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«La luna e i falò», l’ultimo romanzo di Cesare Pavese, poeta, traduttore e romanziere del primo Novecento, può ancora essere letto con agilità ed essere un cannocchiale con cui interpretare i disagi e i conflitti sociali di oggi?

Il romanzo ha inizio con il ritorno di Anguilla, un uomo emigrato in America in cerca di fortuna, nella sua terra natia. Fin dalle prime righe si avverte con prepotenza il senso di nostalgia dolente che spinge il protagonista de «La luna e i falò» a voler ripercorrere i luoghi della sua infanzia alla ricerca delle proprie radici.

«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

Non appena giunge nella valle del Salto, Anguilla ritrova gli stessi odori, suoni, sapori che aveva serbato nella memoria. Ma la guerra e i difficili anni della Resistenza hanno sconvolto profondamente le strade della sua infanzia, ne hanno alterato la fisionomia; la gente di Santo Stefano Belbo è stata colpita da tante tragedie personali e collettive.

Anguilla ritrova tra tante «tangibili assenze» il suo più caro amico, Nuto, un ex partigiano sopravvissuto agli orrori della guerra civile, che lo guida attraverso un viaggio nella memoria. Da Nuto scopre che Santina, la ragazza di cui era stato segretamente innamorato, è stata processata e giustiziata dai partigiani come traditrice. Altrettanto infausto è il destino toccato ad altri volti del suo passato: «le facce, le voci, le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi non c’erano più». Quest’amara constatazione colma Anguilla di un doloroso senso di perdita.

Ciò che sorregge l’architettura narrativa de «La luna e i falò» è il dialogo costante e ininterrotto con i propri ricordi; passato e presente si intrecciano in tutta la narrazione. Pavese alterna un linguaggio colloquiale, gergale a tratti, a uno stile squisitamente lirico che emerge nelle descrizioni dei paesaggi, di quella natura fatta di vigneti, campi, boschetti e aspre valli che è protagonista indiscussa del romanzo. Ciò che prende vita dalle pagine di Pavese è il mondo vegetale, un mondo dove «tutto era sempre uguale», dominato da leggi e ritmi immutabili.

Nella contrapposizione tra la drammatica mutevolezza della Storia e la presenza di una natura indifferente ai travagli umani si avvertono echi leopardiani, ma l’intento di Pavese era anche scrivere un romanzo che mostrasse le difficoltà della povera gente, oppressa dalla miseria.

«Ci sono dei paesi dove le mosche stanno meglio dei cristiani. (…) Ti ricordi i discorsi che facevamo con tuo padre nella bottega? Lui diceva già allora che gli ignoranti saranno sempre ignoranti, perché la forza è nelle mani di chi ha interesse che la gente non capisca».

Se le storie della Resistenza e la descrizione dei disagi che affliggono il mondo contadino sembrano appartenere a un lontano passato, l’opera di Pavese muove una critica ferma e decisa contro le diseguaglianze sociali e il modello capitalistico, incarnato dalla società statunitense che Anguilla abbandona perché sente estraneo alla propria sensibilità. La ricerca dell’identità, delle proprie radici, di un senso di appartenenza per vincere la solitudine che incalza l’uomo privo di una comunità sono i nodi tematici che percorrono il romanzo da cima a fondo, ecco perché Pavese è ancora attuale, ancora degno di essere letto. I classici lo sono sempre.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

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