Affrontare il problema dell’istituto della pena nella concezione giuridica e giuspenalistica di Aldo Moro permette di entrare nel “cuore” del Suo pensiero, grazie al carattere unitario che esso presenta. Infatti chiunque si avvicini attentamente ad Aldo Moro-giurista, non può non cogliere, pur tra la moltitudine delle teorie penalistiche e tra i meandri della complessità del diritto penale, la vibrante umanità che permea, come linfa vitale, ogni categoria penalistica del Suo pensiero.

Affrontare il problema dell’istituto della pena nella concezione giuridica e giuspenalistica di Aldo Moro permette di entrare nel “cuore” del Suo pensiero, grazie al carattere unitario che esso presenta. Infatti chiunque si avvicini attentamente ad Aldo Moro-giurista, non può non cogliere, pur tra la moltitudine delle teorie penalistiche e tra i meandri della complessità del diritto penale, la vibrante umanità che permea, come linfa vitale, ogni categoria penalistica del Suo pensiero.

Che si legga le sue Lezioni di filosofia del diritto (1), o l’ Antigiuridicità penale (2) o La capacità giuridica penale (3), emerge con forza la convinzione che non possiamo comprendere il profondo significato delle Sue categorie penalistiche senza far riferimento ai valori, all’idea di libertà, di responsabilità e di dignità dell’uomo.

Tutti valori che ruotano attorno alla centralità della figura della persona umana e che danno al pensiero moroteo, usando un’espressione tanto cara a Contento, “il volto umano” (4).

Sin dalle sue Lezioni di filosofia del diritto compare la preminenza  della figura umana, dotata di libertà, della capacità di autodeterminarsi e di scegliere tra le categorie ontologiche del Bene e del Male, dell’ordine e del disordine sociale.

Ma la centralità della persona umana se può  apparire evidente in ambito filosofico, in cui si disserta del rapporto tra morale e diritto, è meno evidente in ambito prettamente giuridico dove è stato per molto tempo trascurata: l’indirizzo tecnico-giuridico, prevalente in parte della dottrina italiana, così fedele all’impostazione kelseniana di un diritto privo di valori, ha per molto tempo, infatti, sostenuto che esula dal compito del giurista ogni indagine sul significato storico della norma giuridica, sulla sua compatibilità con le mutate esigenze sociali, sui valori immanenti la norma penale. Moro invece – equi sta la forza e la complessità del Suo pensiero – ribadisce la preminenza del valore della persona umana anche nell’ambito del diritto (5): ed è proprio questo il fine per cui compone La capacità giuridica penale.

In quest’opera Moro rivaluta il rapporto (tema compiutamente sviluppato poi ne La subiettivazione della norma penale) tra la norma e la persona umanaponendo lo stretto ed inscindibile legame tra esperienza giuridica ed esperienza morale, tra diritto e uomo, tra realtà sociale e realtà giuridica: nella norma, per Moro, è implicita “una energia ideale realizzatrice, presidio del valore dell’umanità, che qualifica il diritto penale”  (6). E la pena è l’istituto che più di tutti è intriso di umanità: la pena è, come ha scritto Bettiol, “un istituto saturo di umanità” (7). Perdere di vista questa premessa, non comprendere il valore della persona, che è insito in ogni categoria del pensiero di Moro, significa travisarne la concezione ed originare distorsioni interpretative, come quelle che ravvisano in Moro del formalismo.

Sul problema della pena non esisteva un contributo unitario ed organico di Aldo Moro. Ricostruire la sua concezione della pena è stato quindi frutto per molto tempo dell’attento e valido lavoro effettuato da insigni Autori – come Francesco Tritto, Giuliano Vassalli, Giuseppe Bettiol e Mino Martinazzoli – coautori del volume Aldo Moro e il problema della pena (8) .

Per Moro il tema della pena è di fondamentale importanza, come dimostra solo il libro Lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale. In quest’opera, in cui le lezioni romane tenute da Moro presso la facoltà di Scienze politiche  dell’ Università degli Studi di Roma, nell’anno accademico 1975-1976, sono state raccolte e ritrascritte con minuziosa e sentita devozione dal suo allievo Francesco Tritto (9), emerge con forza la centralità della pena nel suo pensiero: Moro, infatti, con grande originalità rispetto alla manualistica e alla trattatistica corrente e tradizionale, inizia le sue Lezioni affrontando il tema della pena come preliminare alla successiva trattazione delle altre categorie penalistiche. Prima ancora di occuparsi della teoria generale del reato, Moro si occupa dell’istituto della pena, sottolineando con vigore la dimensione etica del suo diritto, il fondamento umano di ogni istituto penalistico . Queste Lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale costituiscono un patrimonio per la conoscenza del pensiero moroteo. E non solo perché non è comune dare alla luce lezioni universitarie tenute quasi trent’anni prima ma, soprattutto, perché ci consente di conoscere con maggiore completezza, e nella sua totale autenticità, il contributo di Aldo Moro. Lezioni che vanno naturalmente lette in parallelo con gli importanti contributi monografici di Moro alla scienza penalistica.

Il problema del fondamento della pena, come è noto, è tra i più dibattuti da parte non soltanto delle scienze penalistiche, ma anche della filosofia del diritto (10), spesso impegnata a studiare il fenomeno-pena in termini di retribuzione (sia etica che giuridica) o di emenda o di prevenzione (generale o speciale).

Moro identifica la pena in uno status, in una condizione del soggetto che è diminuito della propria libertà. Il reato è visto come male, come fatto umano negativo, come disvalore nell’ambito della vita umana e della vita sociale, come creatore di caos, di disordine sociale, come disgregatore dei valori di giustizia tutelati dall’ordinamento. Il reato è il momento di rottura con l’equilibrio giuridico, e, quindi, con l’equilibrio morale e con l’equilibrio degli interessi sociali. La pena si configura invece come mezzo necessario per riaffermare il bene e i valori della vita sociale: “quello che il reato ha fatto, cioè di venire alla luce nella sua abnormità, nella sua antisocialità, viene cancellato con il castigo della pena, viene cancellato con la riaffermazione del bene, dell’ordine, dell’armonia sociale che fa la pena concretandosi naturalmente in qualche spiacevole limitazione della libertà” (11).

La pena per Moro è quindi sì afflittiva ma non si identifica solamente con un intervento limitativo della libertà personale, in quanto rappresenta anche “la risposta della società all’atto di ribellione, di disordine, di turbamento dei valori della vita sociale, nel quale si è concretato il reato” (12). Una volta qualificato, il reato come atto umano riprovevole, in quanto disgregatore dei valori sociali, la pena è l’atto di reintegrazione del bene, dei valori sociali, di quell’ordine sociale lacerato dal reato. E’ chiaro che la posizione assunta da Moro è riconducibile alla concezione etico-retributiva della pena, ma identificarla sic et simpliciter con essa sarebbe troppo riduttivo: ed infatti, a differenza dei teorici di tale concezione, per Moro la pena non è un male per il male ma è lo strumento, il mezzo necessario per la reintegrazione, la riaffermazione dei valori sociali, del bene, dell’idea di giustizia. E proprio in tal senso Moro si discosta anche dal suo maestro, Biagio Petrocelli (13), nell’affermare che la pena non è vendetta: per il suo carattere affittivo può, ma solo esteriormente, assomigliare alla vendetta ma se ne distingue perché la pena è misurata, equilibrata, umana nelle sue finalità.

La pena quindi è rivolta al passato, a ciò che è accaduto, cioè al reato, alla lacerazione del tessuto sociale e alla rottura dell’ordinamento giuridico: c’è quindi uno stretto legame tra reato e pena. Ma non si tratta di un legame meramente giuridico, altrimenti la pena si ridurrebbe a semplice conseguenza giuridica del reato, alla maniera kelseniana. Come è noto, Kelsen afferma infatti che “prima però che la sanzione sia disposta, tale comportamento [quello che costituisce reato] non è un malum, non è un illecito […] Si vuol significare che il comportamento umano può venir considerato un illecito soltanto se a questo comportamento, come ad una condizione, una norma giuridica positiva ricollega, come conseguenza, una sanzione” (14). E’ chiaro come la concezione kelseniana (che considera illecito soltanto quel comportamento cui consegue la sanzione penale), così priva di riferimenti valoriali, riduttiva del diritto a mero meccanismo di forze, sia lontana dal pensiero così intriso di umanità e spiritualità di Moro (15).

Si tratta di un legame morale che si instaura tra il soggetto che commette il reato e l’esigenza di giustizia che giustifica l’irrogazione della pena. Del resto è ormai chiaro come in Moro sia preponderante il riferimento ai valori morali, al bene e al male e, soprattutto, al valore della libertà e della dignità dell’uomo.

La concezione di Moro relativa alla pena non può che fondarsi sul presupposto della libertà dell’uomo: il reato è un atto squisitamente umano, è una libera scelta dell’uomo verso il male e proprio su tale concetto si fonda la responsabilità del soggetto che compie il reato. La pena quindi è un castigo, un rimprovero, un biasimo sociale che si può muovere solo all’uomo libero.

L’istituto giuridico della pena è quindi per Moro ancorato ad un presupposto etico, ideale, cioè all’idea di libertà: “E questo presupposto ideale naturalmente qualifica istituti giuridici e induce a considerarli determinanti e, quindi, si riempie di contenuto il diritto, si qualifica proprio in rapporto ai presupposti etico-sociali dai quali prende le mosse” (16).

Proprio questo riferimento  continuo ai valori etici porta Moro al rifiuto di ogni concezione neutrale del diritto, che riduce l’uomo a mera forza, privandolo della sua umanità e libertà.

E così si giustifica la non condivisione, da parte di Moro, della concezione positivista, che parte dalla constatazione che “c’è del disordine sociale, ma non vuole qualificare questo disordine come male, come disobbedienza, come disvalore, perché non crede nella responsabilità umana e, quindi, coglie soltanto dei fenomeni di disordine sociale la loro conseguenza immediata, coglie una personalità disarmonica nella vita sociale” (17) ed arriva alla conclusione che la pena deve esser indirizzata alla profilassi, all’eliminazione di quelle caratteristiche della pericolosità disarmonica del soggetto. L’uomo viene quindi ridotto a mero dato obiettivo, travolto dal meccanismo sociale e la pena viene ridotta da rimprovero a mero intervento riformatore, bonificatore.

Come al solito dobbiamo sottolineare come, in Moro, il non condividere una determinata idea, posizione, non significa rifiutarla aprioristicamente: e così, nonostante non condivida i postulati della Scuola Positiva, Moro riconosce ad essa l’aver posto al centro del dibattito la figura della persona umana. Ma Moro sottolinea anche come il pericolo di astrarre l’elemento soggettivo dall’azione, dalla misura dell’effettiva partecipazione del soggetto all’atto di disordine qual è il reato, possa portare al pericolo di un’eccessiva reazione da parte dell’ordinamento giuridico.

In breve possiamo affermare che la pena nella concezione di Moro deve esser personale (la pena deve colpire la sfera più intima dell’uomo, la sfera della sua libertà), legale (la pena non deve esser arbitrio sociale né vendetta), e proporzionata (la pena non può esser una reazione smisurata, perché deve trovare necessariamente la sua commisurazione nella gravità, oggettiva e soggettiva, del reato).Ma la proporzionalità della pena non deve esser considerata esclusivamente in termini quantitativi ma anche qualitativi: la pena non deve consistere in trattamenti crudeli e disumani. Una mirata attenzione, quella di Moro, costantemente rivolta all’umanizzazione del diritto, al rispetto del supremo valore della persona umana. Un’attenzione del Moro giurista ma anche del Moro politico: già giovanissimo, e membro della Commissione dei Settantacinque, istituita per redigere la Costituzione, Moro propone il comma: “Non possono istituirsi pene crudeli e le sanzioni penali devono tendere alla rieducazione del condannato” (18).

Assumendo una siffatta posizione riesce nel tentativo di armonizzare l’esigenza di autorità, di giustizia dell’ordinamento giuridico con il rispetto del valore della persona umana e della sua libertà: “se la pena la si concepisce, come credo debba esser concepita, come un fenomeno morale, come una riproposizione che si faccia di fronte al soggetto del valore ch’egli ha smarrito con la sua azione illecita, la riproposizione della permanente validità del bene, allora non si può pensare che vi sia veramente qualche cosa che incide in modo indebito nella persona umana” (19). Da ciò ne consegue la logica contrarietà, espressa da Moro, alla pena di morte ma anche alla pena perpetua, all’ergastolo “che priva come di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento ed al ritrovamento del soggetto” (20).

La pena è quindi castigo ma anche retribuzione morale, è reintegrazione del bene:  è chiara la matrice, il fondamento cristiano di Moro, quel fondamento che, per Bobbio, dà il “pathos religioso” (21) a tutto il suo pensiero.

Ma, abbiamo già detto, come considerare Moro un mero fautore della concezione retributivo della pena sarebbe estremamente riduttivo.

Ed infatti Moro non fa una distinzione gerarchica delle funzioni della pena, o di priorità all’interno del fenomeno pena, che mal si concilierebbe con la  caratteristica del Suo pensiero che non cerca mai dogmi o opinioni precostituite, ma è sempre aperto al dialogo ed al confronto, consapevole del valore della diversità per giungere alla ricerca della verità. Sono emblematiche, a tal proposito le parole di Martinazzoli, per il quale “la sua lezione non si racchiude, così,  in una risposta data una volta per tutte e perciò destinata ad appannarsi nel tempo, ma in una domanda, piuttosto, in una capacità di interrogarsi e di interrogare, perché in un varco rimanga aperto e un presentimento di luce possa rischiarare anche il punto più profondo della notte” (22). Per Moro, quindi, la pena ha più funzioni, o meglio più dimensioni ma senza che vi sia una priorità di questa o quella dimensione o finalità. Ed infatti non possiamo negare che quando lo Stato interviene per punire dei fatti che recano del disordine sociale, l’attenzione non sia esclusivamente rivolta verso il passato, cioè verso il momento in cui è stato compiuto il reato, ma anche verso il futuro, verso l’avvenire.

Si può affermare allora che “la pena, una volta scelta la strada che ne fa una sanzione morale, per un male che è morale anch’esso, abbia più dimensioni [..] Se la pena è, inevitabilmente, una sofferenza, bisogna che sia una sofferenza rigorosamente finalizzata” (23). La pena non è quindi una sofferenza fine a se stessa ma è sofferenza misurata, calibrata, finalizzata per il recupero, la rinascita del reo: “si tratta di attribuire [alla pena] questa nobile finalità di recupero sociale del soggetto, di rieducazione, di innovazione” (24). Del resto non possiamo parlare di recupero del colpevole alla comunità sociale se prima non lo si recupera a se stesso, e la pena è la chiave per aprire l’uomo alla comprensione del suo errore: “Si colpisce l’uomo per ritrovare la persona nella sua capacità di orientamento in senso morale e sociale [..] Se è bene applicata, bene ispirata, la pena realizza la sua capacità di scavare nel fondo della coscienza, e noi avremo un uomo diverso” (25).

 Moro rifiuta l’alternatività, posta da parte della dottrina, della finalità preventiva e dell’emenda della pena rispetto a quella retributiva: “non è contraddittorio con una concezione retributiva, etico-retributiva, della pena, il riferimento a quella finalità modificatrice e rieducative che ricorre nell’articolo costituzionale, il quale, quindi, non può essere assunto come se conducesse a dare alla pena una finalità preventiva” (26). Del resto quando la pena si rivolge al reo, all’autore del reato, contemporaneamente si rivolge a tutta la società, riaffermando la giustizia e l’oggettività dei valori violati con l’illecito penale.

Trascurare quindi la centralità del valore della persona umana in Moro significherebbe oscurare la dimensione, l’origine etica di ogni istituto giuridico: per Moro “quello che è più tipico nel diritto penale è l’avvicinarsi di ogni istituto giuridico alle fondamentali categorie della vita morale” (27). E la pena è intrisa di questa umanità ed eticità, e per poterla comprendere occorre necessariamente far riferimento alle categorie morali del Bene e del Male. Solo così si può capire l’originalità del pensiero di Moro (che pur sostenendo il postulato della Scuola Classica , cioè la libertà dell’uomo, non esita a respingere l’idea della retribuzione come unico fine della pena) e la Sua modernità: basti pensare al nostro sistema penale binario, che prevede, accanto alla pena, il rimedio delle misure di sicurezze, finalizzate al recupero dei soggetti che, in quanto non imputabili, e quindi incapaci di autodeterminarsi e di scegliere tra il Bene e il Male, non possono capire il disvalore dell’illecito commesso e quindi non sono idonei a ricevere il rimprovero insito nella pena stessa. Invocare del resto – come avviene spesso a gran voce – una sempre maggior severità delle pene, senza rilevarne il vivo riferimento all’uomo, significherebbe dimenticare che “la ferocia non ha durata, perché non ha verità. Ciò che è vero, ciò che ha durata, è quello che resiste, ed è impareggiabilmente forte” (28). Così come il diritto penale non ha durata, e quindi verità, se non trova nell’uomo la misura di ogni istituto giuridico.


Note

1) A. MORO, Lezioni di filosofia del diritto, Bari, Cacucci, 1978.

2) A. MORO, L’ antigiuridicità penale, Palermo, Priulla, 1947.

3) A. MORO, La capacità giuridico penale, Padova, Cedam, 1939.

4) G. CONTENTO, Il volto umano del diritto penale di Aldo Moro, in Rivista italiana di diritto e procedura penale, 1998, n. 3.

5) Già leggendo le sue lezioni di filosofia del diritto si può cogliere l’impostazione di Moro, quell’attenzione per il valore della persona umana che caratterizzerà tutte le categorie penalistiche (e giuspenalistiche) della sua produzione giuridica. E ciò è la chiara testimonianza del carattere unitario del pensiero moroteo ma è anche la testimonianza della possibilità di una “convivenza” della filosofia del diritto con la scienza giuridica, che invece per anni- da una certa impostazione dottrinali- è stata esclusa. Per un esempio dei rapporti tra la filosofia del diritto e la scienza giuridica e della dimensione storica di tali rapporti cfr. F. Gentile, Il posto della filosofia del diritto negli studi di giurisprudenza,  in Giurisprudenza italiana, 1992, p. 424-432.

6) A. MORO, Lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale, Bari, Cacucci, 2005, p. 332.

7) G. BETTIOL, Colpevolezza normativa e pena, Trieste, ESUT, 1943, p. 10.

8) AA. VV. , Aldo Moro e il problema della pena, Roma, Il Mulino, 1982. Opera, purtroppo, mai pubblicata dall’editore.

9) F. TRITTO, è stato docente di Istituzioni di diritto e procedura penale presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” .Tutti i suoi lavori trovano la loro genesi nei principi e nei valori tramandati da Moro. Il suo sforzo di far (ri)vivere l’insegnamento moroteo, e la sua modernità, è sempre presente nella sua esperienza. Grazie all’analisi delle Lezioni di filosofia del diritto di Moro, grazie allo studio dei suoi interventi all’Assemblea Costituente, e grazie agli appunti presi- quando allora studente- assisteva alla lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale del suo maestro, ha fornito un contributo essenziale alla rielaborazione della teoria sulla pena nel pensiero moroteo: La pena nell’insegnamento di Aldo Moro, in AA. Vv. , Aldo Moro e il problema della pena, cit. Tra i Suoi contributi Il valore innovativo, gli aspetti problematici e la garanzia dei diritti della persona nel nuovo codice di procedura penale, in AA. VV., Attuazione e monitoraggio del nuovo codice di procedura penale, a cura di F. Giusti, Roma, Edizioni dell’Univerrsità di Roma La Sapienza,1997; Colpevolezza e giusto processo, Bari, Cacucci, 2000; Crisi o collasso del sistema penale? Nel ricordo di Aldo Moro a vent’anni dal suo sacrificio, Atti del Convegno di Cassino, Edizioni dell’ Università di Cassino, 2002. Ma sicuramente, come abbiamo già avuto modo di dire, l’opera che  maggiormente costituisce, per sacrificio e dedizione, un’importante eredità per tutti i giovani penalisti che si accingono a cogliere la modernità e la lungimiranza del pensiero di Moro, è Lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale.

10) Per una completa e accurata bibliografia inerente il rapporto tra il concetto di pena e la filosofia del diritto si veda C. CATTANEO, Il problema filosofico della pena, Ferrara,1978; M. L. CATTANEO, Pena (filosofia), in Enciclopedia del diritto, Milano, Giuffrè, 1982, vol. XXXII, p. 710; A. BORGHESE, La filosofia della pena, Milano, Giuffrè, 1952; A. BARATTA, Filosofia e diritto penale, in “Rivista internazionale della filosofia del diritto”, 1972,  n. 2, p. 29-54.

11) A. MORO, Lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale, cit. , p. 102.

12) F. TRITTO, in AA. VV. , op. cit. , p. 34.

13) B. PETROCELLI, La funzione della pena, in Scritti giuridici in memoria di Massari, Napoli, Edizioni Novene, 1938.

14) H. KELSEN, Teoria generale del diritto e dello Stato, Traduzione a cura di M. F. SCIACCA, Milano, Bocca, 1941, p. 55.

15) Sulle matrici filosofiche di Aldo Moro si veda N. Bobbio, Diritto e Stato negli scritti giovanili, in Quaderni de Il Politico, Milano, Giuffrè, 1980, p. 17. Interessanti sono le osservazioni di Bobbio, che rileva, nonostante la diversità dei punti di vista, dei presupposti e della formazione, le consonanze e l’esigenza comune che caratterizza sia Moro che Capograssi. Entrambi collocano il diritto in seno all’esperienza, come risultato del vivere sociale dell’uomo: nell’indagare i vari aspetti dell’esperienza entrambi partono dall’uomo e ponendo l’accento sulla persona richiamano l’attenzione sulla  irriducibilità dell’individuo (inteso come persona e non nel senso dell’individualismo classico) allo Stato, e nello stesso tempo colgono nell’individuo stesso la sua socialità, la sua essenziale relazione all’altro. Ma una consonanza con Moro la ritroviamo anche in Maritain, considerato uno degli esponenti più autorevoli della cultura cattolica contemporanea, per la chiara impostazione del problema relativo ai diritti umani e al concetto di persona umana cui devono essere riferiti: “la persona umana ha dei diritti più per il fatto stesso che è persona [..] L’uomo non è soltanto un mezzo ma è ben più un fine [..] La dignità della persona umana non vuol dire nulla se non significa che, per legge naturale, la persona umana ha il diritto di esser  rispettato, è soggetto di diritto e possiede diritti. Vi sono cose che sono dovute all’uomo per il fatto steso  che è uomo” (J. MARITAIN, Diritti naturali e legge naturale, Milano, Bocca, 1942, p. 60). Quest’idea di un diritto così legato all’esperienza comune, alla realtà sociale, all’uomo nella sua dimensione sociale, e questa centralità del valore della persona umana, considerata come fine e non come un mezzo, è il tratto comune – insieme alla matrice cristiana – a Moro, Capograssi e Maritain.

16) A. MORO, Lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale, cit. , p. 107.

17) A. MORO, Lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale, cit. , p. 103.

18) G. VASSALLI,in AA. VV. , op. cit. , p. 57.

19) A. MORO, La persona umana e l’esperienza giuridica, in Umanesimo e mondo contemporaneo, Edizione Studium Christi, 1954, p. 62.

20) A. MORO, Lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale, cit. , p. 116.

21) N. BOBBIO, op. cit. ,  p. 17. E’ del resto evidente la matrice cristiana della concezione della pena in Moro. Concezione che ritroviamo ad esempio nelle parole di Papa Giovanni Paolo II, mentre afferma che “la sanzione penale nella sua natura e nella sua applicazione deve essere tale da garantire la tanto giustamente invocata sicurezza sociale, senza peraltro colpire la dignità dell’uomo, amato da Dio e chiamato a redimersi se colpevole. La pena non deve spezzare la speranza della redenzione” (Tratto dal discorso tenuto da Giovanni Paolo II, il 31 Marzo 2004, ai membri dell’ Associazione Nazionale dei Magistrati).

22) M. MARTINAZZOLI, in AA. VV. , op. cit. , p. 24.

23) A. MORO, Lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale, cit. , p. 121.

24) A. MORO, ult. op. cit. , p. 121.

25) A. MORO, ult. op. cit. , p. 122.

26) A. MORO, ult. op. cit. , p. 123.

27) A. MORO, Lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale, cit. , p. 100.

28) M. MARTINAZZOLI, in AA. VV. ,op. cit. , p. 24.

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