Durante l’assemblea nazionale dei “Riformatori Liberali” del 30 novembre scorso, a cui hanno partecipato i principali leader della “Casa delle Libertà”, il radicale Benedetto Della Vedova ha invitato ad impedire che la bandiera del liberismo fosse sventolata dal centro-sinistra.

L’immagine che ne deriva è quella di un palco di teatro dove i protagonisti di una sorta di “Babele filosofica” si contendono il tesoro del liberismo economico. Basterebbe questo a fare emergere l’enormità di contraddizioni – proprio sui Valori – che riguardano la politica di oggi. Ma questo scontro verte su qualcosa di veramente vitale per il nostro Paese o per un sistema economico in generale, oppure verte su qualcosa d’irrilevante o nocivo, dove dunque l’oggetto del contendere non merita d’essere conteso?

In questa sede si persegue l’arduo intento di determinare quale possa essere un pensieroeconomico coerente con la democrazia, intesa come modalità di gestione del potere che sia rimessa rappresentativamente al Popolo sovrano, come prescritto dall’articolo 1 della nostra Costituzione.

Il modello economico che si punta a proporre è quello meno imperfetto (1).

Con il termine economia si intende il rapporto dell’uomo con la biosfera, ed in prospettiva, con l’universo.

La distribuzione delle risorse deve avvenire secondo un principio di proporzionalità che tenga conto di una moltitudine di fattori quali i bisogni, le capacità, le ambizioni.

Nell’individuazione di un corretto modo di fare economia non si può prescindere da un dato fondamentale: la distinzione ontologica tra l’uomo e gli altri esseri del mondo biotico ed abiotico (2). La tutela durevole del mondo vivente e non vivente, può essere perseguita solo con la crescita (latu sensu intesa) dell’uomo. Questa crescita si manifesta empiricamente con il progresso scientifico-tecnologico, che appunto è il frutto dell’attività cognitiva dell’uomo. Solo così si può avere un vero rispetto dell’ambiente, come realtà che considera a pieno diritto l’uomo suo “cittadino”, e non elemento ontologicamente alieno, di disturbo, come certi approcci empiristi-ambientalisti sembrano sostenere.

L’uomo, dunque, come unicità che ha la facoltà di farsi carico delle sorti dell’universo e prova più evidente dell’antientropia universale (3).

Così intesa la relazione dell’uomo con l’universo si trova materialmente centrata sul progresso scientifico-tecnologico, e spiritualmente orientata dall’agape.

Non ci troviamo di fronte ad un cieco ambientalismo di stampo nostalgico, ma neanche di fronte ad un altrettanto cieco scientismo, come mito senza morale.

Le filosofie economiche (4) che hanno trovato applicazione nel mondo moderno sono comunemente considerate essere due: il comunismo ed il liberismo (5). Per valutarne la conformità ad un’identità democratica dobbiamo analizzarne le caratteristiche filosofiche di fondo.

Così scrive il papa Leone XIII nel 1891: << Comunque sia, è chiaro, ed in ciò si accordano tutti, come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell’uomo. Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un’usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa, continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all’infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile >>. (6)

La lettera enciclica di Leone XIII ci offre un’analisi, per quanto concerne la mera constatazione, perlopiù coincidente con quella marxista, riguardo la realtà socio-economica alla fine del XIX secolo.

Proseguendo nella lettura dell’enciclica diviene però chiaro come Leone XIII diffidi delle soluzioni elaborate dalla filosofia marxista-socialista (7), considerandola anch’essa portatrice di uno stato << servile >>.

Non vi sono dubbi circa il fallimento dell’avventura comunista. Tuttavia, parlare del comunismo limitandosi a prendere atto di quale sia stato il risultato del “comunismo reale” non sarebbe corretto. L’analisi, dunque, non può prescindere dal dare risposta alla domanda se la filosofia comunista non sia di per sé, intrinsecamente, un percorso sociale che porti alla crescita morale (8) degli individui.

Come evincibile chiaramente dalla stessa Rerum Novarum il comunismo si presenta come filosofia contro natura nel momento in cui va contro la Legge Naturale disconoscendone i pilastri su cui essa si erge: la famiglia, la proprietà privata, l’imago viva dei e l’esistenza di una realtà ultra-sensibile.

A tali fondamenti si contrappongono lo Stato e la dittatura del proletariato, la proprietà statale dei mezzi di produzione, il materialismo. Elemento catalizzatore per giungere al nuovo ordine delle cose, è la lotta di classe.

L’opera teorica fondante del comunismo può essere considerata Il Capitale di Karl Marx che compie un’analisi della società industriale inglese.

Constatata l’ingiustizia di quella che è la situazione reale della società inglese, Marx propone un metodo per far sì che quella situazione sia superata, ribaltata. L’approccio economico stesso è tipicamente materialista. Non si dà alcun rilievo alla questione scientifico-tecnologica, ma si parla di “accumulazione primitiva” come causa di un’apparente crescita economica.

Talvolta è stato sostenuto in modo molto superficiale che il marxismo non sarebbe altro che un cristianesimo dell’età moderna. Si paragona cioè il pensiero di Marx a quello di Gesù Cristo. Entrambi, invero, sostengono la tesi di puntare la propria attenzione sui più deboli, ma mentre il messaggio evangelico lo fa puntando su una rivoluzione spirituale dell’uomo, l’economista tedesco lo fa puntando su uno scontro inevitabilmente violento, che muove dall’imposizione. Passa cioè dalla dittatura di un’oligarchia finanziaria, alla dittatura di una moltitudine rimessa nelle mani di una ancora più ristretta élite partitocratrica che produce un livellamento verso il basso di ogni individuo componente quella moltitudine.

Come potrebbe essere possibile tale fraintendimento se non alla luce di un approccio materialista? Entrambe le due filosofie, infatti, sembrano avere la loro stella polare nella tutela del più debole, ma quella cristiana attua la sua missione puntando alla crescita morale di tutti gli individui, chiedendo dunque un dialogo fra diversità nell’uguaglianza; la dottrina marxista, invece, a fronte del raggiungimento di una sterile uguaglianza materiale, dimentica le diversità interiori degli uomini, dove non istruisce ma costringe, dove non è il dialogo a prevalere, ma la dittatura degli uni sugli altri.

Con “crescita morale” non s’intende un atteggiamento passivo (per esempio, in termini di rispetto delle diversità; o il non dar fastidio a nessuno) bensì attivo. I passi della Genesi 1,27-1,28, uniti con l’ama il prossimo tuo come te stesso (Lu 19,18), ci danno il senso della Morale. Non ci si accontenta di fornire tutti coattivamente una medesima dote economica, bensì di creare i presupposti perché l’uomo conosca, comprenda ed eserciti a pieno la sua più profonda natura cognitivo-creativa alla luce della caritas.

Dunque, se nella dottrina cristiana a dover essere rivoluzionata è la natura umana come amalgama di una complessità, nel pensiero marxista basta il semplice raggiungimento dell’uguaglianza materiale – non importa come – quasi fossimo delle cose, per attuare il ricercato cambiamento sociale. L’uomo come singolarità irripetibile da valorizzare in tutte le sue componenti, non trova spazio.

Il liberismo, invece, deve la sua notorietà, in particolare, ad Adam Smith.

Smith fu funzionario della Compagnia britannica delle Indie Orientali e la sua opera si concentra notoriamente sulla “teoria della mano invisibile”. Egli prende spunto dai pensatori fisiocratici, come Quesnay e Turgot, ma da un punto di vista morale, prima che economico, trova ispirazione in Bernard de Mandeville (9). Per entrambi sarebbe l’egoismo dei privati a forgiare un mercato in equilibrio.

Da La teoria dei sentimenti morali (1759) e da La ricchezza delle nazioni (1776) si evince il pensiero morale e poi economico di Adam Smith. Se il primo è centrato su egoismo ed apparenza (10), il secondo ruota attorno a << valore di scambio >> e << mano invisibile >>. Non solo non si obietta all’accusa di lasciare il mondo abbandonato ad una legge della giungla dove il più forte vince, ma per di più se n’esalta quell’egoismo che fa apparire l’uomo peggiore di una bestia.

Il tutto sarà regolato dal dio pagano della << mano invisibile >> e non da quella comunione d’intenti che trova il suo micro-archetipo nella famiglia, dove il dialogo dei responsabili genitori guida le libertà di tutti i componenti del nucleo familiare.

Se i nostri giorni hanno condannato il “comunismo reale”, anche il “liberismo reale” ha trovato una sua puntuale condanna ogni qualvolta l’ago della bilancia della politica economica si è violentemente gettato nelle fauci liberiste (11).

La più piccola entità sociale – la famiglia appunto – verrebbe così gestita dal comunismo – anche se in realtà sappiamo che la sostituisce con lo stato – in termini di un egualitarismo dimentico delle attitudini e delle aspirazioni dei singoli; dal liberismo, invece, in termini di esaltazione degli egoismi dei singoli individui.

A queste due fallimentari esperienze se ne contrapporrà una terza, non formalista, dove il realismo è guidato da un’idealità che ha la sua radice nella Morale cristiana, e che riconoscerà il diritto alla vita, alla libertà ed alla felicità (12).


Note
1) Si parla di “minor imperfezione”, piuttosto che di “maggior perfezione”, alla luce della metafora geometrica utilizzata dal Cardinale N. Cusano ne La dotta ignoranza, Fabbri Editori, Milano, 2005, p. 64, dove si paragona la Verità divina al cerchio, e quella umana al poligono. Questa metafora è centrale nella determinazione stessa di un approccio scientifico corretto, nel momento in cui suggerisce di guardare con l’occhio della mente, piuttosto che con quello dei sensi, alla realtà in cui viviamo. Così il poligono, con un numero infinito di lati, apparrà al nostro occhio uguale al cerchio, ma non alla nostra mente che ha ben presente come un cerchio non abbia alcun lato.
2) Il fondamento di questo tipo di approccio, oltre che nella Ragione socratica, lo si trova nella Genesi biblica (1,26 – 1,28), e nei quattro Vangeli. Uscendo dalla cultura cristiano-occidentale, il pensiero di Gandhi (M. K. Gandhi, Sulla violenza, Linea D’Ombra, Milano, 1992, pp. 75-78, ripreso da Harijan, 9 giugno 1946) si trova ugualmente ispirato.
3) Il <<Nulla è costante eccetto il cambiamento>> eracliteo, la dottrina platonica, il <<moltiplicatevi>> della Genesi e la filosofia leibniziana, rafforzate dalle ricerche <<empiriche>> del biogeochimico V. I. Vernadsky, in opposizione al meccanicismo cartesiano e newtoniano, portano a suggerire l’esistenza di una legge di antientropia universale.
4) Attraverso il termine “economiche”, si specifica che l’analisi si limita alle branche economiche delle due ben più ampie scuole di pensiero del socialismo e del liberalismo.
5) Contrapporre al comunismo il capitalismo è un errore di non poco conto, così come anche rilevato da Giovanni Paolo II durante la celebre, poiché particolarmente esclusiva, intervista concessa al giornalista Jas Gavronski. Mentre il comunismo è una filosofia, il capitalismo è una tecnica. La contrapposizione più corretta è allora tra comunismo e liberismo.
6) S. S. Leone XIII, Rerum Novarum, 1891, da http://www.vatican.va/holy\_father/leo\_xiii/encyclicals/ documents/hf\_l-xiii\_enc\_15051891\_rerum-novarum\_it.html, 5 dicembre 2005.
7) La prima parte della Rerum Novarum è intitolata <<Il socialismo, falso rimedio>>.
8) Crescita morale, come ultima e necessitata istanza a cui si giunge passando per la crescita del tenore di vita della popolazione, come sottolinea tutta la vita di Gesù Cristo (vedi in particolare Giov. 6,27), il De pace fidei del Cardinale N. Cusano (vedi), La legislazione di Licurgo e Solone di F. Schiller, la vita di Gandhi (vedi in particolare Harijan, 22 giugno 1940). Parlare di crescita morale significa parlare della crescita interiore dell’uomo come essere cognitivo e creativo libero perché nella carità come insegnato da San Paolo (Gal 5,13).
Il dato empirico a cui guardare, vista anche la difficoltà di dimostrare la crescita morale di una società, dovrebbe essere quello della crescita della densità demografica, tenendo però conto di dovute precisazioni. Il dato va tenuto presente alla luce di quella che è la realtà geografica presa in esame (p. es. la densità demografica della Groenlandia non potrà essere quella dell’Italia); poi va tenuta presente la capacità, il potenziale, del sistema economico analizzato di essere coerente con le tendenze di crescita della popolazione (p. es. un sistema economico può apparire capace di soddisfare le esigenze di un dato Popolo, solo perché ricorre alla sterilizzazione coatta degli individui). Pur essendo questo il metodo migliore per comprendere se l’uomo stia valorizzando le proprie capacità cognitivo-creative alla luce di una Legge Morale – cristianamente intesa, come amore per il prossimo – ci troviamo nel regno dell’incommensurabile. La commensurabilità ci è concessa solamente dal più semplicistico termine di misurazione della crescita demografica, che in sintesi racconta l’accresciuta capacità dell’umanità di rapportarsi con il pianeta.
9) Si confronti in particolare La favola delle api, ovvero, Vizi privati, pubblici benefici, Editori Laterza, 2002,con la Ricchezza delle nazioni, Newton Compton, 1976, dove è sostenuto:<<Perseguendo il suo interesse, egli spesso persegue l’interesse della società in modo molto più efficace di quando intende effettivamente perseguirlo.>>
10) Si sostiene l’idea di una “morale della simpatia”, << secondo la quale le azioni di ogni individuo dovrebbero essere guidate dal giudizio che di esse darebbe uno “spettatore imparziale”, ben informato delle circostanze. Ciascun individuo, infatti, desidera l’approvazione degli altri, proprio perché ciascuno vive non isolato ma come membro della società >> (così in http://www.filosofico.net/adamsmith1.htm, 5 dicembre 2005). L’importante, dunque, non è essere, ma apparire. Povero il Socrate del Critone platonico! Povero Gesù Cristo!
11) Si veda in particolare P. Bairoch, Economia e storia mondiale, Garzanti, Milano, 2003.
12) Così recita la Dichiarazione d’Indipendenza dei Tredici Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776:<< Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità >>.

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