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Il presente saggio vuole analizzare, brevemente, il modo di configurarsi del principio di laicità dello Stato nell’ambito di due importanti ordinamenti costituzionali: quello americano e quelle tedesco. Mentre, nel primo caso, la disposizione costituzionale contenuta nel I emendamento ha prodotto, anche recentemente, una copiosa giurisprudenza tesa a mettere in rilievo la tensione ed il carattere dinamico delle parti che lo compongono, nel secondo caso, la mancanza, differentemente da quanto ad esempio previsto nella Costituzione della V Repubblica Francese del 1958 (art. 2), di costituzionalizzazione della laicità, ha lasciato aperti alcuni vuoti colmati in parte dalla giurisprudenza del Tribunale Costituzionale federale Tedesco ma soprattutto dalla legislazione dei Lander, in particolare la Baviera, che hanno portato all’affermarsi di una sorta di laicità, come si vedrà, “conciliante” e nello stesso tempo “polisensa” e, perciò stesso, con esiti anche contraddittori.

1. Il carattere “relativo” della laicità quale espressione della pluralità degli ordinamenti giuridici (cenni): – Come ha messo opportunamente in rilievo uno dei più insigni costituzionalisti italiani, Livio Paladin (1931-2000), la diretta conseguenza dell’adozione del principio, proprio della teoria generale del diritto, della pluralità degli ordinamenti, comporta, quale logica conseguenza, la relatività dei valori giuridici (1). Una relatività che investe anche il principio di laicità ed il modo di configurarsi dei rapporti tra Stato, Chiesa ed altre confessioni religiose diverse e distinte da quella cattolica. Nel nostro ordinamento costituzionale, tale principio, con particolare e specifico riguardo al tema della laicità, è stato introdotto espressamente, per la prima volta, con la sentenza 13 febbraio 2006 n. 556 della VI sezione del Consiglio di Stato nella quale i giudici di Palazzo Spada, pronunciandosi sul ricorso avverso la sentenza del giudice amministrativo di primo grado (TAR del Veneto) (2) circa l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, hanno statuito come la laicità “è relativa alla specifica organizzazione di ciascuno Stato, e quindi essenzialmente storica, legata com’ è al divenire di questa organizzazione”. La sentenza, dunque, rileva come il principio de quo sia diversamente disciplinato nei vari ordinamenti; e ciò tanto sincronicamente (si pensi alle differenze di regime in Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti d’America, Germania) quanto diacronicamente (si pensi alle differenze di trattamento tra il passato Stato risorgimentale confessionale ma repressivo e l’attuale Stato democratico di Diritto pluralista), con la conseguenza che i valori riconosciti in ogni Costituzione, inclusi quelli concernenti il rapporto con la sfera religiosa, non dispongono, data la loro dimensione di storicità, di una valenza standard e preconfezionata, non potendo prescindere da quel “cordone ombelicale” che li lega con la realtà storico-fattuale del momento (3).

2. Il rapporto Stato-Chiesa ed il I emendamento della Carta Costituzionale degli Stati Uniti d’America del 1787: – Il punto di partenza per cogliere il significato della laicità all’interno dell’ordinamento federale americano è il disposto contenuto nel I emendamento: “Il Congresso non potrà porre in essere leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione o per proibirne il libero culto, o per limitare la libertà di parola o di stampa o il diritto dei cittadini di riunirsi in forma pacifica e di inoltrare petizioni al Governo per la riparazione di ingiustizie”.

E’ piuttosto evidente come la laicità americana si configuri quale neutralità-separatismo, ossia, mutuando le parole del costituzionalista genovese, Fausto Cuocolo, una situazione “nella quale lo Stato considera irrilevanti le convinzioni religiose dei cittadini”, senza con ciò opporvisi, disciplinando “ per conto proprio gli aspetti civili delle res mixtae senza alcuna considerazione per la disciplina” stabilita a livello religioso (4): la c.d. “strict separation”, il cui padre e più illustre sostenitore è senz’altro Thomas Jefferson. Chiesa e Stato, quindi, dovrebbero essere separati da un “muro”, ovvero nessun contatto dovrebbe verificarsi tra la sfera pubblica e quella privata cui sola apparterebbe la fede religiosa. La stessa Corte suprema, nella sentenza Everson v. Board of Education (5) del 1947, ha decisamente fatto propria la posizione del grande federalista: “The First Amendment has erected a wall between church and state. That wall must be kept high and impregnable”. Il I emendamento si propone, quindi, di mettere assieme due clausole complementari; entrambe tutelano la libertà religiosa vuoi quando si manifesta attraverso il pensiero vuoi quando si manifesta attraverso le azioni (6). Anzi, si potrebbe addirittura osservare come il parametro, elaborato nella notissima sentenza della Corte Suprema americana Lemon v. Kurtzman (7), ed impiegato dalla stessa per lungo tempo al fine di verificare la legittimità costituzionale dell’azione di Governo, tende a porre in evidenza la tensione tra le due parti del I emendamento della Costituzione americana del 1787. Secondo la pronuncia de qua, lo Stato viola la c.d. Establishment Clause se lo scopo primario della sua attività sia quello di promuovere la religione, oppure se dalla sua attività scaturisca un legame troppo stretto con la religione. Viceversa, se l’attività dell’amministrazione statale non si pone nella prospettiva di valorizzare una religione bensì di limitarsi a facilitare l’esercizio della libertà religiosa generalmente intesa, può perfezionarsi un’ipotesi di interferenza dello Stato nella stessa sfera spirituale. Anche con particolare riferimento alle vicende più recenti, si pensi al caso Gonzales v. O Centro Espiritia Beneficiente Uniao Do Vegetal (8), ove la Corte suprema ha riconosciuto il diritto di una piccola chiesa di impiegare ritualmente una sostanza allucinogena proibita, è possibile forse osservare un certo rapporto problematico tra le due clausole religiose. Infatti, a fronte del fatto che una Corte conservatrice come quella attuale ampli la tutela delle libertà di un culto decisamente minoritario in ragione della c.d. Free Exercise Clause, se ne evince, come osservato da autorevole dottrina, “che tale ampliamento, comportando un maggiore coinvolgimento della religione nella società, potrebbe condurre ad un affievolimento del principio di separazione tra Stato e Chiese” (8). In altri termini, più Free Exercise Clause e meno Establishment Clause: se aumenta la considerazione della prima, è possibile che muti considerevolmente il modo con il quale viene intesa la seconda.

Pertanto, sia la Corte Suprema sia le altre Corti statali si trovano ad affrontare casi difficili in cui il c.d. balacing test tra principi costituzionali diversi, determina una giurisprudenza copiosa ma non sempre coerente.

3. I simboli religiosi alla Corte di Karlsruhe: il caso tedesco:– Su ricorso di un’ insegnante mussulmana che aspirava all’assunzione in qualità di impiegata statale e che intendeva portare il velo durante l’esercizio della sua attività lavorativa, il Secondo Senato del Bundesverfassungsgericht (il Tribunale Costituzionale Federale Tedesco) ha stabilito che il mutamento sociale collegato alla pluralità religiosa richiede una ridefinizione dei criteri legali connessi ai riferimenti religiosi nelle scuole da parte dei legislatori dei Lander. In altri termini, con la dec. n. 2 BvR 1436/02 del 24 settembre 2003, la Corte Costituzionale tedesca sceglie di non decidere: in linea con l’art. 9 della CEDU (Convenzione Europea dei Diritti Umani), la Corte di Karlshrue si limita a richiedere che “a limitazione di un diritto fondamentale vi sia una sufficiente determinazione legale” (9). Ne consegue che, secondo i giudici costituzionali, lo status di insegnante, comportando dei doveri (di non faziosità, di rispetto della personalità degli alunni etcc…), incide sull’esercizio della sua libertà religiosa e di pensiero. Tuttavia, lo stesso giudice costituzionale, nell’adozione di questa soluzione, si pone in una prospettiva più problematica, quasi contraddittoria, soprattutto alla luce di quanto si dirà nel proseguio: ammettendo, infatti, la differenza che passa tra un’insegnante che porta un simbolo religioso, espressione di una scelta personale, ed un ordine statale di non collocare simboli religiosi all’interno della scuola e, più in generale, all’interno di un luogo pubblico (il riferimento è alla decisione di esporre il crocifisso (10)), il divieto circa l’uso del velo andrebbe a rendere nullo il primo punto ossia il mantenimento di quei fattori di diversità presenti nella società e di cui i singoli sono portatori, non attenendo al principio di neutralità dello spazio pubblico il quale non ne verrebbe intaccato.

Nel 1995, il Tribunale Costituzionale federale tedesco aveva già dichiarato la incostituzionalità del regolamento bavarese che imponeva l’affissione del crocifisso, ribadendo un concetto di laicità alla francese, quale assoluta neutralità dello spazio pubblico. Ma la legislazione successiva della Baviera, coniugando l’idea del simbolo religioso, manifestazione dell’identità di un soggetto, con la connotazione e dimensione storico-culturale della Baviera identificata nel crocifisso, era pervenuta ad un’ idea di laicità “conciliante”. La legge 23 dicembre 1995, entrata in vigore il 1 gennaio 1996, all’art. 7, 3° comma, prevede che nelle scuole elementari sia esposto il crocifisso. Dopo di che, “se l’affissione del crocifisso viene contestata da chi ha diritto all’istruzione per seri e comprensibili motivi religiosi o ideologici”, sarà il direttore didattico a cercare un amichevole accordo (11).

Ne esce una laicità variegata e polisensa: da un parte, essa postula neutralità dello spazio pubblico ma derogabile in ragione del carattere cristiano proprio del sub-strato storico culturale (si veda il caso bavarese), dall’altra, ammette l’esibizione del simbolo religioso in quanto proiezione della personalità soggettiva (si veda l’ossatura della dec. n. 2 BvR 1436/02 del 24 settembre 2003), salvo optare poi per un’ indebita e confusionaria commistione dei due significati all’atto di vietare all’insegnante l’uso del velo.


Bibliografia

V. BARSOTTI-N. FIORITA, Separatismo e laicità. Testo e materiali per un confronto tra Stati Uniti e Italia in tema di rapporti Stato/Chiese, Torino, Giappichelli, 2008.

S. CECCANTI, Il problema dei crocifissi: elogio del pragmatismo, in Quad. Cost., n. 1/2004.

F. CUOCOLO, Istituzioni di Diritto Pubblico, Milano, Giuffrè, 2003.

L. PALADIN, Diritto Costituzionale, Padova, Cedam, 1998.

B. RANDAZZO, L’insegnante con il velo alla Corte di Karlshrue, in Quad. Cost., n. 1/2004.

V. TONDI DELLA MURA, Crocifisso e realtà sociale, inForum dei Quad. Cost., 23 febbraio 2006.

Note

1) Cfr., L. PALADINDiritto Costituzionale, Padova, Cedam, 1998, pp. 6-8.

2) Ord. 14 gennaio 2004 n. 56.

3) Cfr., V. TONDI DELLA MURA, Crocifisso e realtà socialeinForum dei Quad. Cost., 23 febbraio 2006

4) Cfr., F. CUOCOLOIstituzioni di Diritto Pubblico, Milano, Giuffrè, 2003, p. 145.

5) Everson v. Board of Education, 330 U.S. 1, 9 (1947).

6) Così, V. BARSOTTI-N. FIORITASeparatismo e laicità. Testo e materiali per un confronto tra Stati Uniti e Italia in tema di rapporti Stato/Chiese, Torino, Giappichelli, 2008, pp. 11-12.

7) Lemon, 403 U. S. 602 (1971).

8) Gonzales v. O Centro Espiritia Beneficiente Uniao Do Vegetal, 126 S. Ct. 1211 (2006).

9) In questo senso, B. RANDAZZOL’insegnante con il velo alla Corte di Karlshrue, in Quad. Cost., n. 1/2004, pp. 147-149

10) BverGE, Primo Senato, 16 maggio 1995

11) S. CECCANTIIl problema dei crocifissi: elogio del pragmatismo, in Quad. Cost., n. 1/2004, pp. 137-139.

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