Alcuni ritengono che mutando la Costituzione si possano creare i presupposti per migliorare la governabilità dello Stato e la qualità della vita dei cittadini.

Alcuni ritengono che mutando la Costituzione si possano creare i presupposti per migliorare la governabilità dello Stato e la qualità della vita dei cittadini. Può darsi. Ricordiamo però che avere abolito quella norma che prevedeva l’esilio perpetuo per i Savoia non ha favorito nemmeno costoro. Forse frutti migliori si otterrebbero con un concreto e costante impegno sul versante culturale,tentando di cambiare il modo di pensare critico del popolo italiano e coltivarne la sensibilità verso quei principi morali che si stanno a poco a poco affievolendosi. Se non si pone un qualche rimedio il declino oltre che irreversibile sarà inevitabile. Per cominciare non sarebbe male che ognuno di noi raschi in fondo al barile della propria coscienza e tenti di far riaffiorare quello spirito sopito ma certamente presente nel nostro Dna, che è stato già utile ai nostri padri ed ai nostri nonni per riscattare l’immagine nazionale presso l’opinione mondiale. E alludo all’orgoglio nazionale che erroneamente, ancor oggi,si vuol correlare ad atti di guerra. Infatti, dopo la seconda guerra mondiale, la credibilità italiana si è consolidata nell’immaginario collettivo grazie al “made in Italy”, alla tenacia delle nostre maestranze ed alla creatività imprenditoriale che sono state le nuove armi non convenzionali con cui la nostra notorietà è approdata in lidi ben distanti da quelle “terze sponde” mediterranee pregne di retorica colonialistica.

L’orgoglio nazionale vilipeso e frustrato si risollevò inopinatamente durante una breve stagione – l’immediato dopoguerra – di cui gli arzilli bisnonni, oggi sopravvissuti, ricordano agli incantati nipoti di esserne stati interpreti principali. “Fischia il vento” ormai tra le fessure delle loro dentiere corrose ma nella memoria e nel loro sguardo si riaccende “lo spiritodel‘45”. Fu in quei giorni che sembrò risvegliarsi timidamente il palpito vitale ed invitto dell’italiche genti tuttavia collassato da una serie di eventi interni assolutamente non prevedibili e deludenti: la rivolta del Gran Consiglio contro il Duce, la guerra che continuava…, le città bombardate, l’invasione del territorio nazionale, l’infelice armistizio, la fuga del Re, il “cupio dissolvi” della RSI, i rastrellamenti e le rappresaglie, il bluff dell’ arma segreta, piazzale Loreto. Dire che la totalità della popolazione italiana era stanca per i lutti e le mortificazioni subiti non è sufficiente a rappresentarne lo stato di estrema indigenza e si rinvia alle cronache del tempo o ai romanzi di Curzio Malaparte, ricchi di raccapriccianti ma veritieri particolari, per averne una adeguata rappresentazione, però lo “ spirito del 45” si fortificava e si diffondeva come un incendio animando un po’ tutti con la pulsione di ricostruire innanzitutto se stessi. “Il vento del nord”,alimentava questa fiamma che, a macchia di leopardo si espandeva nelle fabbriche e nelle aziende agricole, mentre tornavano a casa dai campi di prigionia dell’India, del Kenia, dell’Urss, degli U.S.Ai nostri soldati catturati durante tutte quelle battaglie ove “mancò la fortuna, non il valore”. Non più “regnicoli” ma non ancora cittadini, ( lo statuto albertino sarebbe rimasto ancora in vigore sino al 31 dicembre del 1947)gli italiani troveranno nelle elezioni per la Costituente e nel referendum la prima possibilità, autentica e popolare, di partecipare alla edificazione della nascente democrazia e riscattare la propria coscienza da quelle scelte giovanili dimostratesi errate. Tuttavia, la pianificazione, ottimistica, illuminata e lungimirante dei nuovi scenari democratici ha la sua origine durante “i giorni tristi dell’invasione del suolo patrio” ovvero – a seconda dei punti di vista – durante le radiose giornate della liberazione dall’oppressione nazi-fascista, mentre già coi decreti regi del 2 agosto 1943 erano stati sciolti la Camera dei Fasci e delle Corporazioni e il Gran Consiglio del Fascismo. Il primo organo assembleare si sarebbe avuto nell’ Aprile 1945 quando si istituiva la “Consulta Nazionale”, organo non elettivo composto da personalità autorevoli segnalate dai partiti politici clandestini e destinato a fornire pareri obbligatori ai governi di Liberazione Nazionale: Parri e De Gasperi, dal nome dei rispettivi Primi ministri succedutisi in quei tristi mesi di normalizzazione. Il 2 giugno 1946 il popolo italiano veniva chiamato alle urne, oltre che per scegliere tra Repubblica e Monarchia, anche per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente a cui sarà affidato il compito di redigere la nuova Carta costituzionale. Era opinione diffusache gli eletti fossero persone degne, che sicuramente si sarebbero “sbracciate” – cosa che realmente avvenne – per lavorare seriamente nell’interesse nazionale.  Il sistema elettorale prescelto per la consultazione era quello “proporzionale”, con voto “diretto, libero e segreto, a liste di candidati concorrenti”, in 32 collegi plurinominali, e sarebbe servito ad eleggere 556 deputati e una dozzina di gruppi parlamentari.

L’opportunità di adottare il sistema elettorale proporzionale e lo scrutinio di lista fu preferita per privilegiare il ruolo dei “partiti organizzati”e pertanto garantire così la maggior aderenza possibile fra le composizioni del paese legale e del paese reale, una rappresentatività più fedele e più democratica. Il suffragio universale, ampliato per la presenza delle donne, segnava ulteriormente il tramonto delle élites di potere clientelare espresse dai collegi uninominali a suffragio ristretto.

Il mese di Giugno del 1946 fu intenso di accadimenti politici e sociali. Il giorno 2, l’attesa tornata elettorale che per la prima volta avrebbe consentito alle donne di poter esprimere il loro voto; il 13, la partenza di Umberto “effimero Re di maggio” per l’esilio; il 22, l’amnistia concessa da Togliatti per i crimini perpetrati durante la guerra civile sia dai “partigiani” che dai “repubblichini”. Il 25 , l’Assemblea ebbe la sua riunione inaugurale mentre la Consulta cessava. Fu nominata quindi la “Commissione per la Costituzione” composta da 75 deputati designati dai vari gruppi parlamentari. Il 28,fu eletto il recalcitrante Enrico de Nicola come Capo provvisorio dello Stato. Il Referendum intanto, aveva stabilito che l’Italia doveva essere repubblicana. L’Assemblea si suddivise poi in alcune sottocommissioni di lavoro e non c’è dubbio che la Costituzione italiana prese vita e fu plasmata all’interno di esse. Per esempio, fu proprio nella prima sottocommissione che si discusse animatamente e fu votato a larghissima maggioranza l’OdG secondo cui si reputava necessario che si affermasse “il principio del riconoscimento giuridico dei partiti e dell’attribuzione ad essi di compiti costituzionali”. Da ciò ne derivò l’interpretazione condivisa della “strumentalità del partito rispetto al fine” dal momento che a tutti i cittadini veniva attribuito “il diritto di libera associazione in partiti politici al fine del concorso con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale”. La nostra Costituzione  fu approvata definitivamente il 22 Dicembre del 1947entrò in vigore il 1° gennaio 1948.

Il giorno dopo.

“Aspettavamo l’evento tutti lieti/ed è venuta questa, Dio ci aiuti/Repubblica monarchica dei preti” così Piero Calamandrei manifestava a Randolfo Pacciardi – entrambi costituenti – la sua delusione nei giorni successivi al varo della nuova Costituzione.  Quest’ultimo poi, parecchi anni dopo, confidò a Giuseppe Loteta, “La verità è che le Costituzioni andrebbero fatte nei periodi di calma mentre per loro natura, si fanno nei periodi passionali”.

Paolo Rossi, costituente anch’egli, poi Presidente della Corte Costituzionale, così sintetizza l’atmosfera di quelle giornate nella sua pregevole “Storia d’Italia” edita da U. Mursia: “Vi parteciparono uomini davvero eminenti, basti fare il nome di Benedetto Croce. Le discussioni furono elevatissime. Le commissioni lavorarono con grandissimo impegno sotto lo stimolo del presidente Meuccio Ruini. Regnava una sincera volontà di fare bene; in molti si manifestava anche una notevole indipendenza di giudizio rispetto agli schemi dei partiti. Era forte il senso morale. I Costituenti si accontentavano di 25.000 lire che erano pochissimo anche allora e obbligavano i deputati che non avessero del proprio a spartani sacrifici nell’alloggio e nel vitto”.

Lo storico Franco Cangini, nella sua “Storia della prima repubblica” conferma il clima generale, condizionato da un eccesso di zelo: “Ma un fantasma si aggira tra i costituenti. Anzi due: l’ombra del passato e la paura del futuro. La prima li induce a vedere i rischi di degenerazioni autoritarie nella progettazione di un governo forte […] la seconda li conduce a scavare nicchie istituzionali di sopravvivenza politica all’opposizione, per l’eventualità che il ruolo di governo tocchi al partito avversario.[…] La repubblica sarà una democrazia dei partiti.”

In una intervista a Pasquale Chessa e Maurizio Marchesi, lo stesso Pacciardi avrebbe anche ammesso che “la nostra Costituzione è un atto polemico contro il fascismo: avemmo paura di dare di nuovo tutto il potere a un uomo solo”.

Nilde Iotti, in una intervista concessa a Gabriella Mecucci prima della sua dipartita ricorda anche lei che “La Costituente era, grosso modo per metà composta dagli uomini dell’antifascismo. Erano tutte personalità eccezionali da De Gasperi a Togliatti da La Malfa a Nenni a Calamandrei. Avevano affrontato prove durissime, erano tutti quaranta-cinquantenni . L’altra metà dell’assemblea era composta da giovani fra i 25 e i 30/32 anni . Questa composizione fece sì che la costituente avesse un dibattito di altissimo profilo politico e culturale e, in secondo luogo che non si verificasse quel contrasto di generazioni tanto frequente. Alla costituente cerano infine quegli antifascisti che avevano avuto un ruolo importante tra gli inizi del novecento e l’avvento del regime, parlo di Croce, di Orlando, di Nitti, Einaudi […].Bisogna ricordare che dopo il referendum elettorale del 2 giugno l’Italia era diventata una Repubblicae che c’era un Capo dello Stato provvisorio, Enrico De Nicola. Mancava però la Carta fondamentale. Ma lo statuto era stato concesso dal Re ai suoi sudditi ed infatti non vi figura mai la parola cittadini. Era possibile che una Repubblica trovasse il suo fondamento in una carta siffatta? Avremmo fatto ridere il mondo. Perciò tutti noi di qualsiasi parte politica fossimo, sentivamo che dovevamo assolutamente varare la Carta Costituzionale.”

Lo Spirito della Costituzione riecheggia tutt’oggi dai pulpiti ove gli ultimi ultraottuagenari rari superstiti di quell’epoca mitica ne parlano ancora alle attente e commosse platee: viene ricordata innanzitutto la dedizione civile dedicata dai Costituenti alla stesura della Carta Costituzionale mentre le parole di un grande giurista membro dell’Assemblea Costituente, il già citato Piero Calamandrei, restano ormai scolpite nelle pagine della storia a testimoniarne l’origine “resistenziale”. Egli, nei suoi discorsi alla gioventù, scriveva: “…Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi: caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento… morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta…”. E ancora: “…Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.

Sempre Pacciardi confermava anche nei propri discorsi che “La Costituzione si affermò come patto fondamentale tra forze politiche diverse, ma accomunate dall’antifascismo e da una forte aspirazione ideale nata nella guerra di Liberazione” mentre con disincanto Leo Valiani paventava che la Resistenza, avrebbe fatto “la fine del Garibaldinismo dopo il 1870, glorioso nei libri, ferrovecchio ingombrante nella vita”.

Non si può concludere questo amarcord costituzionale senza riportare il pensiero di Ugo La Malfa tratto dal sempre attuale “Difendo la Costituzione”: “La repubblica Italiana, nata dalla Resistenza è stata creata con alcune caratteristiche istituzionali essenziali che costituiscono altrettante conquiste storiche rispetto, non solo all’autoritarismo fascista ma allo stesso ordinamento dello stato liberale pre-fascista.  Tali caratteristiche, o sono mantenute ferme e preservate insieme o insieme saranno travolte. Esse possono essere sinteticamente così indicate: pluralismo sociale e politico che dà diritto di rappresentanza a tutte le correnti storiche ideologiche e culturali delle vita italiana unitaria ed è il fondamento della libertà di associazione e di organizzazione in sindacati; conseguente proporzionalismo che di tale pluralismo è il riflesso partitico e istituzionale immediato; struttura degli organi depositari della sovranità popolare secondo lo schema della democrazia parlamentare e cioè del governo espressione del parlamento di fronte al quale esso è responsabile; autonomismo, come principio della organizzazione politica e amministrativa territoriale; carattere rigido della costituzione che pone la norma costituzionale ad un livello più alto rispetto alle altri fonti normative e rende le modifiche costituzionali attuabili solo in presenza di un consenso più ampio e più mediato di quello necessario per le normali deliberazioni parlamentari.”

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