Partito dei moderati, partito democratico, grande centro: è da diverso tempo ormai che i maggiori politici della nostra “seconda repubblica” si riempiono la bocca di queste tre definizioni per cercare di rispondere agli insoddisfatti del sistema politico e partitico nazionale.
Partito dei moderati, partito democratico , grande centro: è da diverso tempo ormai che i maggiori politici della nostra “seconda repubblica” si riempiono la bocca di queste tre definizioni per cercare di rispondere agli insoddisfatti del sistema politico e partitico nazionale. La domanda che ci si pone a questo punto è la seguente: come mai? Come mai l’agenda setting della politica nostrana pone al centro della politica stessa la prospettiva di una nuova realtà, tendenzialmente bipolare, per di più all’indomani di una riforma elettorale in senso proporzionalistico che non si sa bene se e quando i nostri nuovi governanti decideranno di rivedere?
Anzitutto insoddisfazione dell’elettore, quindi nuovi orizzonti che gli si vogliono porre davanti. In realtà però, così facendo, si ha l’impressione che avallino in qualche modo ciò che loro stessi, sino a qualche anno prima, denigravano: quella sorta di bipolarismo imperfetto, su sistema elettorale proporzionale, che si era creato in Italia dal secondo dopoguerra: i democristiani da una parte e i comunisti dall’altra. E quello che paradossalmente la gente comune, in cuor proprio, comprende è esattamente questa sorta di revival nostalgico che il politico indica. Servirebbe quindi un opinion maker che spiegasse al popolo quali sono state le evoluzioni storiche che hanno portato a tutto ciò, e quali sono gli obiettivi che il “ partito democratico ” una volta costituitosi andrà a perseguire: partitodemocratico come incontro di quali realtà? Ex democristiane? Ex comuniste? Ex socialiste? Qualcosa di altro? Cosa? Quale implementazione è necessaria affinché si possa costituire una realtà del genere? E per cosa questa dovrebbe differenziarsi rispetto al più volte nominato “ partito dei moderati” di centro-destra? Il bipolarismo cui si vuole andare incontro deve essere cosa?
Cercando di guardare orizzonti più vasti dei nostri semplici confini nazionali, le situazioni che più di altre possono essere dei modelli sono quella americana e quella inglese. Tuttavia, ove la differenza pressoché unica tra democratici e repubblicani consiste nel fatto che i primi diano la possibilità ad una platea più ampia di elettori di poter accedere a luoghi di potere, per ciò che concerne il modello inglese bisogna ricordare che all’antico binomio antitetico tories – whigs (conservatori – liberali), che assomigliava in qualche modo al modello americano, si è sostituito in anni più recenti un bipolarismo tra conservatori e laburisti, gli uni con a cuore gli interessi dell’alta borghesia, gli altri della classe piccolo borghese e operaia.
A mio avviso la situazione politica nostrana, benché abbia un forte carattere distintivo con entrambi i sistemi, derivante in primis da uno scarso attaccamento allo Stato di Noi italiani, ha tuttavia più caratteri in comune col sistema inglese: la contrapposizione, infatti, di due partiti che portano avanti una medesima concezione capitalistica del mondo, in un Paese come l’Italia in cui si è innanzi ad una forte recessione economica, parallelamente ad un’assenza pressoché totale di vita partitica al di fuori di periodi elettorali (mentre conosciamo bene l’importanza degli stessi nel nostro Stato) mi permette di affermare che tale sistema non potrebbe vigere da noi. E’ altresì vero che la situazione inglese, oltre al patriottismo di cui sopra, è impregnata da sempre di un atteggiamento protezionistico, fattore questo che mi fa scartare anche la seconda ipotesi. Quindi?
Quindi sarebbe probabilmente ora che, anziché emulare sistemi altrui, ne progettassimo di nostri, in base alla nostra storia e alle nostre esperienze di governi, da quello della solidarietà democratica del 1976-1979 (definito da Guido Carli “uno dei periodi meno infelici dell’Italia repubblicana”) a quelli “dell’alternanza” degli ultimi dieci anni. Ed è esattamente per queste ragioni, per le esperienze in agro-dolce dei governi democristiani prima, dell’Ulivo e della Casa delle libertà poi, che ritengo sia opportuno unire sotto uno stesso tetto tutti quei partiti che hanno voglia di perseguire quegli obiettivi comuni, senza ideologie di sorta, che abbiano al centro la dignità umana e la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo: obiettivi insomma cui è realisticamente difficile contrapporne altri.
Allo stesso tempo però, l’obiettivo di questa nuova importante coalizione dovrebbe essere quello di escludere dall’orizzonte governativo tutte le frange estreme che purtroppo caratterizzano il nostro bipolarismo imperfetto (i Caruso da una parte e i Mussolini dall’altra per intenderci): a mio avviso, infatti, l’importante non deve essere forzatamente quello di “bipolarizzarsi nell’alternanza”, ma di escludere gli estremismi: un partito democratico quindi o una grossa coalizione “neocentrista”?
Io credo che la politica sia una cosa alta, forse la forma di realizzazione più completa cui un uomo possa aspirare, ed è proprio per questo che sono convinto che se da un lato sia corretto che il politico di turno rispetti l’opinionismo da supermercato della gente in fila alla cassa della SMA, dall’altro ritengo sia una priorità quella di indicare ai propri elettori quali sono le ragioni alla base di un grande partito democratico o dei moderati o altro, di riferire loro quali sono le idee fulcro e i principi da revival nostalgico da rivalutare, da migliorare, da rigettare. Un politico quindi che sappia ascoltare e che sappia condurre, non soltanto lottizzare. Un politico che ancora non c’è.
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