Muovendo lungo l’orizzonte filosofico già tracciato da Giovanni Paolo II, il pontefice Joseph Ratzinger interroga la ragione autonoma per ricavarne indicazioni utili ad allentare il “nodo” culturale che lega il pensiero contemporaneo rispetto al rapporto tra fede e politica. Per il pontefice, i due piani non collidono ma si intersecano lì dove l’una e l’altra rintracciano le coordinate del proprio agire immanente, la giustizia. Benedetto XVI opera un discrimine filosoficamente rigoroso tra fede e politica, riconducendolo tuttavia alle origini comuni che si svelano nella natura eminentemente razionale dell’una e dell’altra, ovvero affidando alla ragione il compito di definire lo spazio filosofico in cui l’una e l’altra – fede e politica – dovranno determinarsi.

“La giustizia è lo scopo e quindi anche la misura intrinseca di ogni politica. La politica è più che una semplice tecnica per la definizione dei pubblici ordinamenti: la sua origine e il suo scopo si trovano appunto nella giustizia, e questa è di natura etica. Così lo Stato si trova di fatto inevitabilmente di fronte all’interrogativo: come realizzare la giustizia qui ed ora? Ma questa domanda presuppone l’altra più radicale: che cosa è la giustizia? Questo è un problema che riguarda la ragione pratica; ma per poter operare rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile.” (1)

Difficile declinare il concetto filosofico di “politica” in maniera più laica di questa. Ed ancor più difficile è ricondurre una simile definizione della “ragion politica” ad un autore che “laico” non è. Eppure, il brano qui riportato è invero opera del Pontefice Benedetto XVI, essendo desunto dalla Deus Caritas Est, la lettera Enciclica dedicata all’amore.

Muovendo lungo l’orizzonte filosofico già tracciato da Giovanni Paolo II, Papa Ratzingerinterroga la Ragione autonoma per ricavarne indicazioni utili ad allentare il “nodo” culturale che lega il pensiero contemporaneo rispetto al rapporto tra Fede e Politica. Per il Pontefice, i due piani non collidono ma si intersecano lì dove l’una e l’altra rintracciano le coordinate del proprio agire immanente, la giustizia.

“In questo punto – scrive Ratzinger – politica e fede si toccano. Senz’altro, la fede ha la sua specifica natura di incontro con il Dio vivente — un incontro che ci apre nuovi orizzonti molto al di là dell’ambito proprio della ragione. Ma al contempo essa è una forza purificatrice per la ragione stessa. Partendo dalla prospettiva di Dio, la libera dai suoi accecamenti e perciò l’aiuta ad essere meglio se stessa. La fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito e di vedere meglio ciò che le è proprio. È qui che si colloca la dottrina sociale cattolica: essa non vuole conferire alla Chiesa un potere sullo Stato. Neppure vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa. Vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per far sì che ciò che è giusto possa, qui ed ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato.” (2)

Benedetto XVI opera dunque un discrimine filosoficamente rigoroso tra Fede e Politica, riconducendolo tuttavia alle origini comuni che si svelano nella natura eminentemente razionale dell’una e dell’altra, ovvero affidando alla Ragione il compito di definire lo spazio filosofico in cui l’una e l’altra – Fede e Politica – dovranno determinarsi.

“La Chiesa – scriveva Giovanni Paolo II nella Fides et Ratio – ha il dovere di indicare ciò che in un sistema filosofico può risultare incompatibile con la sua fede. Molti contenuti filosofici, infatti, quali i temi di Dio, dell’uomo, della sua libertà e del suo agire etico, la chiamano in causa direttamente, perché toccano la verità rivelata che essa custodisce. Quando esercitiamo questo discernimento, noi Vescovi abbiamo il compito di essere «testimoni della verità» nell’adempimento di una diaconia umile ma tenace, quale ogni filosofo dovrebbe apprezzare, a vantaggio della recta ratio, ossia della ragione che riflette correttamente sul vero.

Questo discernimento, comunque, non deve essere inteso primariamente in forma negativa, come se intenzione del Magistero fosse di eliminare o ridurre ogni possibile mediazione. Al contrario, i suoi interventi sono tesi in primo luogo a provocare, promuovere e incoraggiare il pensiero filosofico. I filosofi per primi, d’altronde, comprendono l’esigenza dell’autocritica, della correzione di eventuali errori e la necessità di oltrepassare i limiti troppo ristretti in cui la loro riflessione è concepita. (…) Da ciò risulta che nessuna forma storica della filosofia può legittimamente pretendere di abbracciare la totalità della verità, né di essere la spiegazione piena dell’essere umano, del mondo e del rapporto dell’uomo con Dio.” (3)

Porre la Ragione a nutrimento della Fede significa impegnarsi per la sua autonoma libertà. Solo la piena libertà della Ragione, infatti, realizza l’imperativo morale che si dà all’uomo nel diritto naturale di servire la sua umanità, informandola all’esercizio razionale. La Ragione che presiede la Fede deve esser dunque libera di declinarsi razionalmente nell’esercizio quotidiano della missione religiosa, ma è in questa stessa libertà con cui la Ragione nutre la Fede che si custodisce anche l’essenza della missione politica.

Insomma, la Fede – e la sua traduzione storica, la Religione – non ha né la pretesa né l’interesse di controllare il territorio che la Ragione dice essere competenza politica. Ecco allora il punto: cosa intendere per “laicità” e, di conseguenza, come erigere tale laicità a baluardo dello Stato libero? Può essere utile, al riguardo, vedere come la pensa proprio il grande imputato del processo laicista, la Chiesa Cattolica.

“Alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22, 21), cioè la distinzione tra Stato e Chiesa o, come dice il Concilio Vaticano II, l’autonomia delle realtà temporali.

Lo Stato non può imporre la religione, ma deve garantire la sua libertà e la pace tra gli aderenti alle diverse religioni; la Chiesa come espressione sociale della fede cristiana, da parte sua, ha la sua indipendenza e vive sulla base della fede la sua forma comunitaria, che lo Stato deve rispettare. Le due sfere sono distinte, ma sempre in relazione reciproca.” (4)

Nell’orizzonte della Ragione cui si muove la Fede, lo Stato insomma è laico per definizione. La politica è laica per definizione. Ma avendo, Politica e Chiesa, la comune missione di realizzare la giustizia terrena, lo scambio tra le due è nella stessa natura delle cose, senza che possa esservi in ciò nulla di filosoficamente minaccioso, richiamandosi l’una e l’altra ad un codice dialogico fondato sulla ragione libera e universale.

“La dottrina sociale della Chiesa argomenta a partire dalla ragione e dal diritto naturale, cioè a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano. E sa che non è compito della Chiesa far essa stessa valere politicamente questa dottrina: essa vuole servire la formazione della coscienza nella politica e contribuire affinché cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale. Questo significa che la costruzione di un giusto ordinamento sociale e statale, mediante il quale a ciascuno venga dato ciò che gli spetta, è un compito fondamentale che ogni generazione deve nuovamente affrontare. Trattandosi di un compito politico, questo non può essere incarico immediato della Chiesa.” (5)

“La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell’argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare. La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l’adoperarsi per la giustizia lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente.” (6)

Insomma quello che la Chiesa non può permettersi di fare è di rinunciare a sfidare la politica sul piano della ragione e della responsabilità ad agire per il perseguimento della giustizia, ovvero a realizzare le condizioni materiali in cui le facoltà naturali dell’essere umano possano esercitarsi in piena libertà.

“Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri, come disse una volta Agostino: « Remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia? »” (7)

L’onere che la Chiesa ha il dovere di assumere non è quello di normare la vita sociale, ma di attualizzare la sfida etica dell’agire umano. Il suo compito, insomma, è ricordare all’uomo che esso non è solo carne, e che debba essere questa consapevolezza, che non gli deriva dalla fede ma dalla ragione, a guidarlo nel suo agire politico.

Se si pretendesse, infatti, di ricondurre l’uomo ad una dimensione materialista, si finirebbe col negargli la libertà, con l’impedire alla sua ragione di muoversi aldilà dei confini storici. La libertà dell’uomo – la sua laicità – sarebbe dunque limitata, non valorizzata, se si pretendesse di materializzarne i bisogni al punto da credere di poterne realizzare il soddisfacimento esclusivamente all’interno di una dinamica strumentale.

“Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un’istanza burocratica che non può assicurare l’essenziale di cui l’uomo sofferente — ogni uomo — ha bisogno: l’amorevole dedizione personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto. La Chiesa è una di queste forze vive: in essa pulsa la dinamica dell’amore suscitato dallo Spirito di Cristo. Questo amore non offre agli uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima, un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale. L’affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità, di fatto, nasconde una concezione materialistica dell’uomo: il pregiudizio secondo cui l’uomo vivrebbe « di solo pane » (Mt 4, 4; cfr Dt 8, 3) — convinzione che umilia l’uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano.” (8)

Ecco, al mondo che nega la speranza, perché in essa vede una minaccia alla laica via all’affermazione umana, Benedetto XVI oppone un orizzonte in cui l’uomo, l’uomo libero, spera di poter realizzare quella giustizia terrena che la ragione gli dice essere il suo orizzonte morale. L’umanità, la vita: è questo il tesoro etico che custodisce le chiavi al progresso ed alla pace.

La Speranza che il Papa chiede all’uomo di nutrire si appella alla sua responsabilità per le cose del mondo; invoca la partecipazione attiva dell’essere umano nella grande “famiglia sociale”; esorta la ragione a liberarsi delle catene relativiste per ritrovare, nella piena affermazione dell’umanità, la propria missione.

Ed è il mondo di oggi, un mondo che appare disperato, cui guarda il Pontefice nell’appello rivolto ai responsabili della diplomazia internazionale che, “in un certo modo”, giudica “artisti della speranza”. La diplomazia – ragiona, infatti, Ratzinger – vive della speranza e cerca di discernerne persino i segni più tenui. La diplomazia deve dare speranza.” (9)

Benedetto XVI riconosce così alla politica la responsabilità di definirsi all’interno di una cornice etica che lo Stato Vaticano non può che declinare in una dimensione globale, sino a farne una dottrina, che si potrebbe definire “umanista”, delle relazioni internazionali.

“La sicurezza e la stabilità del mondo permangono fragili. I fattori di preoccupazione sono diversi e testimoniano tutti che la libertà umana non è assoluta, bensì che si tratta di un bene condiviso e la cui responsabilità incombe su tutti. Di conseguenza, l’ordine e il diritto ne sono elementi di garanzia. Ma il diritto può essere una forza di pace efficace solo se i suoi fondamenti sono solidamente ancorati nel diritto naturale, dato dal Creatore. È anche per tale ragione che non si può mai escludere Dio dall’orizzonte dell’uomo e della storia. Il nome di Dio è un nome di giustizia; esso rappresenta un appello pressante alla pace.” (10)

La speranza, la laica speranza, che queste parole annunciano si traduce in un monito alla politica perché non trascuri la responsabilità di alimentare la speranza del mondo. Una speranza che è “laica” perché è al mondo degli uomini che si rivolge, alla responsabilità ed opportunità che agli uomini è data di realizzare la propria umanità, riconoscendone il fondamento universale nel “diritto naturale”, quel codice morale “meta-storico” che il genere umano istintivamente condivide.

La Chiesa razionale non teme dunque di denunciare nella globalizzazione un rischio all’ordine ed alla stabilità, anzi sfida la politica sul piano delle sue responsabilità indicando una piattaforma di opportunità concrete rispetto ai drammi del mondo – dalle guerre, alla povertà, alla distruzione ambientale.

“Occorre promuovere corrette e sincere relazioni tra i singoli esseri umani e tra i popoli, che permettano a tutti di collaborare su un piano di parità e di giustizia – ammonisce Sua Santità, nel saluto ai diplomatici stranieri.

“Al tempo stesso – continua – ci si deve adoperare per una saggia utilizzazione delle risorse e per un’equa distribuzione della ricchezza. In particolare, gli aiuti dati ai Paesi poveri devono rispondere a criteri di sana logica economica, evitando sprechi che risultino in definitiva funzionali soprattutto al mantenimento di costosi apparati burocratici. Occorre anche tenere in debito conto l’esigenza morale di far sì che l’organizzazione economica non risponda solo alle crude leggi del guadagno immediato, che possono risultare disumane.” (11)

Ratzinger , insomma, non vuole affatto un mondo ad egemonia confessionale; al contrario, vuole l’uomo egemone, l’uomo razionale che realizza il primato dell’umanità riconoscendone il fondamento “metafisico” nella vita. Questa Chiesa razionale non è dunque definibile un’istituzione anti-storica, conservatrice, assopita nell’amministrazione del potere economico globale. Al contrario, si rivela un’agente di giustizia, di progresso umano reale; un agente, se vogliamo, rivoluzionario rispetto agli assetti imposti dall’egemonia capitalistico-relativista.

Questa Chiesa si fa carico della propria responsabilità di intervenire nella storia, e impone all’umanità laica di addossarsi la propria. È agli imperativi della ragione che, per Benedetto XVI, l’uomo deve ricorrere, ovvero alla facoltà di discernimento che gli impone di nutrire il progresso dell’umanità con i frutti della “norma morale”.

Gli uomini – tutti gli uomini – devono dunque riconoscere nella “norma giuridica” lo strumento “che regola i rapporti delle persone tra loro.” Ma il diritto – osserva il Papa – ha un solo criterio: “la norma morale basata sulla natura delle cose.”

Un criterio che, peraltro, la ragione umana è capace di discernere, “almeno nelle sue esigenze fondamentali, risalendo così alla Ragione creatrice di Dio che sta all’origine di tutte le cose. Questa norma morale deve regolare le scelte delle coscienze e guidare tutti i comportamenti degli esseri umani.”

È la ragione umana che deve guidare gli uomini! La Chiesa è promotrice di umanità. E l’umanità si compie se non mortifica la propria razionalità ma se, al contrario, la libera nell’infinito etico che l’ha creata.

Questo papa, insomma, si fa carico lui per primo di una responsabilità onerosa: storicizzare il concetto di “speranza” inserendolo in una prospettiva di salvezza che va persino aldilà della Chiesa cattolica. La speranza, cui si è interpellati nell’enciclica Spe Salvi nasce, infatti, dalla ragione. Non è una speranza vessatoria, ma – al contrario – liberatrice. Non è una speranza ricevibile al di fuori della Ragione; è – al contrario – una speranza che nasce dalla Ragione. Ed è qui che l’uomo, il politico si fa carico della sua razionalità, mettendola al servizio della giustizia.

Gli uomini sono inestricabilmente vincolati dalla comune appartenenza alla “famiglia sociale”, dunque al rispetto di norme condivise. Perché siano condivise, tali norme devono essere stabili, universali, ovvero nutrirsi dell’essenza unificatrice dell’essere umano, la sua vita, la sua ragione.

“Esistono norme giuridiche per i rapporti tra le Nazioni che formano la famiglia umana? – si chiede Benedetto XVI. E se esistono, sono esse operanti? La risposta è: sì, le norme esistono, ma per far sì che siano davvero operanti bisogna risalire alla norma morale naturale come base della norma giuridica, altrimenti questa resta in balia di fragili e provvisori consensi.” (12)

La norma giuridica deve nutrire l’umanizzazione. Responsabilità degli uomini è dunque agire affinché un principio come la “pace” non sia “una semplice parola o un’aspirazione illusoria”, ma “un impegno e un modo di vita che esige che si soddisfino le legittime attese di tutti, come l’accesso al cibo, all’acqua e all’energia, alla medicina e alla tecnologia, o il controllo dei cambiamenti climatici. Solo così si può costruire l’avvenire dell’umanità; soltanto così si favorisce lo sviluppo integrale per oggi e per domani.” (13)

Progresso si ha là dove l’uomo può essere più uomo, là dove la vita ha più valore, là dove la comunità sociale si realizzi con, non contro, l’altro.

Ecco allora che “pace” significa molto più che “non guerra”. Nella prospettiva umanista, la pace è il cemento con cui la ragione umana erige l’infrastruttura morale del proprio divenire.

Pace e giustizia si realizzano affermando i fondamenti etici dell’umanità, non relativizzandoli alla contingenza storica, perché questo porta alla sopraffazione, all’instabilità, allo scontro. Il dialogo si fonda invece sull’adozione di una grammatica comune, ed è questa cui è necessario applicarsi, qui ed ora, per restituire alle coscienze la speranza di nutrire il mondo della propria umanità.

È alla coscienza umana, alla ragione umana che si appella il Capo della Chiesa Cattolica. E certo che si tratta di un appello alla coscienza “politica” dell’umanità. Perché è attraverso la politica, ovvero la possibilità degli uomini di “fare il mondo”, che si realizza (o annichilisce) il potenziale dell’umanità, che si persegue la giustizia e si onora la libertà.


Note

1) Lettera enciclica Deus Caritas Est del sommo pontefice Benedetto XVI ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti i fedeli laici sull’amore cristiano.

2) Ivi.

3) Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Fides et Ratio.

4) BenedettoXVI, cit.

5) Ivi.

6) Ivi.

7) S. Agostino, De Civitate Dei, IV, 4: CCL 47, 102.

8) Benedetto XVI, cit.

9) Benedetto XVI, discorso agli ambasciatori presso la Santa sede, 6 gennaio 2008.

10) Ivi.

11) Ivi.

12) Ivi.

13) Ivi.

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