Fra le innumerevoli preoccupazioni generate dalla pandemia ne è spuntata un’altra messa in primo piano dal tam-tam mediatico nazionale: il consistente aumento del costo delle bollette elettriche e del gas.
Uno spauracchio ostico per l’ufficio stampa del governo Draghi, chiamato a continui proclami rassicuranti circa le misure da adottare per arginarne gli effetti sulle tasche dei cittadini. Insomma, ci voleva questa scossa per riesumare una delle questioni più spinose per il futuro dell’Italia: la conquista di una maggiore autonomia energetica in un contesto globale di transizione epocale verso le fonti rinnovabili. Una faccenda da cultori di verbose soluzioni tecnologiche – penserebbe qualcuno affetto da miopia intellettuale in ambito politico e geopolitico – o peggio da deprecabili amnesie storiche, prima fra tutte l’inspiegata (ancora, a distanza di decenni) morte di Enrico Mattei, personaggio chiave per comprendere l’intreccio caliginoso dei rapporti internazionali degli anni Sessanta. Ed è proprio al fondatore dell’Eni e alla sua visione dello sviluppo economico che il pensiero corre, quando ad esempio si apprende che a tutt’oggi l’Italia dipende dall’estero per circa il 70% del proprio fabbisogno energetico, continuando a importare più del 90% di petrolio e gas da Medio Oriente e Nordafrica. A dire il vero, però, ci sono aspetti confortanti proprio sul piano delle energie rinnovabili, perché se da un lato è certo che in Europa si registra l’egemonia della Germania nel deposito di brevetti per il settore eolico, dall’altro non si può negare che l’Italia vanti ottime posizioni nel settore geotermico, in quello delle pompe di calore, del solare e dell’idroelettrico; senza contare il ruolo di spicco svolto sul piano della produttività lavorativa e degli investimenti.
Perciò, non è blasfemo sostenere che a livello sistemico un certo fermento imprenditoriale ci sia davvero, così come le competenze tecnologiche, ampiamente attestate dal numero di brevetti depositati. Al contrario, quella che è venuta meno è stata una politica che ritenesse strategiche le prospettive dei nuovi fronti tecno-ecologici della produzione energetica, con buona pace dell’impegno profuso da uomini come Roberto Cingolani – già ministro della Transizione ecologica – per favorire la ricezione delle direttive europee dello sviluppo sostenibile. Infatti, un primo, sintomatico segnale preoccupante delle conseguenze di una politica energetica debole è il declassamento subito dall’Italia al 30° posto nella graduatoria del Climate Change Performance Index 2022, a causa del taglio delle emissioni entro il 2030 di appena il 37% rispetto al 1990. Sicché, suonano come un monito i risultati sorprendenti del Portogallo che nel 2021 ha registrato qualcosa come il 59 % dei consumi elettrici coperti, appunto, dalle fonti rinnovabili. Nell’auspicio che questi dati indichino solo uno sbandamento momentaneo del bel-paese, è bene evitare l’ennesima, grottesca contraddizione italiana di una classe dirigente spesso non all’altezza della stessa talentuosa società civile che pretenderebbe di dirigere. Ecco perché si deve prendere al volo questo treno verso il futuro, non solo per la valenza geopolitica dell’economia attivata dalle energie rinnovabili, ma anche per quella civile, viste le potenzialità dei piccoli produttori nei processi decisionali comunitari. In questo contesto, inoltre, convivono sviluppo scientifico-economico e garanzia della salute: un binario, questo, che evita miserabili alternative ricattatorie fra il lavoro e la sopravvivenza. Siamo sicuri che anche il fantasma di Mattei – cui fu fatale l’aereo, non il treno – approverebbe.
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