L’annosa questione principe della post modernità – nota con la formulazione di Samuel Huntington «the clash of civilization» – ha richiamato alla nostra attenzione nuove proposte risolutive.

L’annosa questione principe della post modernità – nota con la formulazione di Samuel Huntington «the clash of civilization» (1) – ha richiamato alla nostra attenzione nuove proposte risolutive. Fra queste, quella espressa dal Cardinal Martino, il quale propone l’inserimento, nei piani scolastici delle scuole superiori, dell’insegnamento dell’Islam solo per i professanti in tale religione (o per chi ne faccia richiesta), quale alternativa all’insegnamento della religione cattolica. In base da quanto sancito nel Concordato fra Stato italiano e Chiesa cattolica, esiste un rapporto privilegiato – connotato da ragioni storico-filosofiche, pria che giuridiche – a favore di questa ultima rispetto alle altre religioni; in questa ottica va vista come una grande apertura la proposta del Cardinal Martino che pone una rinuncia a favore del credo dei nuovi italiani. Come ogni cosa, anche questa ha un suo lato negativo ed esso non è legato a cristianesimo ed islam, come si potrebbe supporre: il problema esistente è legato all’alternatività degli insegnamenti, ossia se si segue la lezione di cristianesimo non si segue quella di islam e viceversa. In questo modo, invece che integrare, si crea una separazione tra le culture religioso-filosofiche.

La grande apertura, per meglio dire, la svolta ci sarebbe se gli insegnamenti fossero svolti congiuntamente, non tanto per fare una comparazione fra i due credo religiosi, ma per comprendere chi è l’altro, sia esso cristiano o islamico.

Costruire una autentica cultura dell’integrazione a partire dalle scuole. Anche le Chiese devono fare la loro parte, in quanto devono essere, come sostiene – discostandosi dal dialogo con Marcello Pera (2) – Benedetto XVI nella sua prima enciclica (3), nella società, non nello Stato. La differenti confessioni religiose si devono impegnare affinché loro abbattano ogni forzato collegamento con le questioni politiche. Un messaggio di pace che, oltre dalla politica, dovrebbe venire dalle religioni, dimostrando che Amineijad o Adel Smith non rappresentano l’Islam, come il Presidente del Senato Italiano, il politologo Gianni Baget Bozzo o la signora Rosa Alberoni ed altri ed altri, il Cristianesimo. Dallo scontro non se ne esce mai indenni, per questo credo che sia meglio per le Chiese aprire i portoni e riversarsi nelle piazze. Se ci pensiamo, Gesù viene narrato nel tempio solo un paio di volte; il più delle volte è fra la gente, nella piazza, a dare ascolto alla loro parola. Invece, i portoni restano chiusi, come in una sorta di difesa. Difesa che non fa altro che aggravare la malattia.

Ma ciò non basta, bisogna costruire i prolegomeni culturali e devono investire, come minimo, la storia, la filosofia e la letteratura. Questo non significa rinunciare a Dante, poiché pone Maometto ne l’Inferno, o al Tasso, per La Gerusalemme liberata, ma integrarla con una cultura orientale di cui ne siamo totalmente ignoranti e di cui spesso ci avviciniamo con reciproci sospetti e malafede.

Bisogna, quindi, superare i gap culturali e, dal punto di vista governativo, si dovrebbe investire ai fini dell’istituzione di un Sottosegretariato, sotto il Ministero degli Interni, all’integrazione ed alla armonizzazione sociale, che lavori di concerto con gli altri ministeri pertinenti – fra questi gli Esteri, l’Istruzione, le Pari opportunità e la Cultura – e gli uffici delle prefetture che assieme alle associazioni di volontariato sono coloro che conoscono meglio la situazione territoriale dell’immigrazione e dell’integrazione.

Il Partito democratico, dal suo canto, non può trascurare tale tema e deve attivare una consulta confessionale da cui trarre indicazioni che ora, nella post modernità, divengono di fondamentale importanza. E questo non deve essere limitato ai soli uffici centrali, ma sul territorio nazionale, in modo diffuso, nelle varie sedi locali, si devono realizzare questi momenti di pieno confronto fra differenti culture. Questo, oltre che ad essere un problema nazionale, mostra la maggioranza dei suoi effetti sul territorio comunale dove si ragiona ancora con un metro oramai antiquato, privo di una sua contemporaneità.

Ora non esiste ancora uno scontro di civiltà, termine apocalittico prediletto da chi sceglie la mano armata e pesante al cervello pensante, ma dobbiamo prodigarci per dare ordine ad una società molteplice e complessa, fatta di moltitudini che difficilmente dialogano. Poiché è dalle assenze del dialogo e del confronto che degenerano le situazioni contingenti. L’11 settembre accadde invano, visto che le sole risposte finora formulate sono state le guerre in Afganistan ed Irak, con le instabilità da esse comportate; poi vennero le tragedie di Madrid e Londra. E tutt’oggi le risposte date non mutano. Quasi certamente, vista la linea di strategia proposta da Condoleeza Rice, ci sarà la guerra contro l’Iran. E poi?


Note
1) Huntington, Samuel, The Clash of Civilizzation, (trad. It Lo scontro di Civiltà)
2) Pera, Marcello, Ratzinger, Joseph, Senza Radici, Rizzoli, 2004
3) Benedetto XVI, Deus caritas est ; non è una enciclica programmatica, ma una riflessione sull’amore di Dio e sulla carità.

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