A oltre cinquant’anni dall’inizio della Guerra di Liberazione sorgono spontanei molti interrogativi, primo fra tutti quello sui valori espressi dalla Resistenza.
A oltre cinquant’anni dall’inizio della Guerra di Liberazione sorgono spontanei molti interrogativi, primo fra tutti quello sui valori espressi dalla Resistenza : se ‑ una volta trasferiti nella Carta Costituzionale entrata in vigore nel gennaio del 1948 ‑ questi valori, da allora a oggi, abbiano realmente prodotto una democrazia avanzata, tale da soddisfare, non solo nei propositi, ma nei fatti, la generalità dei cittadini della Repubblica. Domande nascono anche dalle trasformazioni culturali intervenute nel corpo sociale dal 1945 ad oggi, e specialmente in questi ultimi tempi, con la profonda crisi delle ideologie; domande che esprimono soprattutto l’esigenza di superare interpretazioni di parte. E, inoltre, di colmare i vuoti attraverso le indagini testimoniali ancora possibili ma anche utilizzando nuovi strumenti storiografici, documenti non più vincolati al segreto e resi accessibili negli archivi italiani e stranieri (compresi quelli del Vaticano): per verificare le vicende che caratterizzarono la Resistenza , a cominciare dal numero effettivo dei partigiani, dal loro rapporto con la popolazione, dal sostegno e contributo che questa dette alle formazioni della guerriglia, urbana, nelle campagne e sui monti. Notevoli lacune esistono sulla partecipazione degli italiani, che è stata considerevole, nelle formazioni partigiane in Grecia, Albania, Dodecanneso, Jugoslavia, e in Francia. Un rinnovato interesse investe, poi, lo stesso fascismo, nelle due versioni, del ventennio e di Salò, e, a quest’ultimo connessa, la questione della «guerra civile».
Necessaria appare specialmente la riflessione da compiere assieme ai giovani spesso estraniati ‑ anche a causa delle carenze informative e propedeutiche della famiglia, della scuola, degli stessi partiti ‑ dalla conoscenza di un itinerario politico e culturale, condizione indispensabile alla formazione in ciascuno di un’autonoma coscienza critica, per capire, attraverso il passato, il presente, e influire sulla determinazione del futuro. Pigrizia, desiderio di dimenticare lutti, disgrazie, rovine, il goffo proposito di stendere un velo su un conflitto impropriamente qualificato guerra civile, queste e altre, le ragioni di tale rimozione storica? Proposito di rivalsa del neofascismo che abusa delle libertà democratiche? Incapacità, lassismo da parte delle forze di polizia nel fare rispettare la legge?
Anche se volessimo proseguire in tale elenco, dovremmo riconoscere che qualsiasi analisi sul cedimento alla suggestione della sottocultura neonazista e neofascista sarebbe generica e superficiale se non la considerassimo nell’ambito della crisi che si è andata sviluppando nel mondo dopo l’autoconsunzione del comunismo al di là e al di qua del crollato muro di Berlino; crisi non superabile con i modelli liberisti, adottando i quali non si risolvono di certo i drammatici problemi del sottosviluppo e neppure gli scompensi sociali che anzi crescono all’interno delle stesse nazioni più industrializzate ed opulente.
La fine del socialismo reale, per l’intima incapacità di conciliare l’egualitarismo con la promozione della persona umana, e per le forme oppressive e dispotiche adottate come diretta conseguenza ideologica, se ha allontanato lo spettro di un conflitto apocalittico non ha avviato a soluzione i gravi problemi che impediscono la realizzazione di una comunità mondiale ove la pace si accompagni con una equa ripartizione delle risorse del pianeta, da salvaguardare dalle forme di sfruttamento irrazionale che ne minacciano ormai la sopravvivenza; non ha risolto i problemi della fame, che falcidia le popolazioni dei paesi sottosviluppati, non quello, fondamentale, della libertà dell’uomo che è insieme libertà dal bisogno e tutela dei diritti paritari per vivere e affermarsi nella comunità.
Ne accenno soltanto per dire che la fine di un’epoca dominata dalle ideologie ha aperto una nuova epoca dove mancano i valori, di autentica solidarietà, sopraffatti dal pragmatismo del liberismo economico della competizione industriale, in un sottofondo regolato dagli imperi finanziari.
La sociologia avvertiva già un secolo fa l’impossibilità dì affidare alle sole leggi di mercato l’equilibrio della società. Emile Durkheim riteneva indispensabile renderle soggette ad un ordine normativo, che a sua volta non può reggere senza riferirsi ad «un insieme di valori riconosciuti». Ma stabilire un insieme di valori riconosciuti vuol dire che sono tali non in una sola parte del mondo ma in tutto il mondo. Va anche aggiunto che i valori non possono restare meramente delle enunciazioni (si veda la Carta delle Nazioni Unite, esemplare per nobiltà, emblematica per inefficienza). Anzi, più solennemente si stabiliscono regole e principi, più si accentua la crisi dei valori che li hanno ispirati facendo perdere loro di credibilità se non producono conseguenze coerenti. La crisi genera il vuoto nel quale si insataurano falsi valori. E’ una reazione a catena.
Anche il tentativo, pur limitato, ma non irrilevante, di far rinascere la ideologia del nazifascismo con i suoi macabri rituali nominalmente anti borghesi, ma sostanzialmente razzisti, è reso dunque possibile dal vuoto di valori.
Sembrerebbero manifestazioni esteriori, da far sparire con qualche azione energica di polizia. Occorre però diffidare delle analisi superficiali. Il filosofo e politologo francese Felix Guattari, in un breve saggio pubblicato da «Le monde diplomatique» poco dopo la morte avvenuta il 29 agosto 1992, avverte che «il nazismo e il fascismo non sono state malattie transitorie, niente affatto degli “accidenti della storia” ormai superati. Costituiscono delle potenzialità sempre presenti; continuano a frequentare i nostri universi virtuali; lo stalinismo dei Gulag, il dispotismo maoista, possono rinascere domani, in nuovi contesti.
Sotto varie forme sta proliferando un microfascismo nelle pieghe della nostra società, manifestandosi con il razzismo, la xenofobia, la crescita dei fondamentalismi religiosi, del militarismo, dell’oppressione del mondo femminile… Solo le pratiche umanitarie un volontarismo collettivo possono premunirci dalla ricaduta nella peggiore barbarie…
Condizione primaria per promuovere una nuova coscienza planetaria sta dunque – conclude Guattari – nella nostra capacità collettiva a far riemergere dei sistemi di valori sfuggiti all’erosione morale, psicologica e sociale dovuta all’esaltazione di un capitalismo basato unicamente sul profitto economico».
E’ partendo da queste constatazioni preliminari ‑ e chiudo la lunga parentesi – che è possibile verificare, non solo sotto il profilo storico e giuridico istituzionale, ma in base ad una realtà, dicevo, che ci circonda e vorrei dire incombe su di noi, la relazione tra Resistenza, Costituzione (in quanto attuazione statuale. appunto, dei valori resistenziali) e società.
Occorre però rilevare che sarebbe azzardato e anche molto ingenuo affermare che nei combattenti della libertà vi fosse chiaro in ogni sua prospettiva il disegno politico normativo dell’Italia una volta liberata dall’occupazione nazista e dal regime di Salò. («Nessuno pensi ‑ ebbe a scrivere Aldo Garosci ‑ di vedere prefigurata nella Resistenza la futura società italiana») Si tratta di richieste, di proposte a futura memoria della nuova classe dirigente dell’Italia liberata. Tuttavia, dalla documentazione degli atti del C.L.N., dalla memoriaNormalica, e, quindi, in generale, dalla storiografia, anche recente, emergono le linee guida indicate per la formazione dello Stato democratico, così come venivano espresse dai partiti nelle riunioni clandestine, ma anche come maturavano tra le fila dei patrioti in armi.
Va anche detto che su questo argomento sono stati scritti, specie negli anni sessanta e settanta, saggi di grande interesse da uomini politici e storici che personalmente vissero quelle vicende. Ma, per quanto costoro cercassero di mantenersi obiettivi vi si coglie, tranne qualche eccezione, lo spirito di parte, tale da rendere difficile l’accettazione incondizionata non tanto dei fatti riferiti, quanto dei commenti e delle interpretazioni che li accompagnano. La situazione radicalmente mutata oggi, venuto a cessare lo scontro frontale tra due concezioni rigide della politica e della società che in Italia, in base anche alla situazione internazionale, «bloccavano», per dirla con Aldo Moro, il nostro sistema democratico parlamentare ‑ maggioranza democristiana e suoi alleati da una parte, comunisti all’opposizione ‑ ci consente di riprendere ora quei testi con maggiore serenità d’animo e intellettuale, avvertendo comunque la difficoltà di valutare il passato con le odierne categorie di giudizio.
Tale serenità, accompagnata dal rigore scientifico storiografico, andrebbe estesa anche ad un riesame del fascismo, quello concluso con la congiura di palazzo del 25 luglio 1943, e quello della Repubblica di Salò, finito con la fuga di Mussolini e la sua cattura grottescamente mascherato da soldato tedesco, il 25 aprile 1945.
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Una definizione sintetica e nello stesso tempo esauriente del fascismo è stata, peraltro, sempre difficile, anche negli anni in cui operò, e in quelli immediatamente successivi. Lo stesso Benedetto Croce non avvertì, nel periodo che va dal 1922 al 1924, la pericolosità del fascismo, ritenendolo una vicenda passeggera, estranea alla storia nazionale; poi, venute le leggi liberticide, una «malattia morale», una «parentesi» anche se oppressiva e da combattere, ma chiusa la quale la vita democratica avrebbe ripreso il suo cammino.
Altri, come Giustino Fortunato e lo stesso Gaetano Salvemini, rifiutavano tale asserzione. Non di accidente storico si trattava, per loro, ma di un evento le cui premesse erano tutte nello Stato liberale prefascista. E Piero Gobetti, ricorda Lelio Basso, va ancora più in là. Parla del fascismo come di «autobiografia della nazione, cioè sintesi e compendio di tutta la storia passata, contenente tutte le premesse e la sostanza stessa del fascismo, di cui i regimi precedenti, specialmente, quello giolittiano, erano stati preparatori».
Basso, esaminando le tesi storiografiche sul fascismo in una lezione tenuta a Milano il 30 gennaio 1961, dice che occorre liberarsi dalla tentazione di semplificare un fenomeno tanto complesso. Si trovano in esso «elementi di continuità ed elementi di novità, di rottura rispetto alla storia precedente: gli elementi di continuità sono appunto quelle malattie croniche, quegli squilibri tradizionali che in parte affondano le loro radici nei secoli passati e in parte sono un portato del processo risorgimentale, del modo cioè come l’Italia giunse ad essere uno Stato unitario e moderno, mentre l’elemento di novità è la virulentazione sopravvenuta con la guerra e il dopoguerra che, mettendo in crisi i precari equilibri precedenti, fa scoppiare tutte le contraddizioni e precipita la situazione italiana fino al punto di rottura, determinando una sintesi nuova, un equilibrio nuovo, un fenomeno nuovo che appunto s’è chiamato fascismo» (Fascismo e antifascismo, Feltrinelli, Milano 1962).
L’analisi di Basso ripercorre le tappe del fascismo. Ciò che ci interessa maggiormente è trovarvi, se ci sono, analogie con la situazione attuale. Mi riferisco al clima culturale, politico, sociale. E non tanto al neofascismo in quanto tale ma alle possibilità che rinasca in altre forme. Prendiamo le Leghe di Bossi. Sarebbe profondamente ingiusto tacciarle di fascismo. Il loro «federalismo», pur indicato in modo confuso e ambiguo, si oppone per principio all’idea dello Stato accentratore propria del fascismo. Tuttavia certi comportamenti ci ricordano la strategia di Mussolini nel 1919, Le Leghe nascono dal ceto medio e al ceto medio si rivolgono come al naturale referente e serbatoio di voti. «Le contraddizioni del primo programma (fascista, del 1919) ‑ dice Basso ‑ sono le contraddizioni del ceto medio… più che un programma vero e proprio, cioè un insieme organico di soluzioni, esso esprimeva tutto un cumulo di risentimenti».
Se si volesse insistere sul parallelo tra la situazione che portò al fascismo e quella che oggi stiamo vivendo potrebbe essere utile rileggerci la seconda delle dodici lezioni che Federico Chabod tenne alla Sorbona nel 1950 sulla storia contemporanea italiana, in cui parla della situazione economica. Ricorda che l’aumento del carovita fu del 560 per cento dal 1914 al 1922. La più colpita risulta la famiglia borghese, quella degli impiegati, dei piccoli proprietari fondiari e di immobili, penalizzati dal blocco degli affitti. Si assiste contemporaneamente ad un forte aumento delle tasse da parte dello Stato ma anche dei comuni che «alle prese con gravi problemi finanziari spingono al massimo le imposte e le superimposte» (L’Italia contemporanea 1918-1948, Einaudi, Torino 1961).
Siamo entrati in una situazione simile, siamo in presenza di analoghe convergenze da farci temere l’imporsi di un nuovo fascismo? C’è, nel nostro paese un substrato culturale, ideologico ed emotivo paragonabili? O non si deve riconoscere che l’avventura fascista è irripetibile perché la conflittualità sociale non è la stessa, né lo è la struttura statuale e sociale, ma soprattutto perché il popolo italiano ha acquisito una forte coscienza democratica che già negli «anni di piombo» gli fece respingere le tentazioni eversive, di destra e di sinistra, riconoscere la matrice anarco fascista e delinquenziale degli estremisti dei vari gruppi neofascisti, isolare e condannare sino ad estinguerle le Brigate rosse?
La questione è un’altra. Ed è prioritaria rispetto ad ogni logico rifiuto dì credere possibile l’affermazione del neofascismo e del neonazismo. Riguarda le cause di inquinamento della democrazia, di inceppo al suo determinarsi ed evolversi, molte delle quali si ritrovano, appunto, all’origine del fascismo. Ed ecco l’urgenza di riproporci il quesito di fondo. LaResistenza ci ha trasmesso valori che sono stati trascurati, elusi, ma che ripresi e riproposti alla società civile ci consentirebbero di uscire dalla crisi che investe la democrazia in ogni suo dispiegarsi, statuale e di convivenza comunitaria?
Prima di tutto quel valore complessivo che Giorgio Bocca (nella prefazione alla sua «Storia. dell’Italia partigiana») definisce «di partecipazione culturale, inedito nella storia della nazione, sostitutiva di rivoluzioni borghesi e sociaNormale mai compiute di lotte religiose mai combattute. Nella Resistenza ‑ continua Bocca ‑ si assiste al primo incontro aperto, sincero tra la cultura egemonica dei borghesi cittadini con quella antagonista delle élites operaie e con quella subalterna delle masse proletarie. Improvvisamente intellettuali, operai, contadini parlano lo stesso linguaggio e sono capiti» (Storia dell’Italia partigiana, Laterza Bari 1977).
«Prima volta nella storia d’Italia – scrive a sua volta Gaetano Salvemini – dal secolo XIII in poi, le popolazioni rurali non stanno più con i reazionari, combattono perchè sommosse da una coscienza nazionale e sociale, confusa quanto si vuole, ma sicuramente orientata e pronta ad affrontare anche l’ultimo sacrificio».
Riccardo Lombardi, nella conversazione del 24 gennaio 1975 all’Università Cattolica di Milano invita perentoriamente a non credere però in modo semplicistico ad una presunta unità delle forze antifasciste. «Uno degli inganni, una delle mistificazioni che probabilmente derivano anche da una certa abitudine agiografica ‑ afferma ‑ è quella di pensare che la Resistenza abbia operato il «miracolo» diunificare politicamente e moralmente componenti sociali e politiche tanto differenziate e partiti opposti il cui accordo su un terreno comune sarebbe sembrato inconcepibile o fraudolento, o ipocrita. Se vi fu unità, fu solo sul terreno militare, nella comune lotta armata al. nazifascismo… ». Il massimo di unità possibile – continua Lombardi ‑ fu conquistata duramente, attraverso contrapposizioni che non furono irrilevanti. Ma non c’èdubbio – riconosce – che da questo punto di vista la Resistenza fu anche una elaboratrice di interessi democratici» (Italia 1945‑1975, Feltrinelli, Milano 1975).
Ho detto come Giorgio Bocca, comandante di una formazione di «Giustizia e Libertà» ponga in rilievo, con Gaetano Salvemini, il significato storico politico di quella che sarebbe stata chiamata «guerra di popolo», senza distinzioni di ceto, si potrebbe dire interclassista, nata, così, spontaneamente, contro l’occupante nazista e i fascisti di Salò, suoi alleati, e solo in un secondo tempo organizzata sul territorio dai quadri dell’antifascismo riuniti nel C.L.N.; Mario Bendiscioli, storico cattolico, scrive dal canto suo che la Resistenza «non fu promossa da un centro… agì nelle città e nelle campagne, sui monti e nelle officine trovando solidarietà in tutti i ceti: opera quindi non soltanto nelle formazioni militari vere e proprie, non soltanto nei partiti stretti in comitato, ma pressoché in tutta la popolazione che nutriva, nascondeva, informava, confortava gli uomini dell’azione diretta» (Antifascismo e Resistenza, Studium, Roma 1964).
Convinzioni largamente condivise, dunque anche se Roberto Battaglia, nelle sue opere, peraltro pregevoli per la ricca documentazione e per lo svolgimento organico della storia della lotta di liberazione, accentua, per passione di parte, l’«egemonia» della classe operaia nella Resistenza – «punto d’incontro» tra ceti diversi, elemento determinante della guerra popolare (Storia della Resistenza Italiana, Einaudi, Torino 1962).
Perché dunque, nonostante tante differenze sul piano politico, sia nel C.L.N. che tra le formazioni partigiane, ci fu il superamento di divergenze anche notevoli, di diffidenze e attriti, in nome di un’unità di intenti e di decisioni sempre privilegiata e praticata? Preminente, ripeto, era senza dubbio condurre nel modo più efficace la guerra al nazifascismo, ma nasceva e si rafforzava, col confronto di idee e proposte, la coscienza del dialogo, delle mediazioni come pratica politica, per trovare soluzioni comuni. Per questo si può parlare del C.L.N. come di un governo non solo antifascista ma democratico. Corregge Battaglia in un’opera successiva: «Se nel Risorgimento la frattura fra “democratici” e “moderati” fu completa e irrimediabile, nella Resistenza , specie nei momenti decisivi, si assistette invece alla confluenza degli sforzi e ognuno portò il contributo della propria particolare ideologia e visione del mondo: i comunisti la dura volontà combattiva e l’esperienza internazionale, i sociaNormali il peso e l’autorità di una tradizione antica di lotte per il progresso e per la pace, gli azionisti il fervore intellettuale e il repubblicanesimo intransigente, i cattolici la sincera ansietà d’un riscatto morale‑religioso, i liberali o coloro che erano veramente tali, il richiamo a quell’ “Italietta” tanto seria e onesta di fronte alla corruzione dello Stato fascista» (Risorgimento e Resistenza, Editori Riuniti, Roma 1964).
Riccardo Lombardi, componente del C.L.N. Alta Italia, sempre nella citata conversazione del 1975, fa dipendere dallo stretto rapporto tra i partiti dei C.L.N. e tra questi e le formazioni combattenti che a ciascuno partito facevano capo, il comportamento politico delle formazioni stesse, nel senso di imporre l’unità al di sopra dell’orientamento politico che le permeava edistingueva. Affermazione senza dubbio azzardata dal momento in cui è dimostrato che le brigate partigiane rimasero sostanzialmente indipendenti, ideologicamente, dalla direzione partitica, stante che la maggior parte dei partigiani, compresi i comandanti di reparto e gli stessi commissari politici, non importa di quale formazione, erano difficilmente classificabili, appunto, per cultura, scelta politica e appartenenza partitica.
Giancarlo Pajetta nel contributo dato alla serie di lezioni sul movimento di liberazione, tenute a Milano nel 1961, afferma, anzi, che «lo stesso Partito comunista decise di non politicizzare le brigate Garibaldi, le più consistenti numericamente. La principale preoccupazione dei comunisti, dice Pajetta, era di organizzare delle unità capaci di combattere al meglio la guerra partigiana … Fu per questo – conclude Pajetta ‑ che abbiamo avuto nelle brigate Garibaldi e i cappellani e gli ufficiali monarchici; che li abbiamo cercati» (Fascismo e antifascismo, Feltrinelli, Milano 1962).
Rilette, oggi, queste parole, pronunciate negli anni in cui il Partito comunista prometteva a militanti ed elettori il cambiamento radicale della società, ci danno la misura di quanto sia azzardato attribuire ai partigiani delle Garibaldi il proposito, presente in trascurabili minoranze estremiste, di trasformare la guerriglia in lotta di classe, prolungando la «guerra civile» a dopo la Liberazione, per aggiungere anche l’Italia alle nazioni del blocco sovietico. (Continuano ad affermarlo soprattutto i fascisti vecchi e nuovi rivendicando alla Repubblica di Salò chissà quali meriti anticomunisti e patriottici e attribuendo alla presenza alleata la rinuncia dei comunisti italiani ad impadronirsi dei potere con la forza).
Un testimone e protagonista delle vicende resistenziali, che qui ha svolto la relazione sull’etica della Resistenza , Sergio Cotta, comandante partigiano di una formazione autonoma, esponente di primo piano della cultura cattolica, va alle radici della Guerra di Liberazione senza togliere nulla all’antifascismo, ma rilevando anch’egli la preminenza dello spirito di rivolta popolare esploso dopo l’8 settembre contro i tedeschi occupanti e contro il rinato fascismo. Da ciò l’«impegno di massa» che qualifica la Resistenza italiana cui concorrono … «motivi d’ordine concreto come le leve militari, o di lavoro, l’insufficienza dei salari, le dure condizioni del lavoro e dello sfollamento, gli ammassi e il razionamento… Né si può negare – aggiunge Cotta – che la Resistenza si manifestò in tutte le categorie sociali…» (Quale Resistenza ? Rusconi, Milano 1977).
Parlare della egemonia della classe operaia nel. movimento resistenziale, implicitamente collegandola all’ideologia comunista è dunque una forzatura come lo sarebbe l’aggettivazione cristiana da attribuire alla rivolta popolare ritenendo che la maggior parte dei combattenti fossero di fede cattolica e solo quella l’avesse ispirata. Ciò non impedisce di rilevare che se va riconosciuto ai comunisti, per la loro capacità organizzativa, un ruolo determinante nella lotta al nazifascismo, andrebbe meglio considerato però anche quello dei cattolici, non genericamente intesi ma appartenenti alle organizzazioni del laicato e al mondo ecclesiale. D’altra parte non vanno dimenticati i sacerdoti che affiancarono i patrioti e l’alto contributo che essi diedero alla Resistenza in vite umane.
Gianni Baget‑Bozzo, in «Il partito cristiano al potere», afferma che: «la Resistenza fu un rilevante elemento formativo nella storia dei cattolici italiani». La sinistra di La Pira e Dossetti matura nella Resistenza ideali di solidarietà e di giustizia sociale che saranno riproposti nell’azione politica. Ma andrebbe riconosciuto con maggiore obiettività anche l’apporto dei cattolici in armi in tutte le formazioni partigiane, non solo in quelle dichiaratamente democristiane.
Quanto ai propositi comunisti di trasformare la Resistenza in lotta di classe, anche Sergio Cotta smentisce recisamente ogni illazione in proposito. Scrive: «Non è un caso che gruppi strettamente classisti ‑ “Bandiera Rossa”, “Prometeo” e “Stella rossa”‑ rimangano isolati, anche per la netta ostilità del PCI (Secchia non esitò ad accusarli di essere “maschera della Gestapo”)» (Op. cit.). Una volta formatisi, dunque, i Comitati di Liberazione Nazionale ‑ abbiamo visto – ogni attività, e ogni differenziazione ideologica e politica vengono subordinate alla lotta armata. Ma oggi, riprendendo con maggiore rigore l’analisi storica, non potremmo rovesciare i termini della questione sostenendo che fu piuttosto la guerra popolare e unitaria a trasferire dal campo di battaglia ai partiti del C.L.N. l’esigenza di una direzione politica altrettanto unitaria?
Una nuova analisi, libera dai condizionamenti di cui si diceva, appare quindi opportuna, per riesaminare i progetti programmatici dei partiti del C.L.N. e, attraverso la memoriaNormalica e le testimonianze a livello dei combattenti nelle diverse formazioni partigiane (che ancora si possano raccogliere dai superstiti), per individuare le istanze d’ordine politico e statuale che emergevano dal movimento popolare e di massa della Resistenza , non con l’intento di separare, contrapporre o conciliare “militari” e “politici”, pretesa assurda dal punto di vista storico, ma per dare una risposta conclusiva alle domande sollevate dal tema che vado affrontando che fatalmente investono, dicevo all’inizio, il rapporto tra Resistenza , Costituzione e democrazia (Op. cit.).
Non mi è possibile esaminare i programmi dei partiti così come vennero proposti nel corso della Guerra di Liberazione. Si tratta di propositi, di obiettivi da raggiungere. E neppure in modo preciso, tante erano le cautele, da parte democristiana e comunista, timorosa la DC di essere tacciata di clericalismo e il PCI di totalitarismo. Procederò per grandi linee.
Tutti i partiti del C.L.N., nessuno escluso, evidenziano la volontà di ripristinare le libertà individuali, di associazione, sindacali, professionali, valori quindi comuni, che si opponevano, direi per principio all’ideologia fascista. E in tutti. tranne che tra i liberali, vi è anche il proposito di non riconoscere allo Stato prefascista caratteristiche veramente democratiche. Questo, come fa rilevare Lelio Basso, rendeva impossibile stabilire una qualsiasi continuità con lo Stato liberale antecedente al fascismo. Per la ragione, tra l’altro, che quello era solo nominalmente liberale. Basso, credo nel corso della Costituente, disse che era diretto da una “oligarchia ristretta a suffragio ristretto”, dato che “dall’unificazione d’Italia al 1913 gli elettori costituivano dal 2 al 7 per cento del corpo elettorale”, ricordò che “Garibaldi aveva avuto poche decine di voti come deputato del Parlamento subalpino e che più della metà degli elettori, cioè, le donne, era rimasta sempre esclusa dalle consultazioni”. Riccardo Lombardi, citando Giustino Fortunato, trova invece punti di contatto proprio tra lo Stato prefascista e quello fascista, non solo per continuità rappresentata dalla monarchia ma «per quel tanto di fascismo che era insito nelle istituzioni (nello Stato liberale), nella pratica di governo, nei rapporti sociali, nei rapporti di classe della società italiana».
La volontà di costituire ex novo lo Stato lasciando temporaneamente sospesa la scelta tra monarchia e repubblica è esplicita sin dal primo documento del C.L.N., riunitosi nella Roma occupata dai tedeschi da poco più di un mese, il 16 ottobre del 1943. Lo redasse materialmente Giovanni Gronchi, riportando il pensiero comune dei rappresentanti liberali, democratici del lavoro, democratici cristiani, azionisti, sociaNormali e comunisti, riuniti clandestinamente in casa di un sacerdote, se ben ricordo monsignor Barbieri. L’«ordine del giorno» diceva: «La Guerra di Liberazione, primo compito e necessità suprema della riscossa nazionale, richiede la realizzazione di una sincera e operante unità spirituale del paese e questa non può farsi sotto l’egida dell’attuale governo», che era il governo del Re, Primo Ministro il maresciallo Badoglio, con sede a Bari.
In un breve saggio di Salvatore Francesco Romano del 1966, si legge che Gronchi propose «la costituzione di un governo che avesse tutti i poteri costituzionali dello Stato, per guidare, senza pregiudicare per questo la futura decisione popolare, la Guerra di Liberazione accanto agli Alleati e, dopo le ostilità, chiamare il popolo a decidere sulla forma istituzionale. In tal modo i partiti antifascisti indicavano nettamente il principio al quale avrebbe dovuto ispirarsi la fondazione del nuovo regime democratico: la consultazione popolare; indicavano il mezzo per giungere alla sua attuazione: la Guerra di Liberazione; e consideravano condizione preliminare di tutto questo la sostituzione del governo Badoglio con un governo dei sei partiti antifascisti dotato di pieni poteri».
Certamente comunisti, sociaNormali, azionisti tentarono, attraverso accordi tra i vertici politici, prima, durante il fascismo e, poi, nella Resistenza , di prefigurare uno Stato il più avanzato possibile socialmente, ma accettarono anche quei compromessi necessari a far sì che le altre forze politiche concorressero al processo democratico. Scrive Giancarlo Pajetta: «Già nell’emigrazione l’unità dei sociaNormali e dei comunisti si era estesa ai compagni di “Giustizia e Libertà” (il Partito d’azione), costituendo un’alleanza che non fu mai considerata come esclusiva nel confronto degli altri gruppi antifascisti, bensì come un nucleo che aveva la sua base nella classe operaia che doveva rappresentare un elemento capace di un’unità democratica e di un’unità nazionale più larga» (Italia 1945‑1975, Feltrinelli Milano 1975).
Sarebbe impensabile che specialmente i comunisti non perseguissero una politica conseguente alla loro ideologia. Sta di fatto che essi rappresentarono però l’elemento più tenacemente unitario nella lotta al fascismo, tanto da entrare in conflitto specialmente con gli azionisti nel voler dilazionare la questione monarchica – prima del 25 luglio e più impegnativamente con la svolta di Salerno ‑ affidandola al referendum postbellico. Fosse o no strumentale la loro politica è altrettanto provato che di fronte ai sociaNormali che nel primo congresso del C.L.N., a Bari, avevano prospettato «… una democrazia costruttiva che accanto al problema del potere e del controllo popolare, pone in primo piano quello della società in senso sociaNormala», i comunisti respinsero tale impostazione, e anche in seguito, ricorda Cotta nel libro citato, la criticarono «con durezza, come estremistica e demagogica, ritenendo a ragione che mettesse in pericolo l’unità del C.L.N. e quindi indebolisse l’azione armata. Non esitarono perciò ad opporre ai sociaNormali che i nostri obiettivi immediati non sono la “repubblica” e il “socialismo” ma l’indipendenza” e la “democrazia”, come scriveva (non a fini propagandistici ma quale precisa direttiva alla direzione milanese del PC) Mauro Scoccimarro, il 2 marzo 1944».
Che si dovesse attuare una «rivoluzione democratica» ‑ come la definiva il Partito d’azione ‑ «c’era però nei partiti del C.L.N. un accordo generale anche da parte della DC ‑ ricorda Cotta ‑, DC che riproponeva le idee delle correnti più avanzate del Partito popolare». Punti cardine del nuovo ordinamento statuale dovevano essere la partecipazione, la più larga, alla formazione delle leggi, il riconoscimento del ruolo delle autonomie locali e quindi del decentramento del potere.
«Certamente ‑ scrive Cotta – idee e sentimenti rivoluzionari circolarono in larga misura nella Resistenza ma vanno ricondotti a quella rivolta morale, suscitata sotto molteplici forme dalla minaccia nazista e dalla tragicità della guerra, che dette rinnovato vigore ad antiche e mai sopite speranze in un mondo nuovo, nella fine delle guerre (di tutte le guerre, aggiungo io), nel trionfo definitivo di libertà e giustizia. In questo senso la Resistenza fu pervasa dalla speranza di una “rivoluzione di uomini” e non già di “classe” (in senso marxista, per intenderci): i valori, dunque, che emergevano dai combattenti per la libertà e dalla popolazione civile, coinvolta nelle stesse sofferenze e aspirazioni, ma valori condivisi anche dalle popolazioni meridionali, partecipi della medesima tragedia e protagoniste di episodi di lotta armata contro i tedeschi, purtroppo trascurati dalla storiografia che si limita a ricordare perlopiù l’eroica rivolta di Napoli» (Idem).
Nella Resistenza c’erano dunque, anche se imprecisati, valori democratici che solo la partecipazione popolare poteva esprimere, come scrive Riccardo Lombardi: «La Resistenzaassolse un compito enorme creando le basi di una democrazia, permettendo a milioni di uomini e di donne che erano stati indottrinati dal fascismo di assumere le loro responsabilità e di partecipare per la prima volta alla vera vita del loro paese… La partecipazione popolare attiva o passiva, diretta o indiretta, questa è la democrazia (Op.cit.).
Non si tratta solo di istanze, di propositi che si volevano vedere realizzati, furono effettive esperienze maturate anche nelle «zone libere» organizzate dalla Resistenza , dove furono sperimentate, anche con le gravi difficoltà del momento, nuove forme di governo aperte alla più larga partecipazione dei cittadini.
Nella Costituzione, dirà Einaudi, tali esperienze saranno recepite, tradotte in norme.
Lelio Basso nell’esaminare (28 febbraio 1975) la Costituzione italiana ne rileva il carattere profondamente innovativo, «rivoluzionario», dovuto, appunto, al fatto che a differenza di altre Costituzioni, anche le più avanzate, nella nostra non è lo Stato, non è la nazione ma il popolo il titolare effettivo della sovranità. I costituenti nell’esaminare le altre Costituzioni respinsero le clausole di stile secondo le quali «la sovranità risiede nel popolo, emana dal popolo e così via… » e scrissero «una formula nuova per il diritto costituzionale il cui significato era proprio quello di rovesciare il rapporto cittadino‑Stato». Dissero: «non che la sovranità risiede nel popolo, o emana dal popolo per trasferirsi poi a un ente superiore», ma dissero: «la sovranità appartiene al popolo che la esercita». Una sovranità esercitata non solo in occasioni delle elezioni o referendarie, ma permanente attraverso organi di rappresentanza, cioè i partiti.
Dal ruolo che la Costituzione assegna ai partiti, per la loro rappresentanza, a pieno titolo, della volontà e sovranità popolare, nasce una serie di problemi. Il primo è inerente alla questione già accennata della «democrazia bloccata». In una democrazia che riconosce la sovranità piena nel popolo, dice Basso, «c’è il diritto di governare e c’è il diritto di opposizione e sono due manifestazioni, due forme della sovranità… La volontà della maggioranza diventerà legge, ma il diritto di criticare, di manifestare di protestare contro questa maggioranza, contro il governo, contro le leggi, fa parte dell’esercizio della sovranità, perché, solo attraverso questa permanente dialettica il sovrano collettivo può arrivare ad esprimere una volontà unitaria».
Ma sin dal gennaio del 1947, prima ancora che entrasse in vigore la Costituzione, si rompe la solidarietà tra i tre grandi partiti che avevano partecipato uniti alla Resistenza , Partito comunista italiano, Partito sociaNormala italiano di unità proletaria e Democrazia cristiana, e si cominceranno ad avere varie combinazioni di governo ma sempre con la Democrazia cristiana nella maggioranza e il Partito comunista all’opposizione. Varie furono le ragioni che impedirono alla Democrazia cristiana di considerare il Partito comunista come un possibile partner di governo o di prendere in esame la possibilità di passare all’opposizione, con il PCI al governo, senza che si istaurasse anche in Italia un regime totalitario sul modello dei satelliti dell’URSS. Vi influirono la situazione internazionale, la guerra fredda con gli schieramenti contrapposti, le scelte di campo – la DC con gli Stati Uniti e l’Occidente, il PCI con l’Unione Sovietica che comportavano la rigida inconciliabilità ideologica. Fatto sta che, in base ai risultati elettorali e ai sistemi di alleanze fra partiti, non si ha l’alternanza che è tipica delle democrazie, ma neppure, se non in rare circostanze, la dialettica costruttiva tra maggioranza e opposizione che, come dice giustamente Basso, distingue la nostra Costituzione, più ancora, forse, di ogni altra.
La stessa intesa tra Moro e Berlinguer nel 1978, con il PCI che consentiva la formazione di un governo di «unità nazionale» guidato da Andreotti, non può essere considerata, come sostiene ad esempio l’autorevole politologo Max Gallo, un «incontro tra i due grandi partiti popolari», per superare la «frammentazione della società italiana» attraverso il «compromesso storico». Fu e restò un’esperienza limitata all’emergenza causata dalla grave situazione economica e dal terrorismo.
Anche se Aldo Moro non fosse stato rapito e ucciso dalle Brigate rosse, ben difficilmente si sarebbe arrivati ad un governo comprendente i comunisti. Senza dubbio il PCI perseguiva la «via nazionale» del comunismo, rivendicando l’indipendenza dalla centrale di Mosca. Non riconoscerlo e ritenere che si trattasse di un atto di estrema furbizia erano solo i missini a sostenerlo. Non era tuttavia, quella, la scelta radicalmente democratica che la dirigenza democristiana richiedeva. D’altra parte, il «compromesso storico», così come immaginato da Gramsci negli anni venti, perché i proletari comunisti e cattolici realizzassero, nell’unità, la rivoluzione classista, non poteva essere riproponibile negli anni settanta in un contesto storico e sociale completamente diverso. Né era realizzabile la società cristiana di Dossetti e La Pira ideata negli anni quaranta, nella quale anche i comunisti avrebbero potuto riconoscersi. Due visioni antitetiche anche se umanesimo marxista e umanesimo cristiano hanno tanti punti di contatto ‑ da far considerare solo utopistico e quindi impossibile il «compromesso storico». Moro stava invece portando avanti, da politico non condizionato da stretti calcoli di partito, un disegno politico reaNormalico, teso a superare, almeno in parte, lo scontro ideologico che aveva, ripeto, «bloccato» la democrazia. Per superare l’inconciliabilità tra ideologia marxista leninista e ideologia democratica anticomunista, Moro proponeva la via del «confronto», pragmatica, tutta proiettata sui programmi, cioè sulle soluzioni dei problemi, la cui accettazione, non importa se le proposte fossero della maggioranza o dell’opposizione, doveva essere misurata sugli obiettivi in relazione agli interessi del paese. Il Moro coautore della Costituzione, ne richiamava l’elemento fondante, sino allora eluso, della dialettica costruttiva, ma ripercorreva idealmente anche il cammino della Resistenza verso una democrazia socialmente avanzata come presupposto dello Stato‑comunità.
Il discorso di Aldo Moro pronunciato a Bari il 21 dicembre 1975, per il Trentennale della Liberazione, ci dice come egli ritenesse la Resistenza un fatto che, trascendendo la storia, fosse da considerarsi permanentemente propulsivo e di guida dello sviluppo democratico e sociale del paese. Non solo: è con la Resistenza , afferma Moro, che si realizza il processo unitario di identità nazionale. Nel ricordare come alla Guerra di Liberazione partecipassero «larghe forze popolari» … (con il coinvolgimento ad un tempo del «proletariato di fabbrica che difendeva gli strumenti essenziali del suo lavoro e la realtà contadina») parla di «un’infinità di episodi spontanei il più delle volte oscuri o poco noti» che si accompagnano «alle azioni gloriose delle formazioni partigiane e del nostro corpo di liberazione»: essi rappresentano «l’immediata risposta delle popolazioni alle sopraffazioni delle brigate nere o dell’esercito nazista, una risposta data anche fuori dai centri urbani, nei più sperduti paesi rurali … Questa Resistenza più ramificata e diffusa … si collega molto spesso alle lotte lunghe e tenaci che le leghe contadine avevano condotto in tante regioni: dal Veneto alla Toscana, all’Emilia, alle Puglie, contro lo squadrismo agrario e le violenze nazionaNormaliche o fascistiche degli anni venti e anche oltre… un dato vitale, una sorta di impegno civile che ha immesso nella Resistenza fattori sociali connessi con la storia delle grandi masse popolari, a lungo escluse dalla partecipazione alla vita dello Stato unitario». Partendo da queste premesse Moro afferma che «la Resistenza supera così il limite di una guerra patriottica‑militare, di un semplice movimento di restaurazione prefascista, come pure da talune parti si sarebbe allora desiderato. Diventa un fatto sociale di rilevante importanza».
Quanto all’identità nazionale conseguita con la Resistenza , anche se la Guerra di Liberazione fu combattuta prevalentemente al Nord, non sembra a Moro che si possa dire che il Mezzogiorno fu una remora ai suoi ideali. Sul piano del riscatto sociale delle masse, in parallelo con il movimento resistenziale, Moro ricorda la lotta al latifondo e della riforma agraria, crollato il fascismo e, liberato il Mezzogiorno dalle truppe alleate, su quello politico «non vanno dimenticati ‑ dice ‑ gli intellettuali meridionali sul fronte della libertà … Il Sud ha dato con profonda convinzione il suo apporto alla Guerra di Liberazione e ai primi atti del governo della coalizione antifascista; ha contribuito al crollo degli eserciti nazifascisti, facilitando l’avanzata di quelli alleati, ha visto la rinascita e l’affermarsi delle prime manifestazioni politiche dei partiti antifascisti; ha scritto con la insurrezione napoletana una tra le pagine più belle della Resistenza … Alla Resistenza , ancora oggi ‑ concludeva Moro ‑ ci rivolgiamo come al luminoso passato sul quale è fondato il nostro presente e il nostro avvenire».
Sarebbero trascorsi meno di tre anni e Moro e Berlinguer, premuti, come ho detto, dalla situazione economica e dalle minacce alla democrazia portate con l’«attacco al cuore dello Stato» dal brigatismo rosso e nero, avrebbero ripensato alla Resistenza , ai suoi valori stravolti dal terrorismo.
Ma il dialogo tra i due, che aveva già portato al governo di solidarietà nazionale, si interruppe tragicamente il 16 marzo 1978 con il rapimento e l’assassinio del leader democristiano. E non sarebbe stato ripreso da altri. Una breve stagione storica, non paragonabile a quanto accade oggi, dopo la fine, ripeto, dell’impero comunista e con un Partito comunista italiano che ha persino cambiato nome per entrare nell’internazionale dei sociaNormali democratici (tranne una stretta minoranza che tenta di aggiornare il marxismo‑leninismo rifiutando la logica che lo ritiene inconciliabile con la democrazia, ma nello stesso tempo prendendo le distanze dallo stalinismo).
Si può parlare, con quest’atto decisivo del PCI, di una democrazia in Italia, oggi, finalmente compiuta? A parte ogni altro rilievo sugli squilibri sociali, sulle distorsioni partitocratiche, ecc., la risposta non può che restare ancora sospesa; non nel senso di ritenere possibile un regime statualmente e socialmente definito per sempre ‑ il che escluderebbe la vitalità sia del sistema democratico sia delle spinte sociali che lo promuovono ‑ ma perché anche se sì sta affermando il principio costituzionale della dialettica costruttiva tra maggioranza e opposizione, con tutti i limiti dovuti ad una maggioranza e ad una opposizione certamente non omogenee, non si profilano reali possibilità, almeno nel breve periodo, di alternanza al governo tra schieramenti partitici conservatori e progressisti, come nella prassi delle democrazie parlamentari e come gli stessi costituenti avevano immaginato.
Il problema che ci si deve porre riguarda l’impossibilità di riprodurre in Italia il sistema democratico parlamentare ad alternanza di governo tra schieramenti ciascuno dei quali ben definito e perciò se non si debba seguire via diversa da quella insita nel modello di tipo anglosassone. Se, in altre parole, non vada accettata come immodificabile la nostra situazione anomala, priva di due soli poli di riferimento (bipartitismo) per l’elettorato, cui vengono invece offerte diverse opzioni partitiche rendendo obbligatorie le coalizioni.
L’introduzione di un sistema elettorale maggioritario o rnaggioritario corretto e relative varianti, può davvero evitare il frazionismo partitico? Già nel 1971 Giovanni Sartori ‑ per non risalire al 1924, a Piero Gobetti che affrontava la questione in «La rivoluzione liberale» ‑ scriveva nella «Rivista italiana di scienza politica» che «mentre il proporzionalismo non è, da solo, causa efficiente di multi‑partitismo, diventa, da solo, causa sufficiente di multi‑frazionismo». E spiegava: «Non è che la proporzionale moltiplica i partiti, è che la proporzionale non ostacola la moltiplicazione dei partiti, o meglio, che la ostacola tanto meno quanto più è proporzionale … Non è nemmeno vero che dove c’è proporzionale non c’è bipartitismo, vedi, da quasi cinquant’anni, l’Austria»; la proporzionale non provoca quindi automaticamente il multi‑partitismo, provoca piuttosto, nei partiti, il frazionismo, ovvero il proliferare delle correnti. Sartori riprendeva la sua tesi del «pluralismo polarizzato» più volte esposta in precedenza, oggi più che mai attuale. «A certi effetti siamo ancora governati dai partiti, ma ad altri effetti le vere unità operative sono le frazioni, e quindi il nostro è diventato un sistema di sotto‑partiti. Si badi: un sistema autonomo, che va per suo conto, di sotto‑partiti. Autonomo a tal punto che il gioco delle frazioni non si svolge soltanto per linee interne (al partito di appartenenza), ma anche per linee esterne, e cioè in sostanziale alleanza con frazioni di altri partiti».
Il correntismo, se così si può chiamare, è fenomeno soprattutto democristiano; ma è presente in tutti i partiti. Nella Democrazia cristiana c’era, ben definito, prima del 1964, ovvero del congresso di Roma (12‑17 settembre) che introdusse la proporzionale; lo troviamo alla fondazione del partito, quando si unirono «guelfi» e «popolari» prima della Liberazione, e dopo la Liberazione in forma riconoscibile anche dalle pubblicazioni di gruppo (quando si autosciolse la corrente di Dossetti, La Pira, Fanfani e Lazzati, cessò anche la pubblicazione di «Cronache sociali»). Ma non erano divisi in correnti anche i sociaNormali, molto prima che nascesse la Democrazia cristiana? La scissione di Livorno non nacque ad opera della corrente gramsciana?
Giustamente quindi Sartori distingue tra frazionismo e frazionismo intrapartitico, pur sostenendo che la proporzionale «è causa sufficiente», ma niente affatto unica. «Pertanto – afferma ‑ si deve distinguere tra un frazionismo generato dalla proporzionale che dirò “di convenienza”, e cioè frutto di un calcolo opportunistico o di opportunità, e un frazionismo che dirò “di principio “, nel senso che riflette credenze profonde, ideali o ideologiche che siano. Il frazionismo opportunistico o di convenienza è indotto, e quindi modificabile modificando le condizioni che lo rendono rimunerativo. Il frazionismo di principio è costitutivo, e pertanto resiste alla modificazione del sistema di incentivi».
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E ‘evidente che di fronte alla crisi profonda che attraversa il nostro paese ‑ crisi che, ne abbiamo accennato, investe ormai tutto il mondo imponendo nuove regole di convivenza – non sono sufficienti le nuove norme istituzionali. Occorre soprattutto che la ragione vinca sulle spinte qualunquistiche e demagogiche, sugli egoismi separatisti, che insidiano il processo democratico, che i partiti riassumano il ruolo dovuto, di interpretazione della volontà popolare, di mediazione tra cittadini e istituzioni, non protesi a gestire, anche arbitrariamente, ogni forma di potere; consentendo perciò anche l’adeguata presenza delle rappresentanze di cittadini, specialmente nei governi locali, espressione delle nuove articolazioni della società.
Accanto all’adozione di nuove regole statuali, un «supplemento d’anima» che richiami i valori resistenziali, quanto libertà individuali, solidarietà e convivenza civile, rivolti alla crescita democratica va invocato per accomunare tutti i cittadini nell’affrontare i mali, e sono tanti, che affliggono la comunità internazionale e, con risvolti preoccupanti, la nostra.
Massimo Rendina è Presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – Roma (ANPI)
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