I soldati della Wehrmacht non avevano ancora abbandonato Roma, che già alcuni degli alti funzionari del Ministero dell’Interno avevano ripreso a lavorare con l’impegno di riorganizzare gli uffici della Presidenza del Consiglio e del Ministero degli Interni, pilastri portanti dell’amministrazione civile dello Stato, caduti in paralisi totale per le ragioni che adesso dirò.

Un documento dell’archivio del prefetto Francesco Miraglia

I soldati della Wehrmacht non avevano ancora abbandonato Roma, che già alcuni degli alti funzionari del Ministero dell’Interno avevano ripreso a lavorare con l’impegno di riorganizzare gli uffici della Presidenza del Consiglio e del Ministero degli Interni, pilastri portanti dell’amministrazione civile dello Stato, caduti in paralisi totale per le ragioni che adesso dirò.

Per poter comunicare, prima della liberazione di Roma, con qualche capoluogo di Provincia del Nord, e dopo la liberazione con i capoluoghi del Sud e del Centro riconquistati dagli alleati, pochi funzionari ed impiegati dell’Interno avrebbero agito in condizioni di piena emergenza. Radio, telegrafo e telefono restavano spesso muti. Non si sapeva neppure dove si fermasse la linea del fuoco della guerra che dallo sbarco in Sicilia (10 luglio 1943) degli anglo-americani comandati dal Maresciallo Harold Alexander stava risalendo la penisola per scacciare i tedeschi comandati dall’abile Maresciallo Albert Kesselring.

Eppure, questo era il minore dei problemi, rispetto al pericolo reale protrattosi fino al 4 giugno 1944 di essere arrestati dalle SS inferocite e sospettose (non a torto) verso chiunque si aggirasse nel piazzale del Viminale, sede del Ministero degli Interni e della Presidenza.

Come si era sviluppata la vicenda bellica? Come si stavano comportando nel vortice della tragedia italiana gli alti Funzionari degli Interni?

Sfondata la cerniera della “Linea Gustav” a Cassino soltanto il 18 maggio 1944, dopo quattro furiose battaglie (la storica Abbazia di Montecassino era stata ridotta a un cumulo di macerie con l’inutile bombardamento aereo del 15 febbraio), la V Armata alleata poteva finalmente puntare su Roma, militarmente indifendibile. Le avanguardie del generale statunitense Mark Clark giungevano nella capitale la mattina del 4 giugno. Il loro comandante sarebbe passato alla storia come il liberatore della Città Eterna.

A Roma, le speranze di liberazione della città avevano molto oscillato dopo l’8 settembre 1943, data della occupazione militare germanica in risposta all’armistizio dell’Italia con gli alleati anglo-americani.

Un’altalena di illusioni e disillusioni, cominciata con lo sbarco in Sicilia, proseguita col primo bombardamento aereo di Roma (19 luglio), in una cornice di 1.500 morti e della delusione di Pio XII – il Papa si era speso per l’immunità della sua città – e poi con la sfiducia del Gran Consiglio del Fascismo al suo Duce (25 luglio), con lo sbarco drammatico a Salerno contestuale alla comunicazione dell’armistizio (8 settembre), effettuata per radio da parte del Primo Ministro, Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, peraltro preceduta di qualche ora da quella del Comandante in capo alleato, Dwight Eisenhower.

Eventi gravi, in rapida successione, come se un sapiente medico dei pazzi avesse riservato agli italiani, dopo tre anni e mezzo di guerra vissuti lontano dal patrio suolo, una serie di elettrochoc. Queste scosse colpivano anche gli uomini che avevano giurato fedeltà allo Stato. Il Re era fuggito a Brindisi e l’Italia era una nazione allo sbando. Nel caos successivo all’8 settembre, il Ministero, da Roma, doveva mantenere l’ordine pubblico tra bombardamenti, carenza di generi alimentari, ed emergenze di ogni tipo, a dispetto del vuoto politico e della disperazione dei cittadini, senza poter comunicare con Badoglio, ufficialmente Primo Ministro.

Benito Mussolini, agli arresti in un albergo a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, sarebbe stato liberato dal colonnello Otto Skorzeny il 12 settembre, con una audace incursione di paracadutisti. Il giorno precedente, la sede del Ministero dell’Interno era stata occupata manu militari dai tedeschi, che riuscirono quindi a controllare tutte le comunicazioni telefoniche, ivi accentrate dall’inizio della guerra.

Il 15 settembre una nuova agenzia di stampa ufficiale diffuse via radio la notizia che Mussolini aveva ripreso “la suprema direzione del Fascismo in Italia” (1). Per un breve periodo l’ex Duce restò in un castello della foresta bavarese, avendo a disposizione solo l’Ambasciatore italiano a Berlino, Filippo Anfuso, ed un “telefono A” (2) che lo collegava con la rete telefonica del Reich e dei paesi occupati, tra i quali ormai c’era anche l’Italia. A quel telefono i diplomatici avrebbero risposto al Duce di non volerne più sapere di lui; da quel telefono, parlando con i fascisti rimastigli fedeli, Mussolini avrebbe varato il Governo della Repubblica sociale italiana. L’ultimo e più amaro rifiuto l’ex Duce lo avrebbe ricevuto dai Prefetti , lasciati in pace (per modo di dire) fino allo sbarco alleato ad Anzio. Il potere era nelle mani del Segretario del Partito, Alessandro Pavolini, che si installava a Palazzo Wedekind, non fidandosi del Viminale. Ministro degli Interni fu rinominato Buffarini Guidi, appoggiato da Himmler. Le altre cariche di governo della RSI furono ricoperte “da elementi neofascisti e da tecnici poco convinti” (3). Il Maresciallo Rodolfo Graziani accettò il Ministero della Guerra: fu determinante il peso della storica rivalità con Badoglio. La sera del 22 settembre fu data la notizia della costituzione del governo. Il 10 ottobre l’ex Duce si trasferiva a Villa Feltrinelli, Garignano, sul Lago di Garda. Salò diventava sinonimo di RSI.

L’apice della illusione per gli abitanti di Roma si era intanto consumata  con lo sbarco alleato sul litorale di Anzio del 22 gennaio 1944. L’episodio bellico avrebbe anche accelerato la rottura ufficiale della RSI con il Ministero degli Interni. Gli alleati non sfruttarono il vuoto difensivo trovato sulle spiagge, dando tempo alla Wehrmacht di trasferire, con un’operazione di rara perizia organizzativa, in breve tempo ingenti forze contro la testa di ponte, che rischiò di sparire. Un fallimento.

Il generale Lucas, capo della spedizione, venne rimosso e sostituito  dal generale Truscott. Dopo aver atteso vanamente gli alleati, contando la distanza tra Anzio e Roma come in una corsa ciclistica, i romani videro invece sfilare per Via del Corso i prigionieri catturati dai Tedeschi. Su un muro a Testaccio apparve la scritta: “Alleati tenete duro: vi verremo a liberare”.

La vicenda dei Prefetti italiani si era parallelamente allineata al dramma nazionale. Non a caso, il giorno dopo lo sbarco ad Anzio, essi venivano vessati e scacciati dal Palazzo del Viminale, in un giro di vite rabbioso del Governo della Repubblica di Salò – infatti i Prefetti di carriera si erano rifiutati apertamente di prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica di Mussolini – ma pure nell’ingenuo tentativo di delegittimarli nel caso in cui gli alleati si fossero impadroniti di Roma e del Ministero: ipotesi che sembrava allora agli atterriti fascisti repubblichini (ed ai romani tutti) realizzabile a breve.

Il provvedimento della loro destituzione dall’amministrazione lo avrei letto sulla prima pagina (quattro in tutto) de “Il Messaggero” del 24 gennaio: il primo dei funzionari “collocati a riposo con Decreto in corso” era il prefetto Francesco Miraglia, mio padre. Ricordo il suo amaro sarcasmo (non sapevo che si chiamasse così) nel leggere in famiglia la notizia ufficiale.

Al posto dell’algido Funzionario, vedevo ora un uomo amareggiato per le sciagure della nazione e preoccupato per la sua famiglia, ma sereno nella sua scelta ferma e meditata. Naturalmente, anche lui avrebbe dovuto essere, col tempo, deportato al Nord. Questo pericolo venne scongiurato dalla compattezza del Ministero degli Interni: la Repubblica di Salò, non potendo mandare a casa anche i Questori e l’intera organizzazione della P.S., per ovvii motivi di ordine pubblico, li trattenne in servizio, e furono proprio gli ex sottoposti ai Prefetti a salvaguardarli, comunicando – ad esempio – quando era meglio che alcuni di loro non si facessero trovare a casa in certi giorni, e comunicando le prime notizie sicure di una possibile riorganizzazione dell’Amministrazione.

L’inverno 1943-1944 è fermo nella mia memoria. Freddo, fame, paura: uno degli inverni più rigidi del secolo, negozi privi di generi alimentari (si andava a cercarli in campagna, col rischio di vederseli sequestrati perché “acquistati a borsa nera”), paura dei bombardamenti (furono 51, dal 19 luglio 1943 alla liberazione, con oltre 4000 morti accertati). Al collocamento a riposo del Prefetto Miraglia era seguita anche la privazione dello stipendio. Fu anche la compattezza familiare ad aiutarci: la nostra domestica, un’orfana calabrese allevata dai miei genitori come una figlia, dette a mia madre il suo libretto di risparmio!

Non bastava. Il 24 marzo una bomba preparata da un gruppo di azione partigiana venne fatta esplodere a Via Rasella, uccidendo 33 soldati riservisti altoatesini inquadrati nella Wehrmacht. La rappresaglia fu durissima e si consumò nelle cave di pozzolana della Via Ardeatina con l’uccisione di 335 italiani: scomparvero di colpo anche 51 ufficiali, di cui 4 generali e 13 ufficiali superiori che avrebbero dovuto coordinare le future azioni di guerriglia, iniziate con dubbia lungimiranza a Via Rasella dal GAP. La repressione non si esaurì nell’eccidio. Il bando emesso dal colonnello Herbert Kappler – “Per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito” (4) – ed il coprifuoco significavano che la vita di ogni italiano inviso alla RSI era legata ad un filo.

Toccare il fondo dell’abisso, con l’efferatezza dei Priebke di turno, avrebbe però spinto le persone dotate di intelligenza, onestà e capacità organizzativa a pensare ad un serio disegno di riorganizzazione dello Stato, nei limiti delle rispettive competenze.

Nella seconda metà di maggio, finalmente, il vento della speranza riprese intensamente, ma i pericoli rimasero concreti. Abbandonando Roma, la rabbia dei nazisti si sarebbe ancora sfogata con la fucilazione, eseguita sulla Via Cassia, nella borgata La Storta, del sindacalista Bruno Buozzi e di altri detenuti politici che dovevano essere deportati in Germania.

Molto, dunque, rischiarono gli ex-Prefetti, tornando ad aprile e maggio, con astuzie indicibili, nel palazzo del Viminale prima che la città di Roma fosse liberata.

Il 4 giugno 1944 meno della metà geografica del paese era stata liberata con le armi dall’occupazione nazista. Ora doveva essere realizzato uno dei primi “miracoli” della ricostruzione morale dell’Italia.

Ricordo quello che accadde davanti ai miei occhi quella mattina. Un motociclista suonò a casa nostra, in Via Piediluco, nel quartiere Salario – Trieste, e consegnò a mio padre, salutandolo con riguardo, una busta gialla. Nessuna sorpresa da parte sua nel leggere il dispaccio. Con la calma serafica difficile da decifrare per un bambino di pochi anni, disse semplicemente a mia madre: devo andare subito. Neanche mia madre si scompose più di tanto. Cominciai a capire che la loro tacita intesa nel raccontare ai figli, da qualche settimana, la favola che il padre andava a “fare una passeggiata in bicicletta a Villa Borghese”, senza spiegare da dove fosse arrivata la bicicletta e come mai le passeggiate durassero tutto il giorno, aveva nascosto qualcosa di molto importante, che doveva restare segreto. Compresi anche perché la persona che aveva portato la bicicletta a mio padre indossava l’impermeabile sotto il caldo sole di primavera: avevo sbirciato, con la furbizia di un bambino precocemente costretto a diventare adulto, che quella persona era armata.

Il documento portato a mio padre è rimasto tra le sue carte personali. Potei leggerlo anni dopo. Diceva:

Dal Campidoglio 4 giugno 1944.

Ho il piacere di comunicarLe che la S. V. è stata incaricata da questo Comando di predisporre gli elementi per la riorganizzazione degli uffici della Presidenza del Consiglio e del Ministero degli Interni.

I compiti e i limiti dei poteri della S. V. risultano delineati dall’ordinanza n. 3, della quale allego copia.

Altre direttive verranno annunciate da questo Comando, con il quale la S. V. vorrà tenersi in contatto.

Confido nella saggia e intelligente collaborazione della S. V.

Il Comandante civile e militare. Gen. Roberto Bencivenga”.

La riservatezza di mio padre è durata quanto la sua lunga vita. Ma col passare del tempo le mie domande diventarono insistenti, aiutate dall’interesse per la storia e per il diritto, e sono bastate certe sue ammissioni per farmi ricostruire il retroscena dei fatti narrati. Bencivenga aveva saggiamente scelto il Campidoglio per legittimarsi come “Comandante civile e militare” agli occhi dei romani, ma in precedenza una vasta tela era stata tessuta tra la Questura di Roma rimasta fedele allo Stato italiano, l’Intelligence alleata, i Funzionari del Ministero degli Interni “collocati a riposo”. Questi ultimi sfidarono il pericolo, mossi dalla consapevolezza che l’Amministrazione degli Interni era vitale per il paese.

L’incarico a mio padre non era casuale.

Prima di essere nominato Prefetto, Francesco Miraglia aveva svolto le funzioni di Direttore generale del Personale: ossia, aveva valutato ad uno ad uno i funzionari e gli impiegati del Ministero. Avrebbe potuto scegliere i migliori e più fidati collaboratori nel tessere la nuova tela. Nominato Prefetto nel 1943, aveva svolto funzioni di Ispettore, compito delicato per la presenza in ogni provincia di un “Federale”, rappresentante del PNF. Devo ricordare che il Fascismo non aveva potuto smantellare l’impianto di un’Amministrazione statale elitaria ed apolitica. Anche riservandosi la nomina di pochi “Prefetti fascisti” (tralascio le sottili ironie ascoltate sul loro conto), i Prefetti di carriera furono rispettati al punto di lasciare che fossero loro ad accertare se qualcuno dei “laici” – Prefetto o Federale che fosse – aveva infranto le regole della correttezza e dell’onestà che devono distinguere gli amministratori della cosa pubblica.

Ricordo quando mio padre partiva per una missione, e la riservatezza delle sue relazioni. A casa conservava un “prima copia”, che al Ministero era poi battuta a macchina. Ne ho letto qualcuna, dopo la sua morte. Ne ho ricavato un’immagine dell’Italia degli anni 40 migliore, forse, di quella degli anni post bellici, con la splendida eccezione del decennio della “ricostruzione” ed in particolare del settennio degasperiano.

Il Prefetto Miraglia esaurì rapidamente la sua nuova missione a Roma, e subito dopo ne svolse un’altra sempre di “riorganizzazione”. Alla fine di agosto del 1944 il fronte si era spostato a Nord verso la “Linea Gotica”, tra Toscana e Romagna. Le Provincie liberate avevano bisogno di Prefetti che le amministrassero, aiutandole ad uscire – letteralmente – dalle macerie, e di costruire con i Comandanti militari (Allied Military Government on Territory) un rapporto di fiducia verso lo Stato italiano, finché l’AMG non decidesse che tali provincie potevano tornare sotto la piena sovranità italiana.

Un pomeriggio caldissimo venne a casa nostra un distinto Ufficiale inglese con la scorta per presentarsi come accompagnatore del Prefetto Miraglia verso la sua prima sede (Livorno), distante 300 km da Roma e 20 km dal fronte. Aveva in strada una jeep. Poiché il viaggio prevedeva una durata non breve, date le condizioni delle strade, mia madre portò di corsa un cuscino del salotto “buono” al marito  – come al solito – sereno e deciso. Noi potemmo raggiungere il nuovo Prefetto di Livorno soltanto a Novembre.

Rileggendo su Il Messaggero del 24 gennaio 1944 i nomi dei coraggiosi Prefetti che si rifiutarono di giurare a favore non dello Stato, ma di una fazione, li ricordo con ammirazione, e sono profondamente grato che abbiano posto le prime condizioni perché la mia vita trascorresse nella libertà.


Note
1) Cfr. Frederick William Deakin, Storia della repubblica di Salò, Einaudi, 1963.
2) Deakin, op. cit.
3) Deakin, op. cit.
4) Cfr. Alessandro Portelli,  L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Donzelli, 2005; e Paolo Mieli, “Ancora su via Rasella”, in Storia e Politica, Rizzoli, 2001.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

Immagine di copertina:
Il generale Mark Clark in Piazza San Pietro a Roma il 5 giugno 1944
Fonte Wikipedia

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