Si dice che Madeleine Albright, segretaria di stato americana nell’amministrazione Clinton, leggesse spesso Sallustio.

La cosa potrebbe essere normale, giusta l’eterna attualità dei classici, che, scomodando Italo Calvino, non finiscono mai di dire quello che hanno da dire, ma si carica di significato, alla luce del ruolo politico della donna. Nelle due monografie dello storico romano,- la sua opera di più ampio respiro, le Historiae,essendoci purtroppo pervenuta solo in frammenti-, e in particolare in quella sulla guerra numidica: il De bello Iugurthino o Bellum Iugurthinum, si trovano considerazioni di ordine politico di indiscutibile attualità. E’in queste pagine che incontriamo forse la prima riflessione, in ambito romano, sulle interazioni tra politica estera e politica interna, sia pure in forma embrionale, atteso che si risolve sbrigativamente in un capitolo. E sì, Sallustio dà il la ad una riflessione sulla politica romana, che troverà il suo approdo maturo, oltre un secolo più tardi, nelle pagine di Publio Cornelio Tacito e nella sua censura su un imperialismo esasperato, condensata nel duro giudizio: “ fanno un deserto e lo chiamano pace”: “et ubi solitudinem faciunt pacem appellant”. Risfogliando le pagine su Giugurta quindi, ti imbatti in temi di un’attualità, che quasi sconcerta. Sin dai primi capitoli, quelli per cui la critica parla di Archeologheia, di archeologia sallustiana, incontri riflessioni, che trascendono i confini dell’hic e del nunc, del qui e dell’ora, per assumere una valenza, che direi universale.

Benedetto Croce non si meraviglierebbe più di tanto, ogni storia essendo storia contemporanea, ma chi non indulge alla lezione idealista e non si contenta dei corsi e ricorsidi Giambattista Vico, lisi da un uso, che li rende quasi una formula facta, non può ignorare la portata delle affermazioni del Nostro. Si pensi al capitolo XLI, in cui si teorizza il c.d. timor del nemico, il metus hostilis, che aveva un effetto deterrente dalla degenerazione, trattenendo ognuno in occupazioni, le più dignitose e convenienti: convenienti e dignitose per se e per la patria.

Basta riandare con la memoria a venti anni fa, al periodo della cortina di ferro, dei blocchi contrapposti e del muro di Berlino, per rendersi conto di quanto il metus hostilis, anche se non tale da trattenere tutti in occupazioni dignitose, finiva tuttavia per incidere notevolmente sulle dinamiche della politica interna degli stati.

Leggere gli scritti dell’amiternino, ché Sallustio nacque ad Amiterno, identificata dai moderni in San Pio delle Camere nell’aquilano, è sicuramente raccomandabile per chi è impegnato nella vita politica, se non altro corrobora l’animo, consentendo che la dialettica tra ideale e reale attenui quella tra illusione e delusione: status quest’ultimo che va sempre messo in conto da chi è impegnato nella vita pubblica e che quindi del pubblico deve subire anche i mutamenti di gusto e perfino di umore.

Si leggano, al riguardo, i capitoli introduttivi del De Coniuratione Catilinae, contenenti una confessione più o meno sinceramente dettata, ma sicuramente intima, e ci si renderà conto che alla fine coglie il vero l’antico adagio per cui non c’ è nulla di nuovo sotto il sole. “Nihil novi sub sole!!!”.

E la Congiura di Catilina assume un’importanza tanto più grande, ove letta in chiave eminentemente politica. Senza addentrarci sulla portata dell’evento, che divide la critica, qui interessa vedere come l’opera di Sallustio si collochi tra l’altro in un filone, per così dire, militante. L’emergere statuario di Caio Giulio Cesare, paladino della costituzione, dei diritti di libertà diremmo con formula moderna, libero da ogni sospetto di contiguità coi congiurati, che tuttavia, in quanto leader dei Populares, doveva pur conoscere, risponde sicuramente ad un’esigenza che, in ultima istanza, pare apologetica. La statuarietà di Cesare, tutto teso alla difesa dei diritti civili, che non ammettono coartamento di sorta, nemmeno in virtù di una legislazione, che potremmo chiamare dell’emergenza, finisce per ridimensionare la figura e l’opera di Cicerone, il console che sventa la congiura, l’oratore che ne denuncia impietosamente lo svolgersi, l’uomo, che, in tutta la sua vita, rimarcherà sempre il suo ruolo nella difesa di Roma, tanto da impegnarsi perfino in una fatica poetica: il De Consulatu meo: Sul mio consolato, pur di dare il bilancio di quegli anni.

E, proprio un frammento del De Consulatu meo, oggetto delle strali avvelenate dell’autore o degli autori dell’Invectiva in Ciceronem, un’opera a lungo attribuita a Sallustio , ma troppo sallustiana, per esserlo veramente, vorrebbe Roma fortunata, in quanto nata, nata a nuova vita, sotto il consolato di Cicerone.

O fortunatam natam me consule Romam”: “ Fortunata sei Roma, nata sotto il mio consolato”. L’esametro, troppo sfacciatamente pretenzioso, per passare inosservato ai detrattori dell’arpinate, potrebbe collegarsi ad un’esigenza marcatamente propagandistica: alla necessità di sottolineare con ogni forza l’impegno profuso nello sventare la congiura.

Del resto al concittadino di Caio Mario era noto quanto arduo fosse “sfondare”, usiamo pure un termine televisivo, nell’opinione pubblica, se, come ci confessa nell’ orazione in difesa di Plancio: la Pro Plancio, finì quasi per star male, di fronte al pubblico, che non conosceva o non ricordava le sue azioni, da questore in Sicilia prima, dopo come difensore dei siciliani dalle ruberie di Verre.

Né va sottovalutato il fatto che è uno dei pochissimi versi pervenutici del De Consulatu meo, sicché, analizzarlo fuori dal contesto in cui si inserisce, potrebbe ricreare l’errore da cui neppure Leopardi andò esente intorno al famoso verso di Menandro “ muor giovane colui ch’al cielo è caro”. Il verso, a prima vista, carico di profondo pessimismo, sì da essere scelto dal poeta in epigrafe ad un suo componimento, attraverso un rinvenimento papiraceo, si è rivelato come la battuta di un figlio libertino al vecchissimo padre avaro.

Quale che sia la reale portata dell’esametro e ammesso che tale sia uscito dalla penna di Cicerone, quello che è certo è che il Nostro a più riprese tornò sull’affaire Catilina, quasi che fosse necessario ribadire la portata della sua opera da console.  Del resto, allora come ora, la visibilità era un elemento importante ed irrinunciabile per i politici.

E se l’opera di Cicerone appare ridimensionata in Sallustio , che peraltro sconta in questa sua prima monografia lo scotto del principiante, certo è che sia l’arpinate che l’amiternino concordano sul pericolo eversivo corso da Roma. Entrambi, pur nella differenza della prospettiva politica, sono per il mantenimento dello status quo. Sono entrambi concordi che, se mutamenti devono esserci, non devono essere affidati a rivoluzioni violente.

Ma vediamo più da vicino le diversità di prospettiva politica di cui abbiamo appena detto.

Sia Cicerone che Sallustio vengono dalla Provincia. Sia Cicerone che Sallustio si trovano homines novi in un contesto affatto ostile ai nuovi arrivati.

Certo, il dato anagrafico concorre forse alla diversità di scelta, essendo Marco Tullio Cicerone, nato nel 106 a.C.,  di venti anni maggiore di Caio Sallustio Crispo, che era dell’ 86 a.C., tuttavia sia il primo che il secondo incontreranno un mondo assai chiuso a penetrazioni esterne.

Come nota Lidia Storoni Mazzolani, nella sua introduzione al De bello Iugurthino ( Classici BUR, Milano 1991): “ Teoricamente, tutte le cariche ( dello stato romano, n.d.r.) erano aperte a chiunque, ma in pratica erano passate di mano in mano, nella cerchia di poche famiglie legate da interessi comuni”, sicché si capisce lo sfogo di Cicerone: “ se commetto un errore non c’è indulgenza, se agisco bene non un elogio…se esito, non c’è chi mi dia un consiglio fidato, se mi trovo in difficoltà, dai nobili non mi viene il minimo aiuto…”. E’ questo lo scotto che deve pagare chi, entrato nella vita pubblica romana, si trova a fare i conti con l’oligarchia senatoria, che tutta la domina e la controlla, alla luce di una conventio ad excludendum,  che non è non scritta nelle leggi, ma che è concepita come una vera e propria consuetudine costituzionale.

Sennonché, mentre Cicerone tenta un’integrazione sia pure difficile e vi riesce, Sallustio , apparentemente integrato, sarà sempre alieno dalla logica oligarchica, che bollerà in tutta la sua faziosità. Di qui l’attacco ai “pauci”, ai “potentiores”, ai “factiosi”. Il primo, sin dalla sua orazione in occasione della candidatura al consolato, l’In toga candida, sarà teorizzatore di quella “Concordia omnium”:  l’ accordo di tutti, che alla fine, rivisto e corretto alla luce delle mutate esigenze politiche, si trasformerà nel “Consensus omnium bonorum”: l’accordo di tutti i ben pensanti, come traduce qualcuno. E questo nuovo slogan, chiamiamolo così, ché alla fine si tratta anche di una formula di propaganda, apparso nell’orazione in difesa di Sestio, la Pro Sestio del 56, questo accordo che trasversalmente unisce,  che dovrebbe unire, l’oligarchia senatoria con l’ordine equestre, affacciatosi   rampante nel panorama di Roma e pronto ad occuparne la scena, è dettato dalle mutate condizioni di ordine economico e sociale e perciò politico. Anche i Populares, quelli che oggi chiameremmo, sia pure impropriamente, i democratici, sono pronti ad alleanze trasversali, ma, mentre nella prospettiva ciceroniana, l’accordo deve tradursi in alleanza duratura e stabile, nella prospettiva dei primi, e quindi anche di Sallustio , che, pur critico verso la divisione in fazioni e verso gli eccessi demagogici propri della propaganda dei Populares, a questi fu sempre vicino, l’ accordo deve essere circoscritto e a termine. Se serve per sconfiggere il pericolo eversivo di Catilina, non solo oligarchia e ordine equestre, ma anche i Populares possono, anzi, devono coalizzarsi, però, almeno nel pensiero dell’amiternino, si tratta di coalizioni con scadenza. Va detto, per verità di cronaca, che alla formazione politica di Sallustio concorrono anche esperienze di ordine squisitamente personale. Se è vero quello che apprendiamo da Varrone, il giovane di grandi speranze, venuto dalla provincia, trovò una brutta accoglienza da parte della Roma bene, quella aristocratica. Colto in flagrante adulterio con Fausta, figlia di Silla e sposata, in seconde nozze, con Milone, oltre alle legnate, forse meritate, si attirò l’odio diffidente di un intero segmento sociale. Forse per questo si avvicinò alla linea di Clodio, il giovane aristocratico di “sinistra” e nemico giurato di Cicerone, fatto è che proprio questa amicizia e la veemenza con cui da tribuno della plebe incitò il popolo, perché fosse vendicata l’uccisione di Clodio, finirono per renderlo più inviso di quanto già non fosse prima. E l’odio fu ricambiato almeno con la diffidenza da parte di Sallustio . Antonio La Penna, trattando di Properzio, parla di integrazione difficile, ci sia permesso di scomodare questa formula anche per il Nostro, che anzi, a ben guardare, integrato non fu mai. E non fu integrato non solo per i motivi di ordine sociale e politico di cui abbiamo trattato, ma pure per un suo costante anelito ad un ritorno alle origini della repubblica romana, quando Roma governava sulle poche terre del Latium vetus. Perciò il suo secessus: la sua uscita di scena dalla vita pubblica, necessitato o meno che fosse da responsabilità di ordine morale, non avendo egli brillato in integrità e in onestà nel suo incarico da governatore, consigliato, a posteriori, da ragioni di utilità politica, tra cui l’uccisione di Caio Giulio Cesare, suo protettore, finì per connotarsi quasi come una liberazione, sia pure amara, ma pur sempre liberazione: liberazione da una logica che coinvolge e stravolge chiunque creda di comprenderla e, ancora di più, chiunque pretenda di dominarla o di correggerla.

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