Sarà ricordata questa lunghissima vigilia elettorale per un Prodi-gio: la capacità di Prodi di tirare a lungo sulla formulazione della bozza del programma prima e poi sulla sua approvazione a ridosso della campagna elettorale, quando lo spirito di unione di tutta la coalizione, pure se negli immancabili distinguo sollecitati da un proporzionale all’insegna di “ognuno per sé e Prodi per tutti” dovrebbe prevalere pur di battere un avversario troppo frettolosamente dato per spacciato e che non lascerà nulla d’intentato per rimanere in sella.

Quello di temporeggiare è il vero capolavoro di Prodi per non offrire bersagli grossi all’avversario, pronto ad incunearsi nelle contraddizioni dell’attuale opposizione per distogliere l’attenzione dalle sue insufficienze ed inadempienze. Un confronto che si preannunzia senza esclusione di colpi, tra i più eclatanti quello di un Presidente del Consiglio che, in ragione dei suoi impegni di governo, ha fatto attendere mesi e talora anni la magistratura che lo convocava, mentre a tamburo battente, dopo la sortita televisiva contro l’Unipol e i DS, in meno di 24 ore è a colloquio con i giudici “per dire quello che lui sa sul conto d’altri” presbiopia che diventa miopia se si tratta dei conti propri.

Ormai si sa, da quando il nostro bipolarismo disomogeneo è in vigore, che l’elettorato non sceglie con chi andare, ma da chi scappare, una volta che lo ha messo alla prova e difficilmente consente una prova d’appello.

In siffatta situazione, con un deficit di moralità personale e politica che non risparmia ombre di sospetto su nessuno, prevarrà tra i due leader, che si contendono il governo del Paese, chi mostrerà maggior controllo dei nervi, qualità necessaria per affrontare un’emergenza del Paese che farebbe tremare le vene e i polsi a chiunque.

Prodi , il temporeggiatore per le sue qualità di analisi delle situazioni e di scelte ponderate di governo, dovrebbe alla lunga prevalere sull’immagine troppo pirotecnica di Berlusconi, incline all’azzardo dei foschi scenari, tipico di chi si gioca il tutto per tutto.

In una parola Prodi dovrebbe farcela se prevarrà l’immagine dell’Amministratore delegato al governo del Paese sulla sua non sopita ambizione di leader di un nuovo soggetto politico a suo piedistallo.

Ho più volte richiamato il fatto che la sua occasione storica non l’ha colta e fu quando, messo in crisi il suo governo dalla fuoriuscita di Rifondazione Comunista, per rispetto del mandato ricevuto direttamente dagli elettori, non solo non pretese il ritorno alle urne, ma nemmeno si spese per una successione che avesse il suo stesso profilo politico moderato, quale sarebbe stato egregiamente Ciampi.

La nomina successiva a Presidente della Commissione Europea, grazie all’opera di convinzione di D’Alema sui suoi colleghi europei in prevalenza di centro-sinistra, parve una compensazione, ancorchè non richiesta, all’aver rinunziato a battersi per il rispetto del mandato elettorale affidatogli.

Una conferma ulteriore che il nostro è un Paese di navigatori!

Non è un caso che recentemente, quando prevale la sua pur legittima aspirazione a leader politico se non demiurgo di un sistema politico che vorrebbe ristrutturare partendo dall’alto e non dal basso (il che richiede tempi lunghi), perda l’aplomb, la compostezza necessaria ad un esperto uomo di governo, di cui il Paese ha estremo bisogno, di un Cincinnato a tempo determinato, senza grilli per la testa di voler diventare l’amministratore delegato oltre che del Governo anche dei due partiti più importanti della coalizione.

In rapida successione, prima sulla vicenda della legge elettorale, pur se con qualche fondamento di incostituzionalità, inciampa in Ciampi aspettandosi un rinvio alle Camere, quando l’universo mondo politico, a partire dal Presidente della Camera Casini, dava per assodato il disco verde del Capo dello Stato, se non altro per non scatenare un devastante conflitto costituzionale; la seconda uscita dalle righe, alla ricerca di una captatio benevolentiae parlando al Nord, si esprime crudamente ed infelicemente: “Vivere a Roma, manco morto!” ripiegando sul rifiuto dei salotti romani, ma dando adito ad una serie di ripulse personali verso un mondo romano poco propenso ad accoglierlo come salvatore della Patria; terza e più grave uscita quella sulla e-mail personale in cui ripropone hic et nunc il partito democratico in piena tempesta diessina con l’esigenza di Fassino di ricompattare, sotto il profilo di unità morale a fondamento di quella politica, tutto il partito, comprese le componenti di sinistra ostili al progetto di un nuovo soggetto politico.

La presa di distanza dal suo appello persino dei dalemiani, la dice lunga sulla intempestività ed irricevibilità di una proposta di messa in liquidazione nel momento peggiore, implicita delegittimazione di tutta una classe dirigente.

Il solo Veltroni ha fatto cenno al partito democratico come prospettiva da tenere sempre aperta ed è un modo, tutto interno ai DS, di proporsi come ciambella di salvataggio per qualunque evenienza.

Quello che stupisce è l’eco favorevole che ha riservato all’appello di Prodi il giornale della Margherita Europa, ma non è la prima né l’ultima volta che quando i DS accelerano sul soggetto unitario la Margherita frena e viceversa, come in questo caso.

Delle due l’una: o ciascun partito si aspetta che l’altro metta la sordina perché reputa il momento meno opportuno e conveniente, cercando così di accreditarsi presso l’elettorato genericamente ulivista come il più deciso verso l’unità, o c’è un abile gioco delle parti per tenere in caldo il Professore e le attese da lui suscitate onde evitare qualche sortita devastante, tipo la lista Prodi , in una coalizione già così composita e frammentata.

Andiamo ormai verso lo scioglimento delle Camere ed il Paese è interessato a sapere quali sono le ricette per uscire dalla crisi e non le alchimie politiche dentro un sistema finora incapace di autoriformarsi. 

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

Foto: Italian Prime Minister Romano Prodi at the G8 summit in Heiligendamm. July 2007 – Wikimedia Commons

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