima legge Finanziaria è l’abolizione delle tasse sui brevetti. Tale decisione rappresenta un significativo cambiamento di opinione del Governo. All’inizio del febbraio 2005, infatti, l’esecutivo aveva aumentato del 30% le tasse sul deposito, il rinnovo e anche l’imposta di bollo sui brevetti. A questo punto, se la legislazione cambia in pochi mesi, non si capisce più cosa deve aspettarsi un potenziale inventore in materia di protezione della proprietà intellettuale. In secondo luogo, azzerare le tasse sui brevetti vuol dire incoraggiare tutti i tipi di attività in questo campo. Siamo sicuri che sia una buona idea? È mai possibile che i tecnici del Ministero dell’Economia non siano al corrente del dibattito sull’esplosione dell’attività di brevettazione strategica (brevetti depositati al solo scopo di scoraggiare altri inventori) soprattutto nei settori high-tech? Più in generale, è mai possibile che non si sia ancora capito che incentivare la ricerca e l’innovazione non richiede tanti interventi, ma pochi, certi e duraturi?

Andiamo avanti. Il Governo non ha mai istituto e convocato il CIPE della Ricerca, nonostante i proclami fatti in proposito. Abbiamo criticato il governo di scarsa capacità programmatoria, eppure al momento di istituire l’Istituto italiano di tecnologia (IIT) gli sono stati assegnati finanziamenti certi per i prossimi dieci anni! La proposta in verità ha ricevuto reazioni contrastanti, in parte per la scarsa definizione del progetto ma anche per l’ingente quantitativo di risorse ad esso destinato, quando agli altri enti del comparto si continuava a ripetere che risorse non c’è n’erano! Per un po’ ho seguito anch’io il dibattito. Ma, almeno per me, è particolarmente difficile capire perché ci si debba schierare a favore o contro quest’iniziativa, di cui ancora oggi non si conoscono i contenuti scientifici, il comitato promotore e il modo di operare.

Siccome si è sempre parlato di fuga dei cervelli, è stata fatta una legge per attrarre i ricercatori più brillanti, più bravi, per farli stare in Italia. Poiché sono convinto che non si debba parlare di fughe dei cervelli, ma di fughe di “pance” (perché qualsiasi persona va dove sta meglio, dove gli offrono di più), mi piacerebbe sapere quante domande di giovani ricercatori sono ferme, sono “congelate” al MIUR per mancanza di fondi, sarebbe interessante saperlo. Questo tema ne apre un altro, perché quando parliamo di ricerca stiamo parlando di uomini e donne, di persone. Chi fa ricerca va “protetto”, nel senso che va incoraggiato, incentivato: come si può pensare di stimolare il personale quando s’impedisce il ricambio generazionale con il blocco delle assunzioni, e per quelli che già lavorano non gli si rinnova il contratto per 4 anni consecutivi! Una seria politica di reclutamento non può tenere un’intera generazione di giovani talenti fuori dalla porta. Non è eticamente accettabile.

Voglio citare ancora un’ultima questione. Un altro ritardo culturale che il centro destra ha mostrato è stato aver detto di no al Consiglio europeo della ricerca, anche sapendo che lo spazio europeo della ricerca sarebbe stato fatto lo stesso, così come è stato poi fatto. Quello che è successo e sta succedendo in Europa mi aiuta a passare alla seconda parte del mio ragionamento, quello che guarda al futuro, più agli aspetti programmatici. In attesa che l’Europa abbia forza, coraggio e buon senso per mettere insieme tutte le risorse, umane ed economiche, disponibili per un reale progetto comune di ricerca scientifica, diventa sempre più urgente stabilire come il nostro paese possa gestire al meglio le sue. Ciò è tanto più vero considerando che a livello dell’Unione e del Parlamento europei sta prendendo forza l’idea di realizzare una Agenzia europea per la ricerca. L’avvio dell’European Research Council per la ricerca di base costituisce una novità positiva importante. L’orientamento comunitario ci deve guidare, ma noi sappiamo che in Italia il nodo vero è finanziario: pochi soldi e dispersi ovunque!

Non solo le nostre risorse sono insufficienti, ma sono anche disperse fra molti Enti, senza che vi sia alcun collegamento e programmazione. Ad esempio, al Ministero dell’Istruzione, non è ben definito quale sia il bilancio per la ricerca: spesso esiste una sovrapposizione con la spesa universitaria e risulta perciò poco chiara l’attribuzione alla didattica rispetto alla ricerca. Per migliorare la situazione, è nata la proposta, che alcuni di noi hanno firmato sotto forma di lettera inviata a Prodi, di istituire il Ministero della Ricerca. Altri hanno avanzato la proposta della Agenzia italiana per la ricerca scientifica (Airs) con l’obiettivo principale di raggruppare e gestire tutte le risorse pubbliche disponibili per la ricerca, in stretto contatto con l’Agenzia europea per la ricerca. Il contenitore non ha grande importanza, ma il messaggio che dobbiamo dare lo è. Fondi per ricerca esistono tradizionalmente in diversi ministeri (Agricoltura, Salute, Difesa, Industria e Ambiente) e più recentemente attribuzioni vengono effettuate dal Ministero dell’Innovazione. Inoltre, le Regioni e l’Agenzia italiana per il farmaco finanziano progetti di ricerca. Tutto ciò crea frammentazione, spese di gestione multiple, duplicazioni di progetti, finanziamenti a pioggia e in definitiva una cattiva utilizzazione delle esigue risorse disponibili.

La proposta è orientata anche a dare certezza alla programmazione con un meccanismo di finanziamento certo e con un orizzonte temporale almeno triennale. Più volte nel corso della legislatura si è tentato di spostare il Fondo ordinario per gli Enti dalla Tabella C della Finanziaria alla tabella D, vuol dire passare da un rimodulazione annuale del finanziamento ad un finanziamento triennale. Il Governo, pur condividendo la proposta, nei fatti non l’ha mai concretizzata. Ecco un punto sul quale il nuovo Ministro si può distinguere. Un altro “nodo” di sistema che va affrontato è la situazione dell’ENEA: non è naturale che l’ENEA sia fuori dal comparto della ricerca e che il suo personale abbia un trattamento diverso, a volte, peggiorativo. Il discorso sull’ENEA tocca un altro tema, quello dell’energia nucleare, che qui non voglio affrontare ma che sta tra le righe quando si parla di ENEA.

Un altro aspetto da ripensare è il collegamento con la domanda. Oggi, forse, c’è troppa offerta di ricerca e poca domanda. La domanda è da andare a ricercare con i collegamenti internazionali, con le Istituzioni pubbliche e con il privato, con il sistema dei distretti. Ecco, forse uno sforzo andrebbe fatto nella direzione di stimolare la domanda, stimolando la ricerca privata, trovando meccanismi di cofinanziamento pubblico/privato (in questa direzione i meccanismi del decreto 267/00 vanno bene). Un’ultima proposta, sempre in un contesto di sistema, riguarda la collaborazione con le Regioni. Ormai con la riforma del Titolo V della Costituzione la competenza sul trasferimento tecnologico spetta alle Regioni. Siccome le Regioni devono programmare occorre che gli Enti, le Università, l’intera comunità scientifica supporti gli amministratori locali ad orientare scelte.

Perché allora non pensare un meccanismo di partecipazione che consenta di collegare l’offerta con la domanda, agganciare il mondo della ricerca con le dinamiche decisionali nazionali e regionali. Da qui la proposta di trovare un collegamento stabile e permanente con la conferenza Stato/Regioni: si può anche pensare ad una regionalizzazione dell’agenzia nazionale cui facevo riferimento prima. Un ultima considerazione riguarda il programma dell’Ulivo, il famoso tomo da 280 pagine. Il programma dà alcune indicazioni sul da farsi: ci sono alcune proposte, alcuni punti programmatici. Non è quantificato quanto costa realizzare quei punti programmatici. Il problema delle risorse rimane aperto, per chiunque si trovi domani a dover governare. Questo deve essere chiaro a tutti. Senza un incremento di fondi per la ricerca possiamo sforzarci di elaborare le migliori teorie e tirar fuori le migliori proposte, ma che difficilmente si realizzeranno.

Per il futuro, forse non è strettamente necessario che il responsabile per l’Università e la Ricerca sappia leggere una tabella di numeri e interpretare un grafico. È indispensabile, però, a differenza di quanto recentemente accaduto, che tra i suoi stretti collaboratori ci sia qualcuno che lo sappia fare. Bisogna, infatti, che la nuova amministrazione provveda a far luce anche sulle zone del sistema che sono ancora in ombra: in particolare la distribuzione degli introiti e delle spese delle singole Università e i risultati della ricerca scientifica. Un dato macroscopico mancante è una stima precisa del contributo indiretto che il sistema universitario fornisce al sistema sanitario nazionale, attraverso l’opera del personale sanitario inquadrato nei ruoli universitari e l’utilizzazione di attrezzature acquisite con fondi per la didattica e la ricerca. Inoltre una banca dati completa e aggiornata sull’attività di ricerca dei docenti, potrebbe rendere possibili e poco costose serie valutazioni campionarie della qualità della ricerca svolta.

Una politica basata su incentivi e disincentivi finanziari, attenta al risparmio sulla spesa, può svilupparsi anche in assenza di aumenti degli stanziamenti. È però necessaria un’intesa con il Ministero dell’Economica, che eviti una sterile contrapposizione, fatta di richieste pressanti e rigidi dinieghi. In particolare il Ministero dell’Economia dovrebbe farsi carico del costo di tutte le innovazioni legislative che determinano maggiori spese alle Università ed agli Enti di ricerca. Nel passato questo non è avvenuto, attraverso il trucco di far passare provvedimenti di speso che sono dichiarati ininfluenti sul bilancio dello Stato. È chiaro che non ne faccio solo un problema economico, a differenza di chi ha avuto finora la responsabilità di governo, l’Unione si caratterizza per la sua attenzione maggiore ai valori, alla comprensione del contesto europeo, alla dignità del ricercatore come persona, alla capacità dello stato di ridurre i rischi di fare impresa e di fare ricerca, una maggiore attenzione al valore scientifico della scoperta e non al profitto. Ci attende una grande sfida, buon lavoro a tutti!

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