L’adesione intellettuale al protestantesimo di Indro Montanelli , laico non credente e senza una “Chiesa” di riferimento, ha caratterizzato la sua professione giornalistica e di divulgatore: da qui la critica alla mediazione ecclesiale e la conseguente interpretazione della Storia d’Italia e del carattere degli italiani.
Le discussioni e polemiche sul significato di laicità, come vissuta ed interpretata in Italia, si ripropongono ciclicamente; e gli argomenti proposti dalle avverse fazioni non appaiono sempre caratterizzati da una particolare originalità.
Pochi sono stati i cosiddetti maître-à-penser capaci di conciliare spirito polemico con un rispetto alieno da approccio guelfo o ghibellino nei confronti dell’avversario di credo o di non-credo.
Tra questi pochi è probabile si possa annoverare Indro Montanelli , forse il più celebre giornalista italiano del XX secolo.
Un libro intervista sulla sua lunga vita, uscito postumo a cura di Tiziana Abate, si intitola “Soltanto un giornalista”; e nonostante quanto affermato dallo stesso Montanelli al termine del volume, con una buona dose di falsa modestia, non possiamo non concordare con l’autrice della post-fazione: “perché una cosa è certa: nessuno, mai, potrà considerare Montanelli “soltanto un giornalista”. (1)
Ne consegue che un’analisi sulla figura del Montanelli laico, uomo che più di altri ha fatto opinione ed è stato lucido fustigatore della vita politica italiana, non risulterebbe soltanto esercizio di cronaca fine a se stesso.
Quanto il nostro autore ha ripetuto per decenni, sia nei suoi articoli di fondo, sia nelle pagine della sua contestatissima “Storia d’Italia”, rappresenta perciò una posizione in qualche modo anomala rispetto alle argomentazioni proposte da editorialisti, commentatori, semplici militanti, al momento delle frequentissime diatribe sulla laicità dello Stato italiano.
Detto per inciso il “contestatissimo” ha una ragion d’essere se andiamo a rileggere alcune sue significative e ben poco lievi prese di posizione nei confronti dell’Accademia italiana:“E non è una mafia, da sempre prona, anzi appecoronata al potere, la stessa cultura?”
Anche il dato biografico del giornalista, nonostante gli speculari tentativi di arruolamento nelle vesti di cattolico allo stato embrionale oppure in quelle di feroce laicista ateo, proprio a causa delle sue dichiarate ed irrisolte contraddizioni, non consente di fare di Montanelli un guelfo o un ghibellino ad uso e consumo dell’una o dell’altra fazione: un arruolamento paradossale se applicato ad un uomo che ha dedicato la sua vita professionale a fustigare quel malcostume italiano, dove la mancanza di civismo si confonde col settarismo, ma che pare essere comunque perseguito, tra sue citazioni in portali di associazioni atee e memorialistica dal carattere confessionale.
Se intendiamo, come spesso intesa, la laicità come sinonimo di militanza ateistica ed anticlericale, non possiamo non rilevare allora come Indro Montanelli sia stato un laico sui generis, che alternava umorali invettive antivaticane con sorprendenti concessioni di credito verso la gerarchia e il mondo cattolico, pur non disgiunte da sprazzi di pungente sarcasmo (“gli italiani sono un popolo di cattolici evasivi”).
Fu il primo giornalista al quale Giovanni XXIII concesse un’intervista e il suo ricordo non è proprio quello di un impenitente laicista: “quel papa l’ho molto amato e mi ha fatto ancora più sentire cosa mi manca, mancandomi la fede”.
Un rispetto, quello verso il mondo cattolico, non sempre ricambiato e a cui il giornalista replicava alla sua maniera: “ci sono preti che dal pulpito parlano contro di me, che mettono all’indice i miei libri, senza capire che così mi fanno pubblicità. Preti caporali, prepotenti che se avessero le fascine di manderebbero al rogo. Un gesuita ha scritto addirittura un libro contro di me. Ma ci sono anche preti che vengono da me, nel mio ufficio, o mi scrivono per tentare di convertirmi. Non ho scontri frontali con tutti. Vi sono anche sacerdoti con cui vado d’accordo: sono i preti giovani, protestanti non confessi”. (2)
Il libro, cui si riferisce Montanelli nell’intervista riportata da Cesaro, è probabilmente quello di Alessandro Scurani, “Indro Montanelli : pro e contro – Edizioni Le Letture, Milano 1971” (“ Più che di un saggio, si tratta di un fastello di note critiche apparse in più riprese su un mensile culturale diretto dai gesuiti. Esse fanno pensare stranamente al dossier di un processo per eresia”).
Ben diversa la testimonianza di Padre Pietro Gheddo, già suo collaboratore sul “Giornale” e poi sulla “Voce”: “non si definiva ateo ma “cattolico non credente” (o non praticante). Sulla fede in quanto tale non faceva passi in avanti. Aveva un concetto protestante della fede: “uno ce l’ha e l’altro no, tutto dipende da Dio. Si vede che Dio ha dimenticato il mio indirizzo”. (3)
E poi Paolo Granzotto: “la sua adesione intellettuale al protestantesimo (che si sarebbe riflettuta anche nel rigore morale e in un certo ascetismo nello stile di vita) lo portava a credere che l’adempimento del dovere professionale – certificato dal successo raggiunto – fosse il contenuto supremo dell’esistenza”. (4)
Una professionalità perciò non disgiunta da un certo sentire che, non a caso, lo ha portato a privilegiare, non solo nelle analisi contenute negli articoli di fondo, ma anche nelle sue opere divulgative, una lettura della Storia e del carattere degli italiani che ha le sue radici nelle opere di Sombart e Weber.
Marcello Staglieno, che lo conosceva bene dai tempi del “Giornale”, sulla scorta di personali ricordi, ci ha descritto, con sintesi ed efficacia, il percorso intellettuale del giornalista toscano.
E’ negli anni ’30 che Montanelli , partendo dalla lettura di “Risorgimento senza eroi” di Gobetti, risalì a “Il Borghese” di Werner Sombart e all’“Etica protestante e lo spirito del capitalismo” di Max Weber.
In quel periodo il giovane giornalista era fervidamente mussoliniano, non ancora immerso nel clima di fronda alla dittatura, per di più cresciuto in un regime che aveva voluto i Patti Lateranensi del 1929, e con una madre, cui era legatissimo, profondamente cattolica.
Nonostante queste premesse così contraddittorie, quei due libri, a detta del più maturoMontanelli , accentuarono le sue simpatie per il protestantesimo che, correlate all’assoluta laicità della Destra storica, “con il passare degli anni lo porterà via via a posizioni sempre più critiche verso il potere temporale vaticano”. (5)
Leggiamo uno dei brani più significativi dall’ “Etica” di Weber: “L’ascesi protestante intramondana agì violentemente contro il godimento spensierato del possesso, restrinse il consumo, specialmente il consumo del lusso. Invece ebbe l’effetto psicologico di liberale l’attività lucrativa delle inibizioni dell’etica tradizionalista, spezzò le catene che avvincevano la ricerca del guadagno, in quanto non solo la legalizza, ma ritenne fosse voluta direttamente da Dio …. Non si voleva imporre al possidente la mortificazione della carne, ma l’uso della sua proprietà per cose necessarie e praticamente utili…”. (6)
Ed ancora:“ Nella misura in cui si estese il potere della concezione puritana dell’esistenza, in ogni caso essa giovò alla tendenza a una condotta della vita borghese, economicamente razionale: di essa fu un sostegno più essenziale e soprattutto l’unico coerente”. (7)
Un costume che, da un lato, si sposa benissimo con quell’atteggiamento ben poco “mondano”, se non spartano, tenuto dal giornalista nella sua vita privata e professionale e, dall’altro, un modello di virtù civile propria degli autentici uomini di Stato che, fino agli ultimi giorni, non si è mai stancato divulgare, pur nella consapevolezza di parlare a degli italiani poco propensi ad abbandonare i loro tradizionali vizi familistici.
Da Sombart e Weber, Montanelli , come possiamo ben cogliere nel leggere le sue opere divulgative, in questo anche dissentendo dall’opinione di Prezzolini, suo “apote” di riferimento, trasse la convinzione dell’esistenza di un duplice nesso: da un lato Riforma e liberalismo, dall’altro, Controriforma e fascismo.
Come la Chiesa, con il concilio di Trento, avesse annichilito nella penisola la nascita della borghesia, dello stato nazionale sino a favorire, come causa pur remota, l’avvento del fascismo, Montanelli ce lo ha raccontato per anni, applicando le analisi di Weber e Sombart alla realtà italiana.
Sulla scorta dei due sociologi tedeschi, Montanelli ci ha presentato un quadro di riflessioni che non saranno certo sfuggite agli attenti lettori della sua “Storia d’Italia”: le spinte imprenditoriali, presenti in maniera potente fin dal trecento lungo tutta la penisola, anche grazie alla presenza delle Repubbliche marinare, furono annichilite dalla Controriforma nel suo bollare il profitto come usura.
Rimase un certo spirito d’impresa tra il settentrione e la Toscana, ma giusto grazie a quell’influsso francese che faceva capo a Giansenio e Port-Royal, nelle vesti di “succedaneo del calvinismo”. (8)
Preso atto che non si può parlare di una evidenza storica in grado di sciogliere ogni dubbio, va rilevato che Braudel, lo storico francese degli “Annales” ed autore di “Il Mediterraneo ed il mondo mediterraneo all’epoca di Filippo II”, che Montanelli ha dimostrato avere presente, ha voluto semmai porre l’accento sul fatto che il mercantilismo borghese si sia sviluppato nel Mediterraneo in misura superiore a quelli dei Paesi protestanti; e così smentendo, almeno in parte, Sombart e Weber.
Interpretazioni storiografiche opposte ai due sociologi tedeschi sostengono perciò che il cattolicesimo non sia estraneo allo spirito capitalistico visto che una forma di capitalismo già esisteva già in epoca medievale presso i comuni italiani e continuò ad esistere nel XVI secolo nelle cattoliche Siviglia, Lisbona, Venezia. Si trattava di un capitalismo commerciale che sarebbe entrato in crisi prevalentemente per lo spostamento, a seguito della scoperta del Nuovo Mondo, delle rotte commerciali dal Mediterraneo all’Atlantico, e non per motivi religiosi.
Per di più si fece notare come grandi famiglie come i Fugger, i Welser restarono cattoliche e come gli stessi papi, come quelli della famiglia Medici, erano spesso banchieri: un cattolicesimo uscito dalla controriforma perciò tutt’altro che monolitico.
Tant’è che il nostro autore toscano, senza perdersi troppo in analisi comparate, malgrado la critica sociologica abbia sottolineato di frequente come la schematizzazione weberiana possa apparire talvolta riduttiva, ha ribadito la propria vicinanza a Weber, non fosse altro, ragionando deduttivamente, per quanto accaduto in Italia nei secoli a venire e, forse, per il fatto di aver proposto una concezione globale della genesi dell’economia in contrapposizione a quella di Marx.
Il discorso, di primo acchito, potrebbe non apparire molto coerente con l’argomento “laicità”, ma in realtà è proprio sulla scorta di questa sua profonda convinzione, nel contestare l’esistenza nel nostro paese di un’autentica borghesia, autonoma dal “principe”, che si riaffaccia lo spirito protestante di Montanelli e di conseguenza la polemica nei confronti della mediazione ecclesiale, pur nella consapevolezza come la stessa Chiesa – che lui sino alla fine pur continuò ad accusare di aver privilegiato il “credente” al “cittadino” – “era stata patrona della nazionalità contro le oppressioni straniere, a favore del Comune contro ogni schiacciamento feudale, a difesa delle plebi contro ogni privilegio di casta”.
L’ammirazione per l’Etica protestante in Montanelli finì comunque per prevalere, nonostante, nel leggere la totalità dei suoi interventi, si capisca come, al di là dell’occasione divulgativa e giornalistica, non abbia comunque voluto imporre una visione manichea Chiesa – Paesi protestanti: “Lassù la lettura diretta della Bibbia consente da secoli ai credenti di non aver bisogno, com’impone invece il cattolicesimo, della mediazione ecclesiale. E li fa liberi. In più, la teoria della predestinazione, sostenendo che i premiati dal Signore lo sono in quanto aspirano alla ricchezza e la conseguono, rafforzò l’orgoglio e la consapevolezza, in tutti loro, di rappresentare una nuova classe borghese. Proprio il contrario di quanto accadde in Italia, specie nel Sud, dove la nascente borghesia, sottomessa ai dettami tridentini, preferì inserirsi nella classe vecchia, nobiliare e reddituaria, abbandonando ogni spirito d’intrapresa con l’acquisto di terre che davano diritto ad un titolo. Cioè infeudandosi”. (9)
Altra conseguenza negativa di questo stato di cose, secondo Montanelli , sempre sulla scorta di una fedele interpretazione di Weber, è stata la scarsa abitudine degli italiani alla lettura e perciò ad un autonomo formarsi della pubblica opinione: “mancando una vera borghesia, come poteva esserci un pubblico? Tanto che l’uomo di lettere o l’artista sono stati sempre costretti a mettersi al servizio del Principe. Te ne accorgi anche nella pittura dove in Italia – agli interni borghesi e alle scene di via familiare dei quadri cinque-seicenteschi nord-europei, da Vermeer a Frans Hals a Rubens – si contrappone la perenne presenza di Madonne e Santi, oppure del Principe”. (10)
Ed inoltre conseguenza della Controriforma sarebbe stato il ritardo dell’Italia a farsi Stato nazionale, causa l’opposizione secolare della Chiesa, protrattasi ben oltre Pio IX.
Anche per questo motivo il Fascismo è interpretato come“fattuale dittatura” nata per consolidare il fragile edificio unitario e conclusione inevitabile della serie di “dittature parlamentari che caratterizzò la nostra storia dal 1861”.
Sotto altre forme e con toni magari diversi, caratterizzati da un sempre più cupo pessimismo, alla luce (o al buio) della situazione politico istituzionale del nostro paese, è una convinzione che Montanelli non ha mancato di esprimere anche in età più tarda, dalle pagine del Corriere, quando l’attività professionale era pressoché limitata alla “Stanza” con i lettori e agli articoli di fondo: “Un popolo italiano consapevole della propria identità e ben deciso a difenderla non c’è. E non c’è perché, nei secoli in cui questa coscienza maturava in tutto l’Occidente, in Italia veniva soffocata da una Chiesa timorosa che il “cittadino” soppiantasse il “fedele” e creasse un potere temporale laico contrapposto al suo…Ora è tardi per rimediare a questa inadempienza, che nel mio vocabolario si chiama tradimento. Una sola persona tra quelli viventi potrebbe riuscirci: il Papa. Solo questo Papa può chiedere scusa al popolo italiano e dirgli perché non è diventato un popolo. Detto da lui, il popolo capirebbe. E’ soltanto una supplica. La supplica di un italiano laico qualunque al Papa più anticlericale che abbia mai occupato la cattedra di San Pietro”(“Una supplica al Pontefice”, Corriere della Sera, 18 settembre 1997).
Note
1) Indro Montanelli “Soltanto un giornalista – testimonianza resa a Tiziana Abate” – Rizzoli, Milano 2003 – pag 322 (dalla post-fazione di Tiziana Abate);
2) Gennaro Cesaro – Dossier Montanelli – Fausto Fiorentino Editore, 1974 Napoli – pag. 29;
3) Giorgio Torelli – “Il Padreterno e Montanelli ” – Ancora, Milano 2003 – pag. 116;
4) Paolo Granzotto – “ Montanelli ” – l’Identità Italiana, Il Mulino, Bologna 2004 – pag. 70;
5) Marcello Staglieno – “Montanelli, novant’anni controcorrente” Mondadori, Milano 2001 – pag. 56;
6) Max Weber – L’Etica protestante e lo spirito del capitalismo – Rizzoli, Milano1991 (Introduzione: Giorgio Galli; trad: A.M. Marietti) – pag 229;
7) id. pag. 232
8) Marcello Staglieno – “Montanelli, novant’anni controcorrente” Mondadori, Milano 2001 – pag. 57;
9) id. pag. 58;
10) id. pag. 59;
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