Il mio obiettivo è quello di analizzare le modalità di attuazione del Titolo V della Costituzione per quanto concerne l’attività di Regioni ed Enti locali a sostegno dell’internazionalizzazione di imprese e territori.

Sarò breve, e mi scusi il lettore per il taglio poco scientifico di questa riflessione.

Il mio obiettivo è quello di analizzare le modalità di attuazione del Titolo V della Costituzione per quanto concerne l’attività di Regioni ed Enti locali a sostegno dell’internazionalizzazione di imprese e territori. Per farlo, partirò direttamente dal “come” in questi anni Regioni ed Enti locali hanno interpretato il nuovo e più ampio ruolo internazionale ad essi affidatogli dalla riforma del Titolo V approvata nel 2001. In particolare, metterò in luce quelli che sono i “pro” ed i “contro” dell’esperienza maturata. Infine, proverò ad evidenziare i possibili scenari per un nuovo rapporto tra Stato, Regioni ed Autonomie locali e funzionali nel mutato quadro costituzionale di riferimento.

La riforma del 2001 ha posto su di un piano di parità Stato, Regioni ed Enti locali per quanto concerne l’attività di promozione di imprese e territori all’estero. Le Regioni hanno inoltre acquisito competenza esclusiva in materia di Turismo. L’elezione diretta dei Presidenti e dei Sindaci ha rafforzato l’attivismo di Regioni, Province e Comuni in questa materia. La Legge “La Loggia” che avrebbe dovuto fornire la cornice giuridico-istituzionale all’interno della quale regolamentare l’attività di Stato, Regioni ed Enti locali in materia internazionale è rimasta, nella sostanza, ampiamente, inattuata.

Negli ultimi anni, l’attività delle Regioni e degli Enti locali all’estero è stata febbrile e multiforme. In sostanza, possiamo dire che Regioni ed Enti locali hanno affiancato lo Stato nell’azione da questi tradizionalmente svolta per il sostegno all’internazionalizzazione di imprese e territori all’estero. Dal punto di vista geografico, i Paesi più “gettonati” sono quelli di tradizionale riferimento per l’emigrazione italiana (Americhe, Europa Occidentale, Australia), a cui si è affiancata una generale proiezione verso le Aree che rafforzano la vocazione storica delle diverse realtà regionali: Balcani, Europa Centro orientale e Mediterraneo. Se si guarda ai settori interessati, il numero delle iniziative realizzate da Regioni ed Enti locali spazia dai “classici” eventi promozionali del patrimonio eno-gastronomico e turistico-paesaggistico alle missioni con operatori; dalla collaborazione culturale ed universitaria a quella in campo scientifico e tecnologico.

L’analisi dei “pro” e dei “contro” di una così intensa e complessa attività merita di essere affrontata sgomberando sin da subito il terreno dai tanti luoghi comuni che, da una parte e dall’altra, incombono su questa tematica. Le cronache dei giornali sono piene infatti di aneddoti esilaranti che ritraggono folte delegazioni di burocrati regionali al seguito dei loro Presidenti intenti a discettare sull’unicità di questa o quella ricetta regionale in costosissime Congress Room riempite a mala pena dai parenti d’oltreoceano. Così come, si moltiplicano Presidenti, Consiglieri ed Assessori che, vestendo la feluca, fanno sfoggio di rapporti ormai fraterni con i Grandi della Terra.

Torniamo alla realtà e riconosciamo a Regioni ed Enti locali il merito di avere assunto un ruolo particolarmente attivo nelle relazioni estere dell’Italia. La proiezione della politica estera di un Paese moderno è infatti sempre più sinergicamente connessa agli interessi reali che esprimono le singole realtà territoriali. E’ pertanto un bene – a mio modesto giudizio – che la proiezione estera dell’Italia possa contare, oltre che sul tradizionale ruolo svolto dallo Stato, anche sull’apporto di Regioni ed Enti locali, in termini di risorse umane e finanziarie, di entusiasmo e di visibilità.

Specularmente, quanto più l’Italia è in grado di valorizzare le singole eccellenze regionali, tanto più aumenta il suo peso politico nell’arena internazionale. Mentre cresce la mobilità e l’immaterialità dei fattori produttivi, aumenta anche la concorrenza tra sistemi-Paese. Regioni ed Enti locali hanno quindi il dovere politico-istituzionale di approfondire e dare sostanza alle linee generali di politica estera dello Stato italiano.

Sorge in ogni caso spontaneo l’interrogativo: “Che fare?”. E’ sicuramente illusorio pensare di poter risolvere i problemi di duplicazioni e sovrapposizioni immaginando di tornare nel “piccolo mondo antico” di scelte centralizzate e di gerarchie. Si tratta di scenari irrealistici. Sia in termini giuridici che dal punto di vista della pluralità dei centri di spesa, il ritorno al passato non è proponibile. Nella società policentrica in cui viviamo il problema di come coordinare si può affrontare soprattutto creando metodi e forme organizzative condivise tra strutture diverse per il conseguimento di risultati comuni.

Per una corretta applicazione della Costituzione, occorre allora fare leva su due principi che il nostro sistema istituzionale ha recepito nel lento processo di integrazione tra gli ordinamenti giuridici dei Paesi membri dell’Unione Europea: il principio di “sussidiarietà” e quello di “leale collaborazione” tra Stato, Regioni ed Enti locali.

Letta nel rispetto del principio di “sussidiarietà”, la riforma del Titolo V impone alle Regioni il dovere di specializzarsi nelle attività di internazionalizzazione più strettamente connesse con le realtà territoriali. Diversamente, va affidato allo Stato il compito di ricercare l’aggregazione su grandi progetti, dotati di visibilità e massa critica.

Allo stesso modo, il principio di “leale collaborazione” deve sostanziarsi in un dovere di informazione reciproca tra Stato, Regioni ed Enti locali. Se è vero che la molteplicità degli attori è ineludibile, è altrettanto vero che i portatori di interessi nelle materie di competenza concorrente sono ben conosciuti o facilmente individuabili: non ci sono giustificazioni alle omissioni di informazione sulle iniziative che s’intendono intraprendere con denaro pubblico. Se è vero che il Governo non può obbligare Regioni ed Enti locali a partecipare alle sue iniziative, è altrettanto vero che spetta allo Stato il compito di concentrare le risorse su progetti che diano la possibilità a tutti di far parte di una squadra vincente. Quanto più i diversi soggetti operanti nel campo dell’internazionalizzazione sono disposti a contribuire a grandi “progetti Paese”, tanto maggiore è la possibilità per l’Italia di presentarsi sui mercati internazionali in maniera efficace e strutturata.

In sostanza, la riforma del Titolo V della Costituzione obbliga Stato, Regioni ed Enti locali a lavorare a rete con “regole del gioco” comuni, in cui faccia premio non la lotta delle competenze, ma il risultato finale, ovvero la qualità e l’incisività delle iniziative intraprese a sostegno del sistema produttivo all’estero. Non fosse altro per un motivo pratico molto semplice: oggi la competizione è fra “Sistema-Paese”; i singoli “sistemi-Regionali o locali” – in quanto tali – sono fatalmente destinati a sparire dallo scenario internazionale.

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