Dopo aver analizzato, nella prima parte già pubblicata su Sintesi Dialettica, le modalità di organizzazione del potere di punire , Foucault si concentra sul sistema carcerario e sulla sua capacità di produrre, insieme con gli individui, tutto un nuovo modo di disciplinare la società che implica, con il conflitto, una rinnovata metamorfosi del potere-sapere.
Si trattava, tuttavia, di un sistema penale destinato ad essere sperimentato, nella pienezza della sua logica e delle sue tecniche, per non più di vent’anni. Infatti tra il XVIII ed il XIX secolo si delineò, con un’applicazione sempre più pervasiva, una terza maniera di organizzare il potere di punire che vedeva nel carcere – e nella detenzione – la forma generale da attribuire al castigo. La prigione, fino a quel momento storico, era esistita prevalentemente (almeno per quanto riguarda la Francia, l’Italia e la Germania) come misura amministrativa ed extra-legale, finalizzata a soddisfare l’arbitrio del sovrano (che spesso desiderava liberarsi in questo modo di qualche avversario politico o personale) e in tale veste, a più riprese criticata1, non occupava che un ruolo marginale nel sistema delle pene (fino al punto di non venire considerata una misura penale)2. Nonostante ciò, il modello carcerario – che si contrapponeva sia al sistema dei supplizi che a quello delle pene rappresentative3 – riuscì ad imporsi su gli altri due fino a divenire nel corso dell’Ottocento4, il paradigma punitivo della società francese (e di molte altre società occidentali). Era dunque legittimo chiedersi, come fece Foucault,5 per quale ragione in pochissimo tempo la detenzione era divenuta la forma essenziale del castigo e come aveva fatto a superare gli altri due modelli. Innanzi tutto lo studioso di Poitiers si preoccupava, per la delucidazione delle questioni testé elencate, di chiarire la logica alla base del tipo in oggetto:
“Il punto di applicazione della pena non è la rappresentazione, ma il corpo, il tempo, i gesti e le attività di tutti i giorni; l’anima anche, ma nella misura in cui essa è sede di abitudini. Il corpo e l’anima, come principi di comportamento, formano l’elemento che viene ora proposto all’intervento punitivo[…]. Al fine, ciò che si cerca di ricostruire in questa tecnica di correzione non è tanto il soggetto di diritto, che si trova preso negli interessi fondamentali del patto sociale, quanto il soggetto obbediente, l’individuo assoggettato a certe abitudini, regole, ordini, a un’autorità che si esercita continuamente intorno a lui e su di lui e che egli deve lasciar funzionare automaticamente in lui6”.
“Deve essere fatto un lavoro sull’anima del detenuto, il più spesso possibile. La prigione, apparato amministrativo sarà nello stesso tempo una macchina per riformare gli spiriti7”.
Il fine sotteso all’applicazione della detenzione penale era, quindi, quello della “trasformazione degli individui” attraverso l’utilizzo di una pena che incidesse sia sul “corpo” che sull’ “anima”. Ed è esattamente grazie a questo ruolo “supposto o preteso” che essa si affermò: si riteneva che la prigione e l’imprigionamento fossero degli ottimi non solo per “punire ”, ma per “riformare” i prigionieri e gli internati8. Si mirava, dunque, ad una “correzione” indirizzata al comportamento ed alla forma mentis della società. A tal fine il carcere doveva agire secondo una serie di norme ben precise, che Foucault rintracciava grazie ad una puntuale analisi storica: l’isolamento, il lavoro come agente di trasformazione carceraria, la prigione come “strumento di modulazione della pena”, “la dichiarazione d’indipendenza carceraria”9.
Ma, se queste erano le regole concrete attraverso cui funzionava il sistema carcerario, da dove erano state tratte? E attraverso quali strumenti venivano implementate? La risposta a riguardo dello studioso di Poitiers consisteva nell’evidenziare come, già nel corso del XVIII secolo, esistessero tutta una serie di “tecniche disciplinari”, diffusesi sin dal XVII secolo all’interno di precise istituzioni quali gli eserciti10, le scuole, gli orfanotrofi e gli ospedali:
“Ci fu, nel corso dell’età classica, tutta una scoperta del corpo come oggetto e bersaglio del potere”; tale attenzione sfociò in una autentica costrizione caratterizzata da “metodi che permettono il controllo minuzioso delle operazioni del corpo, che assicurano l’assoggettamento costante delle sue forze ed impongono loro un rapporto di docilità-utilità: è questo che possiamo chiamare le discipline”11.
Discipline manifestatesi mediante il “principio della clausura”12, il “principio del quadrillage”13, la “regola delle ubicazioni funzionali”14; attraverso i meccanismi atti a “addizionare e capitalizzare il tempo”15, a “fabbricare l’individualità”16 e desumibili dai dispositivi di “sorveglianza gerarchica”17, dall’esistenza delle “sanzioni normalizzatrici”18 e dai controlli effettuati attraverso “l’esame”19. Siffatte tecniche – concepite sulla base di istituzioni chiuse ed isolate a partire dal XVI secolo – iniziarono ad espandersi e a dislocarsi all’interno della società nel corso del XVIII secolo secondo quello che – a partire dalla creazione di un nuovo modello di carcere alla fine del secolo stesso – si sarebbe potuto chiamare uno “schema20 panoptico21”. Quest’ultimo (ben rappresentato dal carcere-macchina di Bentam22) avrebbe incarnato il diagramma di un autentico “sistema disciplinare” che si era progressivamente dispiegato nel XVIII secolo – a partire da istituzioni quali l’esercito, la scuola e gli ospedali – trasformando ogni corpo in un “soggetto attivo dei propri vincoli”23 al fine di massimizzarne la “forza utile” e di aumentare la “produttività del potere”24. Si trattava di un processo che si svolgeva contestualmente alla grande spinta demografica del Settecento, con la connessa esigenza di regolare le molteplicità umane; di un movimento che aveva luogo nello stesso momento in cui l’accumulazione di capitale e la rivoluzione economica interagivano e si fondavano sulla necessità di un’”accumulazione di uomini”25. Simultaneamente l’emergere di una forma giuridica generale che garantiva un “sistema di diritti uguali in linea di principio” spingeva verso la creazione di una “contropartita politica”, un “controdiritto”, capace di far funzionare i meccanismi effettivi del potere contro il quadro formale che questo si era dato26. In tale contesto, le discipline davano, per la prima volta nella storia, vita ad un processo circolare in cui formazione del sapere e maggiorazione del potere si rinforzavano a vicenda; esse riuscivano a rispondere alle esigenze sovraelencate27 proprio quando, allo stesso tempo, aprivano uno sbocco epistemologico i cui effetti – es. le scienze dell’uomo – si sarebbero legati ricorsivamente ad un rafforzamento delle potenzialità produttive ed invasive del potere senza precedenti: nasceva, quindi, la “società disciplinare”; un sistema in cui gli stessi elementi costitutivi ad esso propri venivano fabbricati in fieri grazie all’azione della tecnologia politica, un modello/macchina in cui ciò che veniva creato era “l’individuo” stesso28.
“L’individuo è senza dubbio l’atomo fittizio di una rappresentazione ideologica della società, ma è anche una realtà fabbricata da quella tecnologia specifica del potere che si chiama disciplina. Bisogna smettere di descrivere sempre gli effetti del potere in termini negativi: esclude, reprime, respinge, astrae, maschera, nasconde, censura. In effetti il potere produce; produce il reale; produce campi di oggetti e rituali di verità. L’individuo e la conoscenza che possiamo assumerne derivano da questa produzione”29.
La prigione poteva, dunque, usufruire della tecnologia disciplinare per come era andata dispiegandosi fino alla fine del XVIII secolo ai suoi fini di riforma. Allo stesso tempo essa, in quanto istituzione organizzata, si inseriva all’interno di un sistema disciplinare nel quale giocava il ruolo di “ultima arrivata”, mentre un’evoluzione del rapporto tra potere e società faceva emergere sempre più forti esigenze di controllare il comportamento dei corpi e delle molteplicità umane. Proprio per questo, per essere stata delineata come ulteriore “avanguardia” disciplinare in un certo frangente critico relativo alla vita della società occidentale, essa incontrò improvvisamente il vasto favore30 che l’accompagnerà per i due secoli successivi. Altresì, come spesso capita nella storia con gli ultimi ritrovati, essa divenne – in qualità di sistema carcerario – fonte di un ulteriore sviluppo delle tecniche disciplinari. Fondato su nuovi saperi scaturiti dall’osservazione e lo studio dei detenuti, al fine di fare della pena un’occasione per rendere il detenuto utile alla società,31 tale sviluppo, a sua volta, si sarebbe trasferito alle altre istituzioni disciplinari della società del XIX secolo come la fabbrica, le colonie per i bambini poveri, gli ospizi, gli orfanotrofi, ecc. Il carcerario formava, quindi, un autentico arcipelago che trasportava la tecnologia penitenziaria nell’intero corpo sociale con numerosi effetti rilevanti quali: l’istituzione del “deviante” quale figura dalla grande pericolità sociale, la produzione di delinquenza, l’abbassamento della soglia sociale di tolleranza alla penalità, l’estensione del potere normalizzatore, lo sviluppo delle scienze umane, la creazione di un regime panottico diffuso in tutta la società32.
Il sistema di sorveglianza basato sul modello del carcere assumeva, dunque, una funzione decisiva nel sorgere dell’età contemporanea: nella fabbricazione degli individui, nella ri-organizzazione economica del potere-sapere, nella normalizzazione della devianza e nella creazione di una società disciplinare altamente differenziata e produttiva. Ma tale rilevanza sociale della prigione era corroborata da una reale efficienza del sistema carcerario in ambito correttivo? Riusciva la prigione ad effettuare di fatto la riforma, la trasformazione del reo, attraverso la quale si era legittimata e diffusa finendo per porsi al centro della società disciplinare? Secondo Foucault, che basava le sue considerazioni su una precisa ricostruzione storica, in merito era possibile evidenziare un autentico scacco della giustizia penale (colto da una critica pungente e documentata che aveva seguito dal principio il sorgere del carcerario): le prigioni non diminuivano il tasso di criminalità; la detenzione provocava la recidiva, spargendo tra la popolazione pericolosi delinquenti; il carcere finiva inevitabilmente per fabbricare dei delinquenti e con il creare un’organizzazione tra di loro; l’abbandono della famiglia da parte del detenuto sfociava nella creazione di ulteriore delinquenza all’interno del nucleo familiare. Siffatti fenomeni avrebbero dovuto comportare una riconsiderazione riguardo al funzionamento della prigione, alla sua forma istituzionale ed alla sua efficienza, ma, come sottolineato dallo studioso di Poitiers, alle critiche si rispondeva sempre con la riconferma dei principi invariabili della tecnica penitenziaria. Di fronte a questo dato storico diveniva legittimo chiedersi: “a cosa serve lo scacco della prigione, a chi tornano utili i differenti fenomeni che la critica denuncia”?
“Bisognerebbe allora supporre che la prigione, e in linea generale, senza dubbio, i castighi, non siano destinati a sopprimere le infrazioni; ma piuttosto a distinguerle, a distribuirle, a utilizzarle; che essi mirino, non tanto a rendere docili coloro che sono pronti a violare le leggi, ma che tendano ad organizzare la trasgressione delle leggi in una tattica generale di assoggettamento”33.
La “penalità” veniva, dunque, costituita non tanto per la mera repressione degli illegalismi34, quanto per differenziarli35, per economizzarli e renderli utili all’interno di meccanismi di dominio. Grazie a questa logica “il crimine” era legato in maniera sempre più forte all’ultimo rango dell’ordine sociale, che diventava il vero oggetto di una legge penale formalmente uguale per tutti: sorgeva una “necessaria” dissimetria di classe nella gestione dell’apparato penale, che stabiliva una relazione diretta tra la violazione della legge ed una “categoria votata al disordine”.
“Se tale è la situazione la prigione, col suo scacco apparente, non manca però il suo scopo; al contrario, lo raggiunge nella misura in cui suscita in mezzo agli altri una forma particolare di illegalismo, che essa permette di separare, di porre in piena luce e di organizzare come un ambiente relativamente chiuso, ma penetrabile. Essa contribuisce ad organizzare un illegalismo vistoso, definito irriducibile a un certo livello e segretamente utile-riluttante e docile insieme; essa disegna isola sottolinea una forma di illegalismo che sembra riassumere simbolicamente tutte le altre, ma che permette di lasciare in ombra quelle che si vogliono o si devono tollerare. Questa forma è la delinquenza36 propriamente detta”37.
Si trattava – nel caso della delinquenza – di una sorta di “illegalismo chiuso38” la cui messa in opera presentava una serie di vantaggi per le dinamiche dei meccanismi di dominio, riuscendo il carcerario a controllarla, indirizzarla ed utilizzarla strategicamente in contrapposizione agli altri illegalismi:
“Possiamo dire che la delinquenza, solidificata da un sistema penale centrato sulla prigione, rappresenta uno stornamento di illegalismo per i circuiti di profitto e di potere illeciti della classe dominante”39.
Tale scenario – attraverso cui è possibile comprendere meglio la relazione tra “l’apparente scacco” della prigione ed il suo “successo” – doveva essere concepito non come un quadro statico, composto da “risultati acquisiti una volta per tutte” dal sistema carcerario e/o dalla classe dominante, ma come un universo dinamico composto da “tattiche che si modificano nella misura in cui non raggiungono completamente il loro scopo”. Gli effetti del potere non “hanno cessato di incontrare resistenze; hanno provocato lotte e reazioni”40. Numerose critiche e contrapposizioni – da parte dei ceti popolari, dell’intellettualità, dei lavoratori organizzati, ecc. – hanno accompagnato la storia ed il divenire dell’ “arcipelago carcerario”. La posta in gioco politica intorno alla penalità è sempre stata molto alta; la battaglia attorno alla prigione ed ai tribunali è stata condotta con reiterata costanza da coloro che volevano denunciare e sovvertire il funzionamento del sistema mentre la polemica ed il dibattito relativi al crimine ha frequentemente contrapposto alla forma mentis dominante un insieme di considerazioni volte a far apparire il gioco delle forze sociali che si oppongono le une alle altre e ad invertire la valutazione sociale del reato41. Contro il ruolo della disciplina è stato – in merito un esempio storico è quello dei fourieristi – rivendicato e difeso il valore dell’ “indisciplina”, della libertà nativa ed immediata. Il carcerario, le logiche, ed i meccanismi ad esso connessi venivano radicalmente combattuti e messi in questione nell’esatto momento in cui assumevano un ruolo centrale nella società disciplinare. Si è ben distanti, quindi, da un definitivo trionfo di un potere, di una classe, o di un determinato assetto sociale ma, proprio per questo, è possibile riscontrare un decisivo carattere dinamico e positivo del potere stesso. Foucault pone in evidenza come il potere-sapere, nonostante la sua incredibile capacità di permeare e produrre, incontrasse – ed incontra tutt’oggi -, proprio nel suo esercitarsi sui corpi attraverso le tecnologie disciplinari, una contrapposizione inesauribile. La lotta in questione e le forme di resistenza ad essa connesse “impongono al potere una continua metamorfosi che, da una parte, mette in luce il suo essere limitato e dimostrano che esso non è mai del tutto onnipotente, dall’altra parte costituiscono una sua risorsa di perfezionamento, poiché sono proprio gli ostacoli che continuamente incontra e i punti dove meno attecchisce a costringerlo ad evolversi, a ripiegare su se stesso per trovare nuove vie verso cui avanzare”42. E’ proprio questa natura relazionale a delineare nelle pagine dello studioso di Poitiers un potere che, lungi dall’essere un’essenza od un semplice attributo, si caratterizza per la sua realtà operativa43 e non riducibile: “it is a social space”44.
Le suggestioni, gli spunti, il metodo, la problematizzazione storico/concettuale e l’apporto conoscitivo propri di quest’opera di Foucault restano, a trentacinque anni dalla sua pubblicazione, di primaria importanza. In merito ad essi il dibattito è ancora vivo ed i punti da discutere porterebbero chi scrive ben al di là dei limiti connessi alla stesura del presente scritto. Si conceda tuttavia di sottolineare velocemente almeno un aspetto dotato di una certa attualità. Lasciando da parte la tematica dei micro-poteri – su cui si è detto molto (forse, come dice Marramao45, anche troppo) – sarebbe interessante soffermarsi sulle capacità produttrici del potere-sapere e sui loro effetti. Ad esempio quest’ultimo, grazie alla disciplina, risulta alla base della stessa fabbricazione dell’individuo che, lungi dall’essere un dato naturale, è il prodotto di una precisa temperie storica. Si tratta di un generare che vede sorgere – insieme all’individuo – un preciso modo di oggettivazione del soggetto46corrispondente ad una determinata produzione di “verità”47. Tale oggettivazione, nel corso dell’età moderna, si afferma come imposizione del potere “ortopedico” sul soggetto che in tal modo viene omologato e controllato48. Da qui l’importanza dell’analisi del potere a cui si dedicherà Foucault fino alla fine dei suoi giorni: essa risulterà un mezzo per poter liberare il soggetto dalle oggettivazioni imposte49, uno strumento capace di poter smascherare la violenza politica insita nei processi di normalizzazione aprendo la strada alla possibilità di combatterli50. Siffatto approccio – in un’epoca travagliata dal problema dell’identità e da quello della riorganizzazione politica, sociale ed economica – conserva la capacità di segnalare i rischi e le dinamiche coercitive connesse a talune pratiche e a determinate modalità di oggettivazione presenti nella nostra temperie, fornendoci altresì alcune interessanti riflessioni. Basti pensare a ciò che Foucault scriveva nel 1983:
“Forse oggi l’obiettivo principale non è di scoprire che cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo essere, per sbarazzarci poi di quella sorta di doppio legame politico, costituito dall’individualizzazione e dalla totalizzazione simultanea delle moderne strutture di potere. La conclusione potrebbe essere che il problema politico, etico, sociale e filosofico oggi, non è tanto di liberare l’individuo dallo stato e dalle sue istituzioni, quanto di liberare noi stessi sia dallo stato che dal tipo di individualizzazione che è legato allo stato. Occorre promuovere nuove forme di soggettività attraverso il rifiuto di quel tipo di individualità che ci è stato imposto per così tanti secoli”51.
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NOTE
1 In particolare, nel corso del XVIII secolo, all’interno degli scritti dei riformatori. Cfr. Michel Foucault, Sorvegliare e Punire . Nascita della prigione, Einaudi, Torino, 1993, pag. 125
2 Si veda, Ivi, pag. 128
3 “La prigione, nell’insieme, è incompatibile con tutta la tecnica della pena-effetto, della pena-rappresentazione, della pena-funzione generale, della pena-segno e discorso”. Ivi, pag. 124
4 “In meno di vent’anni, in ogni modo, il principio, così chiaramente formulato dalla Costituente, delle pene scientifiche, adeguate, efficaci, che siano, in ciascun caso, lezione per tutti è divenuto il principio della detenzione per ogni infrazione importante, quando non merita la morte”. Ivi, pag. 126
5 Ivi, pag. 144
6 Ivi, pag. 141
7 Ivi, pag. 137
8 Si veda in merito l’intervista rilasciata da Foucault nel 1983 su “Discipline and Punishment” negli Usa, ora disponibile su http://www.youtube.com/watch?v=Xk9ulS76PW8, 25/5/2010.
9 Michel Foucault, Sorvegliare e Punire , op.cit., pp. 257-271
10 Emblematico è quanto scriveva a riguardo Foucault: “Può darsi che la guerra come strategia sia la continuazione della politica. Ma non bisogna dimenticare che la politica è stata concepita come la continuazione se non esattamente e direttamente della guerra almeno del modello militare come mezzo fondamentale per prevenire il disordine civile. La politica, come tecnica della pace e dell’ordine interni, ha cercato di mettere in opera il dispositivo dell’esercito perfetto, della massa disciplinata, della truppa docile ed utile, del reggimento accampato e sull’attenti, in manovra e in esercitazione.” Ivi, pag. 184
11 Ivi, pp. 148-149
12 Per la comprensione del pensiero di Foucault inerentemente al tema del potere, è estremamente importante il legame tra le pratiche religiose e la nascita delle discipline. Si veda in merito Alessandro Pandolfi, Potere pastorale e teologia politica nel pensiero di Michel Foucault, in Il Pensiero Politico, 32:2, 1999, pp.210-211
13 Si tratta del principio di “localizzazione elementare”. “Ad ogni individuo il suo posto; ed in ogni posto il suo individuo…lo spazio disciplinare tende a dividersi in altrettante particelle quanti sono i corpi o gli elementi da ripartire”. Ivi, pag. 155
14 La regola secondo la quale nelle istituzioni disciplinari si va “codificando, poco a poco, uno spazio che l’architettura lasciava in generale disponibile e pronto a diversi usi. Vengono definiti determinati luoghi per rispondere non solamente alla necessità di sorvegliare, di interrompere le comunicazioni pericolose, ma anche per creare nuovi spazi”. Lo spazio iniziò dunque ad essere distribuito e suddiviso con rigore. Michel Foucault, Sorvegliare e Punire , op.cit., pp. 156-157
15 Si veda Michel Foucault, Ivi, pp. 170-177
16 “Per riassumere possiamo dire che la disciplina fabbrica, partendo dai corpi ch’essa controlla, quattro tipi di individualità, o piuttosto una individualità che è costituita da quattro caratteri: essa è cellulare (attraverso il gioco delle ripartizioni, è organica (attraverso la codificazione delle attività), è genetica (attraverso il cumulo del tempo), è combinatoria (attraverso la composizione delle forze)”. Ivi, pag. 183
17 Si veda Michel Foucault, Ivi, pp. 187-194
18 Idem, pp. 194-202
19 Idem, pp. 202-210
20 “…è in effetti una figura di tecnologia politica che si può e si deve distaccare da ogni uso specifico”. Ivi, pag. 224
21 In merito Foucault fa diretto riferimento all’opera di Bentham, Panopticon (1791).
22 “Tante gabbie, altrettanti piccoli teatri in cui ogni attore è solo, perfettamente individualizzato e costantemente visibile. Il dispositivo panoptico predispone unità spaziali che permettono di vedere senza interruzione e di riconoscere immediatamente. Insomma il principio della segreta viene rovesciato[…] La piena luce e lo sguardo di un sorvegliante captano più di quanto facesse l’ombra che, alla fine, proteggeva. La visibilità è una trappola[…] Di qui l’effetto principale del Panopticon: indurre nel detenuto uno stato cosciente di visibilità che assicura il funzionamento automatico del potere” Michel Foucault, Sorvegliare e Punire , op.cit., pp. 218-219
23 Si veda Stefano Catucci, Introduzione a Foucault, Laterza, Roma, 2008, pag. 104
24 “Il Panopticon […] se organizza il potere, se vuole renderlo più economico e più efficace, non è per il potere stesso, né per la salvezza immediata di una società minacciata: si tratta di rendere più forti le forze sociali – aumentare la produzione, sviluppare l’economia, diffondere l’istruzione, elevare il livello della moralità pubblica; far crescere e moltiplicare. Come rinforzare il potere in modo che lungi dall’intralciare questo progresso, lungi dal pesare su di esso con le proprie esigenze e gravami, al contrario lo faciliti? Quale intensificatore di potere potrà essere nello stesso tempo un moltiplicatore di produzione?[…] La soluzione del Panopticon a questo problema è che la maggiorazione produttiva del potere può essere assicurata solo quando abbia, da una parte, la possibilità di esercitarsi in maniera continua sulle basi della società[…] e dall’altra, funzioni al di fuori di quelle forme improvvise, violente e discontinue, che sono legate all’esercizio della sovranità”. Michel Foucault, Sorvegliare e Punire , op.cit., pp. 226-227
25 “In effetti i due processi, accumulazione degli uomini e accumulazione del capitale non possono venir separati[…]”Ivi, pag. 240
26 In merito Foucault sottolinea, con una frase che avrebbe fatto molto discutere, come “i Lumi che hanno scoperto le libertà, hanno anche inventato le discipline”; Ivi, pag. 242. Riguardo all’ambivalente posizione di Foucault relativamente all’Illuminismo ed al dibattito ad essa connessa si vedano i testi raccolti in A.A.V.V., Foucault et les Lumieres, in “Lumieres”, n.8, 2006, pp.3-248
27 “So the abstract formula of Panoptcism is no longer to see without been seen but to impose a particular conduct on a particular human multiplicity. We need only insist that the multiplicity is reduced and confined to a tight space and that the imposition of a form of conduct is done by distributing in space, laying out and serializing in time, composing in space time and so on”. Gilles Deleuze, Foucault, Continuum, London, 2006, pag. 29
28 Si veda in merito il ragionamento di Judith Revel in Id., Michel Foucault, un’ontologia dell’attualità, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003, pag. 116
29 Michel Foucault, Sorvegliare e Punire , op.cit., pag. 212
30 “La prigione, questa zona la più buia dentro l’apparato della giustizia, è il luogo dove il potere di punire , che non osa più esercitarsi a viso scoperto, organizza silenziosamente un campo di oggettività in cui il castigo potrà funzionare in piena luce come terapeutica e la sentenza iscriversi tra i discorsi del sapere. Si capisce come la giustizia abbia adottato tanto facilmente una prigione che non era tuttavia stata figlia del suo pensiero. Le doveva davvero questa riconoscenza”. Ivi, pag. 281
31 Ivi, pp. 274-275
32 Michel Foucault, Sorvegliare e Punire , op.cit., pp. 330-338
33 Ivi, pag. 300
34 Il che ha portato una studiosa come Judith Revel a sostenere che lo scritto di Foucault più che “Sorvegliare e Punire ” avrebbe dovuto chiamarsi, almeno dal punto di vista storico, “ Punire o Sorvegliare”. Si veda Judith Revel, op.cit., pag.115
35 Da cui la tesi, ben esposta da Deleuze, secondo la quale “Law administer illegalism: some it allows, makes possibile or invents as the privilege of the dominating class; others it tolerates as a compensation for the dominated classes, or even uses in the service of the dominating class; others again it forbids, isolates and thakes as both its object and its means of domination”. Gilles Deleuze, op.cit., pag.26
36 “La sorveglianza di polizia fornisce alla prigione soggetti che hanno commesso una infrazione, questa li trasforma in delinquenti, bersagli e ausiliari dei controlli di polizia che rinviano regolarmente alcuni di loro in prigione” Michel Foucault, Sorvegliare e Punire , op.cit, pag. 311
37 Ivi, pp.304-305
38 Ovvero distinto ed opposto agli altri illegalismi e caratterizzato dalla definizione di un circuito di formazione incentrato sulla Ivi, pp. 305-306
39 Ivi, pag. 309
40 Ivi, pag. 315
41 Ivi, pp. 317-323
42 Erika Panaccione, Introduzione allo studio di Foucault. Foucault 1969-1979, “Il Giardino dei Pensieri – Studi di Storia della Filosofia”, Aprile 2000, su http://www.ilgiardinodeipensieri.eu/storiafil/erika-3.htmlconsultato il 15/06/2010
43 Tale approccio teorico – che privilegia “le pratiche” – ha avuto un forte impatto anche sul modo di pensare la Storia, si vedano le tesi, ormai classiche, di Paul Veyne in Id, Comment on écrit l’histoire, suivi par “Foucault révolutionne l’histoire”
44 Gilles Deleuze, op.cit., pag. 24. Ne deriva anche la formula inversa per la quale “la società non è un corpo unitario dove si esercita un solo potere, ma la coordinazione di poteri diversi”. Annick Jaulin, I. Giustizia e Democrazia II. Michel Foucault: l’analisi del potere. Conferenze organizzate nel quadro dell’attività didattica e scientifica del corso di Storia delle Dottrine Politiche e della Scuola Dottorale in Scienze Politiche dell’Università degli Studi Roma Tre A.A. 2007-2008, (traduzione di Bruna Consarelli), Università degli Studi di Roma Tre, Dipartimento di Studi Internazionali, Roma, 2009, pag. 28
45 Si veda Giacomo Marramao, Dopo il Leviatano. Individuo e comunità, Bollati Boringhieri, Torino, 2000, pag. 312
46 Ovvero una delle modalità storiche attraverso cui un essere umano si trasforma in soggetto. Si veda Michel Foucault, Perché studiare il potere: la questione del soggetto, in Pierre Dalla Vigna (a cura di), Poteri e strategie. L’assoggettamento dei corpi e l’elemento sfuggente, Mimesis, Milano, 2005, pag. 103
47 Foucault in tal senso intende con la produzione di “verità” non tanto la produzione di enunciati veri quanto “la regolazione di campi nei quali la pratica del vero e del falso può essere al tempo stesso controllata e pertinente”. Michel Foucault, Perché la prigione? Quattro risposte in Pierre Dalla Vigna (a cura di), op.cit., pag. 77
48 Si veda quanto scritto in merito da Salvatore Natoli, La verità in gioco. Scritti su Foucault, Feltrinelli, Milano, 2005, pp.68-100
49 Si veda Annick Jaulin, op.cit., pag. 35
50 Foucault ha sempre prestato molta attenzione alla dimensione della “lotta”, si pensi a come finisce lo stesso Sorvegliare e Punire : “ In questa umanità centrale e centralizzata, effetto e strumento di complesse relazioni di potere, corpi e forze assoggettate da dispositivi di carcerazione multipli, oggetti per discorsi che sono a loro volta elementi di quella strategia, bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia”(p. 340). La dimesione della battaglia e della lotta ha avuto inoltre una grande importanza nella sua riflessione sul potere; si veda a riguardo Michel Senellart, Michel Foucault: governamentalità e ragion di Stato, (traduzione italiana di Giulio Gentile) in AA.VV., Situations de la démocratieBisogna difendere la società, Feltrinelli, Milano 2009
51 Michel Foucault, Perché studiare il potere: la questione del soggetto, in Pierre Dalla Vigna (a cura di), op.cit., pag. 114
Titolo originale: Surveiller et punir. Naissance de la prison, Gallimard, Paris 1975; trad. it.
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Immagine di copertina:
La ronda dei carcerati – Vincent van Gogh, 1890 (conservato al Museo Puškin di Mosca)
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