Il termine “identità” può evocare un concetto di tipo psicologico, che si sostanzia con la percezione che ogni individuo ha di se stesso (della propria coscienza) e può richiamare un senso di tipo culturale. In questo caso, il concetto è più ampio e interessa il piano sociologico.

L’identità culturale di un individuo costituisce l’intero patrimonio personale di un soggetto e la sua interazione in un gruppo di persone piccolo o grande che sia.

Per ciò che concerne l’identità politica, Norberto Bobbio, nel libro “Destra e Sinistra”, ha sostenuto l’importanza della distinzione tra le due parti, mettendo in piena luce il ruolo dell’identità dei partiti nella società italiana.

Il filosofo torinese si contrapponeva a coloro che ritenevano che la distinzione tra destra e sinistra fosse per lo più superata, analizzando i criteri che, viceversa, distinguevano ancora le due categorie.

Tale difesa della distinzione politica traeva spunto dalla necessità di mantenere dinamico e vivo il dibattito culturale e politico mettendo in evidenza la pericolosità di una omologazione del pensiero quale fattore di impoverimento intellettuale della comunità.

Bobbio era inoltre consapevole di quanto fosse importante per la formazione politico-culturale del Paese la sua storia recente: il fascismo, la guerra civile, la delicata fase del dopoguerra, la formazione dei partiti nell’era repubblicana, le profonde divisioni ideologiche anche all’interno di una stessa area politica.

L’avvento del sistema elettorale maggioritario ha prodotto la logica del bipolarismo e introdotto il concetto di bipartitismo. Due concezioni proprie della cultura politica anglosassone che, invece, in Italia, vanno incrinando il concetto d’identità politica.

Il bipartitismo è frutto della storia e dell’eccezionale pragmatismo filosofico anglosassone. Esso è un fattore d’identità collettiva, laddove il realismo e la concretezza spingono ad una ricerca costante della sintesi a discapito delle diversità di vedute, senza tuttavia intaccare la dialettica democratica di base.

L’Italia non ha seguito lo stesso percorso. Di più: la nostra ricchezza politico-culturale proviene proprio dalle diversità e dalle unicità locali.

A dispetto di ciò, sia nel Centro-Destra che nel Centro-Sinistra, si invoca da più parti la necessità di raggruppare in un solo contenitore i diversi partiti, ritenendo che le diversità ideologiche e gli egoismi partitici frenino l’azione politica.

Tale operazione intende semplificare l’attuale schema trascurando la necessaria elaborazione culturale.

Se l’identità è un concetto che può avere una valenza psicologica, etnica, sociologica, religiosa e quindi culturale, e se l’identità politica può essere definita come una parziale sintesi di queste valenze, allora il voler ridimensionarla -se non addirittura eliminarla- potrebbe rivelarsi un grande errore.

L’identità politica di un partito nelle democrazie moderne è quell’insieme di valori e ideali che si manifestano concretamente nel programma e nello statuto organizzativo.

Questa identità in ambito politico aiuta l’individuo a distinguersi e associarsi creando un argine culturale che si oppone ad una realtà sempre più omologata ad un unico sistema socio-economico.

Se la politica italiana disconosce la sua storia e la sua cultura pluralistica, corre verso il superamento dell’identità politica e rischia, così, di rafforzare quell’omologazione culturale e sociale che crea solo profonde e negative conseguenze nell’intima identità dell’individuo.

L’annullamento dell’identità politica di un partito limita – o addirittura sopprime – una parte importante della libertà individuale, costringendo il cittadino ad accettare oppure ad estraniarsi da quello che la politica gli propone in quanto troppo ampio e diluito per poter determinare un suo riconoscimento.

Inoltre, sul piano puramente politico, un annullamento dell’identità basato sul calcolo elettorale, senza alcuna elaborazione culturale, porta un partito a perseguire solo il tatticismo esasperato e di corto respiro, trascurando qualsivoglia visione strategica.

Se un partito rinnega la sua storia politica e il ruolo culturale, si allontana dai suoi elettori, impoverisce inesorabilmente la sua azione politica, divenendo così solo il luogo del calcolo elettorale e imboccando una strada che può condurre alla sua disgregazione. 

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