Voglio premettere che le riflessioni che seguono sono considerazioni provvisorie, e perciò costituiscono solo un contributo al futuro, non una ricetta per il presente. Insomma prima di buttar via i vecchi partiti pensiamoci bene. Un’altra premessa credo debba essere questa: parlare di nuovo partito, di partito democratico, di partito nuovo senza parlare di nuove forme di partecipazione democratica alla decisione politica, sarebbe come parlare di urbanistica a prescindere dai calcoli del cemento armato. Di questo, delle forme nuove di partecipazione alle decisioni politiche, intendo parlare.

Credo sia accettabile la considerazione sul superamento, nei fatti, della vecchia forma-partito. Se ne può attribuire la responsabilità a tangentopoli (e allora considerare temporaneo il superamento: ma per quanto ancora?), o alla caduta del comunismo, o alle leggi maggioritarie, ma nuove forme di partito, ovvero di organizzazione politica, le abbiamo già sperimentate in questi ultimi anni, forme sempre differenti, però, rispetto alle forme presenti –diciamo- fino agli anni settanta-ottanta dell’altro secolo.

E’ indubbio, infatti, che il partito di Berlusconi, Forza Italia, è qualcosa del tutto differente dagli altri o dai classici partiti: senza Congressi, senza organismi eletti, spesso senza sedi nel territorio, con un capo indiscusso dotato di carisma e leadership inattaccabili.

E’ altrettanto indubbio che il partito di classe, ideologico, totalizzante, identitario, modello vecchio Pci, come anche il partito di potere tenuto insieme dalla impossibilità dell’alternanza e dalle risorse del potere, modello vecchia Dc, sono finiti.

Scomparsi dopo il fascismo, i vecchi partiti comitati elettorali, vivi soltanto in periodo elettorale e costruiti intorno al notabile o al candidato, sono ricomparsi negli ultimi anni, ma come sperimentazione, come risposta al sistema maggioritario più che come ritorno all’antico.

Insomma: mi sembra evidente che il vecchio partito è inadatto e che uno nuovo non è stato ancora costruito.

Prendo a prestito da Vittorio Melandri l’affermazione che non di un nuovo partito si avverte la necessità, bensì di un partito nuovo, per superarlo e coniugarlo con Togliatti e sostenere, a mia volta, che ci vuole un nuovo Partito Nuovo.

Togliatti, come si ricorderà, subito dopo la guerra e dopo gli accordi di Yalta che collocavano definitivamente l’Italia nell’area di controllo occidentale, americano e inglese, e che escludevano quindi qualsiasi velleitario tentativo insurrezionale, rivoluzionario, sostenne e costruì il Partito Nuovo, non più di elites dei migliori, di leniniana e leninistica memoria, minoritario ma contemporaneamente preteso portatore di interessi maggioritari, bensì un partito di massa, insediato nelle classi popolari, strutturato sul territorio, accompagnato ai lati da una serie di associazioni di massa (le cinghie di trasmissione) che ne facevano un esercito grande, coperto ai lati e alle spalle, pronto non più per la guerra che dalla trincea lanciasse l’attacco finale all’arma bianca, ma per una lunga guerra di posizione.

Il Partito Nuovo di Togliatti restava imperniato sulla classe, operaia naturalmente, ma si apriva alle alleanze, agli intellettuali ed ai ceti medi produttivi, fino ai compagni di strada, quegli indipendenti non comunisti ma di sicura fede democratica che in un certo modo garantivano per esso presso le istituzioni nazionali ed internazionali della borghesia. Era un partito in cui gran parte delle decisioni erano accentrate, in cui la selezione della classe dirigente avveniva quasi sempre per cooptazione, in cui la Sezione rappresentava il negozio periferico al quale si mandava il prodotto, per il quale si decideva al centro la linea commerciale, a cui si autorizzava l’uso del brand, e dal quale si chiedeva solo un report di impressioni di marketing, un contributo di customer satisfaction.

Tangentopoli, la caduta dei muri, il maggioritario, il candidato di schieramento rispetto al candidato di rappresentanza proporzionale hanno assestato un duro colpo alle Sezioni. La necessità del candidato di rappresentare un elettorato più vasto di quello del partito di provenienza, lo ha allontanato dalla vecchia Sezione per portarlo nel Comitato. E’ la realtà fino alle penultime elezioni, prima della reintroduzione berlusconiana del proporzionale. Ai partiti restava comunque il potere di proposta, la contrattazione preventiva, la proprietà del brand senza il quale nessuno poteva ragionevolmente sperare di candidarsi.

Ciò ha prodotto un altro fenomeno, che – sempre mutuando il linguaggio del mercato – chiameremo di franchising del marchio, per cui là dove un determinato brand non esiste, ma esiste un aspirante candidato senza marchio, questi affitta, o apre un negozio in franchising con quel marchio, ed entra nel gioco delle contrattazioni e della speranza di candidatura. Per altro verso, a volte è il proprietario del marchio (segretario di partito) a fare marketing, campagna acquisti di personale in grado di aprire il negozio in franchising con il suo marchio.

Abbiamo già detto del partito nuovo rappresentato da Forza Italia: una soluzione molto semplice, che prendeva la grande capacità organizzativa centralizzata del Pci, la sua presenza capillare sul territorio, la sua immediata capacità di comunicazione con un unico messaggio, e la coniugava con la nuova tecnologia dell’informazione: un partito centralizzato, che dico: monocefalo; una decisione accentrata e una trasmissione uniforme e contemporanea della linea; una presenza non più e non solo capillare sul territorio, ma addirittura domiciliare, in ogni famiglia, attraverso l’apparecchio televisivo; con l’aggiunta della più spregiudicata tecnica di mercato. Ed ecco creata l’organizzazione in grado di competere e di vincere contro le truppe organizzate del vecchio Pci e dei vecchi partiti.

Lo svuotamento delle sezioni e dei partiti ha avuto anche queste cause. Allo svuotamento s’è cercato di rispondere in diversi modi. Alcuni li abbiamo visti. Altri sono rappresentati dai tentativi dell’ex Pci di accettare strutture di base diverse dalle Sezioni, le così dette Aree tematiche (ambiente, beni culturali, ecc.), un tentativo di accettare l’idea che ci si potesse aggregare per motivi diversi non solo dalla classe (ormai…) o dal territorio (comune, quartiere), ma diversa anche dalla prevalenza totalizzante della politica.

Contemporaneamente la società ha camminato per proprio conto. L’abbiamo chiamata società civile, intendendo tutta una serie di organizzazioni, di associazioni svincolate da qualsiasi rete, oppure organizzate in reti autonome e temporanee. Si è trattato del tentativo dell’altra parte, della parte dei cittadini rispetto ai tentativi dei partiti, di trovare sbocco alla voglia di partecipazione alle decisioni politiche. A volte inglobate nell’alveo dei processi di decisione fermamente nelle mani dei partiti, questi soggetti altre volte hanno perfino tentato il braccio di ferro, l’autonoma costituzione in forza politica.

Un altro tentativo di rinnovamento è stato quello messo in campo dalla Margherita: un po’ perché obbligata dalla necessità di fondere le vecchie sezioni del Partito Popolare con i circoli prodiani dell’Asinello e con qualche struttura di Rinnovamento Italiano, un po’ per sfidare la carente partecipazione politica dei cittadini, il nuovo partito di origine cattolico-democratica si dava una rete di circoli i cui componenti non necessariamente dovessero esser iscritti al partito, e il cui numero era predeterminato in 30, per evitare che circoli molto grossi dettassero la linea e soprattutto selezionassero tutto il ceto dirigente.

Infine il movimento per le primarie. In una situazione in cui le sezioni dei partiti erano vuote, ma comunque i proprietari del brand decidevano i candidati, chi volesse ristabilire un ruolo democratico dei cittadini elettori, non aveva che da rivendicare un ruolo primario, cioè di partecipazione alla scelta già nella prima fase, quella delle candidature, prima che nella scelta delle elezioni vere e proprie. Accolte con sospetto, come eccezione alla prassi democratica dell’accordo tra partiti, definita da taluno non la soluzione del male (mancata partecipazione), ma la manifestazione del male stesso (mancato funzionamento della democrazia dei partiti), sembrano alla fine essere state accolte, almeno nel centro sinistra, come sistema idoneo e probabilmente da generalizzare, mentre cominciano ad avere apprezzatori e sostenitori anche a destra.

Questo sul superamento del passato e sui tentativi recenti.

Che fare in futuro? Quale forma dare alla partecipazione organizzata e costante dei cittadini alla decisione politica?

Io preferisco chiamare le associazioni della c.d. società civile associazioni della cittadinanza attiva. Io credo che le vecchie sezioni siano state nodi di una rete di cittadinanza attiva, sedi in cui i cittadini che volevano partecipare si segnavano e acquisivano il diritto di condividere ma anche di proporre. Credo che le associazioni attuali che si occupano di diritti del malato, di difesa della Costituzione, di rispetto delle leggi, di inclusione dei disabili, di avvio al lavoro dei giovani, di difesa dei diritti delle donne; e ancora: il sindacato, la mutualità, la cooperazione internazionale, insomma tutto ciò che manifesta interesse al pubblico, al bene comune, alla res publica rappresenti la potenziale struttura periferica del nuovo Partito Nuovo, una struttura periferica non più da strutturare a piramide con unico brand, ma da connettere in un sistema di rete, o di reti.

Penso che la nascita di un partito nuovo non possa più concepirsi come struttura di testa, nato in un luogo grazie ad alcuni leaders e aperto alle adesioni dei singoli cittadini (o soltanto dei singoli cittadini). Io credo che dobbiamo imparare da Turati: che fondò il partito socialista federando le sezioni esistenti, facendolo co-fondare da tutte le organizzazioni (comunque si chiamassero) che avevano un richiamo al socialismo. Ci fu tempo, dopo, per distinguere i repubblicani e gli anarchici dai socialisti, per dar vita al sindacato rispetto al partito, ecc.

Ecco: penso che se vogliamo dar vita non solo a un nuovo partito, ma vogliamo creare un nuovo soggetto all’altezza di questi tempi, dobbiamo pensare ad un partito nuovo, a un partito(?) di tipo nuovo, che sia la federazione di mille esperienze, delle sezioni DS e dei circoli della Margherita; dei circoli repubblicani europei e di quelli dell’Italia dei Valori; ma anche dei circoli ambientalisti, delle associazioni di volontariato, dei club filosofici, direi perfino del Lyon club che ne facesse richiesta, insomma da tutti coloro che hanno manifestato una qualche volontà di aggregazione, che sono usciti da casa per conoscere e condividere ma anche per contribuire e proporre. E se talune associazioni sono già federate in rete autonoma, che il nuovo soggetto federi anche federazioni: ci sarà tempo per la cernita. Ci sarà tempo per vedere se daremo vita a ciò che chiameremo ancora Partito o se avremo creato qualcosa di diverso.

Sarà un Circo Barnum di gramsciana memoria? Vedremo. E comunque è meglio, a me sembra, della fusione centralistica di due organizzazioni, a nome e per conto di tutti i soci.

Naturalmente, siccome ognuno può scegliere o aver scelto di esser parte di più associazioni, questo sistema di organizzazione della partecipazione, per esser democratico e liberale (tot capita tot vota) ha bisogno che il sistema delle primarie e del referendum interno sia una scelta di normale funzionamento del nuovo soggetto. Nel senso che il voto primario è esercitato dai singoli e non dai circoli, una sola volta e non per ognuna delle eventuali tessere possedute.

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