Per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050 (gas serra emessi bilanciati da gas serra rimossi) non è sufficiente piantare alberi e viaggiare su auto elettriche: serve un piano strategico globale sull’energia ancora mancante.

Fino a tre anni fa la transizione energetica era un argomento che non destava particolare preoccupazione, malgrado ogni tanto ci fosse una certa Greta Thunberg a ricordarci che le cose non stessero andando proprio così bene.

Certo, tutte le istituzioni mondiali erano consapevoli delle criticità ambientali che il pianeta stava affrontando a causa dell’inquinamento e del progressivo esaurimento delle sue risorse naturali, ma le contromisure di lungo periodo erano già state studiate e si stava procedendo alla loro graduale realizzazione.

Nel 2015 l’Agenda ONU per lo sviluppo sostenibile fissava 17 obiettivi e 169 traguardi specifici da raggiungere entro il 2030. Sempre nel 2015 gli accordi di Parigi stabilivano l’impegno al contrasto dei cambiamenti climatici mediante l’abbattimento delle emissioni di gas serra al fine di contenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali. Ancora nel 2015 lo scandalo “dieselgate” spalancava definitivamente la porta ad una nuova era della produzione automobilistica: quella della mobilità elettrica.

Molti hanno sottostimato la reale complessità della situazione, molti hanno ottimisticamente pensato che tutto si potesse risolvere senza grandi problemi, piantando alberi per compensare le emissioni di CO2. Ma oggi, dopo due anni di pandemia e sei mesi di guerra, messi nuovamente di fronte a una crisi energetica tanto imprevista quanto dolorosa, dobbiamo prendere atto del fallimento delle politiche della cosiddetta “transizione green”. Infatti, siamo ancora troppo dipendenti dalle fonti fossili (petrolio, carbone e gas) che sono quelle più inquinanti, più esposte alle fluttuazioni dei mercati ma soprattutto quelle che si stanno rapidamente esaurendo e alle quali finora non siamo stati in grado di trovare delle alternative efficaci.

Abbiamo evitato il ricorso al nucleare per ragioni di sicurezza, di salute e di smaltimento delle scorie. Le fonti rinnovabili (solare, eolico, geotermico, idroelettrico e biomassa) sono state poco sfruttate anche perché in parte influenzate dalle condizioni climatiche e atmosferiche, la produzione di idrogeno quasi ignorata. E la mobilità elettrica si è rivelata un grande flop.

Si, perché il ciclo di vita dell’auto elettrica – dalla sua produzione allo smaltimento finale – è fortemente inquinante, le batterie non sono ancora né affidabili né sicure, la rete di ricarica è decisamente limitata, i costi sono elevati e la componentistica elettronica di difficile reperimento ci vincola troppo alle forniture cinesi.

Ciò nonostante, l’Unione Europea ha deciso di mettere al bando i motori endotermici a partire dal 2035. Il vero obiettivo di questa scelta consiste nel voler drasticamente ridurre il numero di autovetture circolanti e ciò significa che saremo costretti a cambiare le nostre abitudini di mobilità: l’automobile non sarà più un bene privato di largo consumo e verrà sostituita da servizi di trasporto elettrico in sharing, sia terrestre che aereo, su distanze di breve e medio raggio. Intanto si sta lavorando intensamente sulla guida autonoma gestita da reti satellitari e i maggiori produttori mondiali di auto e di velivoli elettrici si stanno attrezzando per entrare direttamente nel business spaziale. Ai nostalgici ex-automobilisti non resterà che andare in bicicletta o in monopattino, sempre rigorosamente elettrici. Siamo pronti ad accettare questa rivoluzione?

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