“Ma ormai siamo tutti liberaldemocratici”. Così si esprimeva pochi anni fa Massimo D’Alema intervistato da un noto settimanale.

Come dire: tutti coloro che accettano il gioco democratico, è scontato che si possano definire membri di grandi famiglie politiche in cui il liberalismo è inteso come patrimonio comune, l’essenza stessa delle democrazie occidentali.

Un concetto che, se ci si limitasse ad una definizione scolastica, potrebbe essere fatto proprio, se non da tutti, certamente dalla maggior parte dei protagonisti della scena (o sceneggiata?) politica italiana.

Se, tuttavia, volessimo seriamente capire se la cultura di coloro che ci rappresentano in Parlamento appartiene veramente al cosiddetto filone liberaldemocratico, le cose si complicherebbero e non poco: tutti sono eredi di qualcosa o di qualcuno e – lo abbiamo visto bene in questi anni – non necessariamente di “padri” particolarmente nobili o impregnati di spirito democratico.

Peccato che gli eredi presunti restino, mentre invece, spesso, i citati “padri nobili” siano talmente tanti e così diversi tra loro, che pare normale si creino delle surreali diatribe sulla loro appartenenza.

Il povero De Gasperi tirato per la giacchetta da destra e da sinistra, è uno degli esempi più eclatanti di una interessata commistione di ruoli, di protagonisti anche della storia più recente: appropriazioni culturali, frullati ideologici dove si mettono dentro, forse per non scontentare nessuno dei potenziali elettori o per eccesso di buonismo, personaggi che, come diciamo noi in Toscana, “c’entrano come il culo con le quarantore” che fanno comprendere come la confusione regni sovrana.

Forse solo furbizia elettorale, autentica ignoranza storica o un mix di ambedue gli abomini.

Fatto sta che quando un Berlusconi, e Forza Italia in quanto tale, si dichiarano eredi in via diretta della cultura politica espressa da De Gasperi, capite bene come, nella nostra povera Italia, la definizione di “liberalismo”, o di altro concetto similare, rischi veramente di diventare un guscio vuoto (nello specifico di De Gasperi – Berlusconi un qualcosa di grottesco, inutile sottolinearlo) ovvero una sorta di “definizione in bianco” da riempire a seconda delle convenienze del momento.

Mi è stato chiesto: “ma la Margherita allora quale cultura potrebbe rappresentare? Il movimento politico del centrosinistra più vicino alla definizione di liberaldemocrazia, forse?”

La domanda è semplice, la risposta non lo è affatto.

Anzi potrei già alzare bandiera bianca, e rimandare una risposta esauriente ad un eventuale mio saggio – papiro di qualche centinaio di pagine.

Risposta difficile per la difficoltà di inquadrare il ruolo di un partito che voglia esprimere finalmente una forma di autentico liberalismo e per la particolare situazione che vive il nostro paese: un bipolarismo spurio con due schieramenti, in cui gli eredi del PCI e del vecchio MSI la fanno da padroni, un imprenditore premier, forse liberista (non quando si tratta dei suoi interessi) ma non liberale, la presenza di movimenti antagonisti e radicali, sia a destra che a sinistra, corteggiatissimi ed apparentemente indispensabili (il loro essere comunisti e fascisti presso i nostri “politici-politologi-nuovisti” non pare motivo di particolare perplessità), salvo la diffusa diffidenza nei confronti dei cosiddetti “centristi”, sospettati e spesso già condannati senza appello, quali loschi restauratori della vecchia repubblica dei partiti, come se oggi, A.D. 2006 vivessimo in una Italia depurata della partitocrazia, con poche sigle.

Risposta difficile anche perché liberale e liberalismo sono due parole che, con buona pace di D’Alema, spesso e volentieri sono viste da buona parte della nostra classe politica come delle “parolacce”, come un qualcosa che contrasta l’essere “popolari”, “democratici”.

Insomma un qualcosa di destra.

Atteggiamento pregiudiziale certo, ma che altrimenti non avrebbe portato anche nel mondo cattolico a puntigliosi distinguo, con i suoi “cattolici popolari”, “cattolici liberali”, “clerico fascisti “ e “cattocomunisti”.

Provate a dare del “cattolico liberale” a chi si definisce “cattolico popolare” e magari questo si offende pure.

Esempi sono a disposizione di tutti coloro che seguono la cronaca politica e il teatrino delle reciproche delegittimazioni e scomuniche.

Scomuniche che purtroppo, lo avete visto recentemente, sono all’ordine del giorno anche in un partito come la Margherita che pure dovrebbe, a detta di molti, essere colonna portante del Partito Democratico prossimo venturo.

Reduci dalle diatribe sul centrosinistra con o senza trattino, sull’Ulivo come partito unico con tutti dentro secondo la vulgata del frantoio Parisi, sulla necessità o meno di far convivere in un unico contenitore politico gli esponenti di culture diverse, ci rendiamo conto che dare una risposta chiara e condivisa su cosa dovrebbe significare liberalismoper una Margherita non è affatto facile.

Non fosse altro – ripeto – che per una parte di elettori ed eletti quello che inizia con “lib-“ non suona affatto bene.

Motivo in più per chiedersi se davvero questa convivenza tra anime così diverse in un solo partito sia davvero una sorta di arricchimento ed una necessità per evitare di tornare alle divisioni del passato ed alle logiche partitocratiche, come si dice  con fare molto “politically correct”, oppure se non sia altro che una zavorra equivoca e foriera di perenni divisioni alla lunga incomprensibili all’elettorato e sempre meno premianti a livello elettorale.

Che fare allora? Continuare a dirci quanto è bella l’unità, che se più saremo uniti e più saremo apprezzati, oppure andare oltre le frasi di rito e cominciare a ragionare sulle proprie identità, senza timori reverenziali nei confronti di politologi più o meno improvvisati?

A domanda retorica risposta ovvia. Al di là delle polemiche sui diversi e controproducenti radicalismi, sui vizi mai morti della sinistra e della destra, malgrado Bolognine e Fiuggi, la tentazione di dare la stura a qualche allusione maliziosa, se non polemica, nei confronti di esponenti sia di ambedue gli schieramenti, Margherita inclusa, c’è ma rimarrà tale.

Non è forse questa la sede adatta visto che ci sono i forum, dove spesso e volentieri si parla fuori dai denti.

Tra le pagine di “Sintesi Dialettica” piuttosto, senza infognarci in discussioni di piccolo cabotaggio, potremo discutere e dare il nostro contributo per meglio capire se ad esempio la categoria o meglio le categorie di liberalismo, come le conoscono coloro che hanno presente la storia contemporanea e la cultura politica europea, ancora possono essere attuali nell’Italia della cosiddetta seconda repubblica; oppure se realmente la convivenza di più esperienze politiche al servizio di un progetto come il Partito Democratico, o altro soggetto similare, farà sì che il concetto stesso di liberalismo come precedentemente inteso diventi obsoleto; un po’ lo stesso destino del socialismo per intenderci, mal visto dai “kennediani” del centro sinistra.

La concezione etico-politica del liberalismo , che nasce per rivendicare libertà d’azione degli individui nella società, e concepita in ambiti quanto mai diversi fin dal XVI secolo, è stata la grande vittima dei totalitarismi del secolo scorso ed ancor prima dei nazionalismi e del socialismo: concetto ancora non si sa quanto assimilabile per coloro che, seppur pentiti o quasi, di questi totalitarismi  sono gli eredi.

Senza dimenticare che la Riforma Protestante, il libero esame, la libertà di coscienza, sono considerati una delle radici proprie del liberalismo : da qui i ben noti problemi che hanno riguardato il rapporto con la Chiesa.

E’ anche vero che sul piano politico non possiamo dimenticare coloro che propugnavano una  divisione dei poteri (vedi Montesquieu), la successiva richiesta di libertà di pensiero e di un governo rappresentativo.

E poi con Keynes e con Weber, seppure in contesti quanto mai diversi, la sua successiva elaborazione per rispondere alle nuove istanze di giustizia sociale, capaci di tenere conto dell’integrazione tra sfera privata a azione dello Stato, per giungere a Rosselli con il tentativo di condividere in maniera virtuosa l’esperienza del liberalismo e del socialismo.

Per farla breve: liberalismo, se inteso da un punto di vista meramente storico, definitorio, ha più facce, può risultare un po’ vago, e con una buona dose di abilità dialettica (e faccia tosta) un po’ tutti possono appropriarsene, magari evitando di approfondire gli aspetti apparentemente più controversi (vedi il rapporto col popolarismo cattolico).

Evitiamo di tirare in mezzo il solito Berlusconi, erede a suo dire di tutto e di tutti (lo Zelig che è in lui lo ha fatto diventare pure uomo di sinistra, di quella “liberale”) ma, a mo’ di esempio, pensiamo al Fini missino del 1993 che, candidato sindaco di Roma, rifiutò decisamente l’etichetta di liberaldemocratico; e poi, pochi mesi dopo la catarsi di Fiuggi, tra i padri nobili di Alleanza Nazionale, ci siamo ritrovati pure Einaudi.

Fatta questa chilometrica premessa, capite bene che anche quando si parla di Margherita e liberalismo, bisogna intenderci bene.

Quale liberalismo ? Quello che alcuni confondono col liberismo, quello che semplicemente è proprio di tutte le democrazie occidentali, basate sulla divisione dei poteri, o quello che intendeva Rosselli?

Oppure è ormai solo una delle tante culture politiche, riconoscibili concretamente in alcune formazioni politiche che, a detta di molti (ma non tutti) esponenti del centro sinistra, è auspicabile che concorrano ad una nuova formazione politica democratica? Come dire: non solo un concetto generale proprio di tutti o delle istituzioni ma l’ideologia fondante di partiti chiaramente collocati sulla linea destra-sinistra.

Non sono interrogativi rognosi, non fosse altro che fin tanto si resta sul vago hanno via libera gli “stranamore” improvvisati della politica e soprattutto si rischia di svuotare di significato ogni definizione politica in nome di obiettivi molto più elettoralistici  e meno nobili di quanto si voglia ammettere.

Quando poi si parla di liberalismo o di altra cultura politica in un paese come il nostro, dove le coalizioni di fatto si sono costruite sulla scorta dell’emergenza berlusconiana o anti-berlusconiana,  senza autentici confini sia a destra che a sinistra, pare veramente difficile parlare di questi concetti come se fossimo “un paese normale” (cito ancora una volta D’Alema).

Realmente se non ci fosse l’anomalia berlusconiana saremmo qui a disquisire come conciliare a tutti i costi le varie culture politiche, liberalismo compreso, nell’ambito del centrosinistra?

O piuttosto la dialettica politica si sarebbe sviluppata senza  l’urgente  necessità di costruire nuovi contenitori, con relativi sforzi di riscrivere in maniera fin troppo disinvolta le varie categorie politiche?

Questioni che riguardano la compatibilità di persone, di linee politiche, di culture che pure nel passato non sono state affatto assenti (vedi le ancora recenti querelle storiche sul rapporto De Gasperi – Dossetti), ma che adesso, in virtù dell’intangibilità di questa forma di bipolarismo, rischiano di emergere nuovamente, e più che mai, all’interno degli stessi partiti e non come normale dialettica tra alleati.

Ripeto: non siamo in un forum e proprio per questo, grazie ai contributi meditati dei collaboratori, avremo l’opportunità di poter discutere, leggere, confrontarci a viso aperto, senza timore di dovere per forza di cose assumere atteggiamenti dorotei, da esperti galleggiatori della politica.

Parlare del liberalismo , nelle sue varie interpretazioni, potrà essere un modo per uscire dalle strette di un facile buonismo e di un approccio fin troppo “politically correct”.

Un portale con vocazione più culturale che strettamente legata alle contingenze politiche del momento potrà portare una boccata di autentica aria fresca anche nel discutere di questi argomenti.

Altrimenti, come al solito, saremmo condannati alla consueta indigestione di luoghi comuni.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

Send this to a friend