Il rispetto che si deve ad Armando Cossutta per la coerenza dimostrata in tutta sua storia politica non può offuscare la severa critica storica, ideologica e politica al comunismo. Le argomentazioni del leader comunista – apparse sul Corriere della Sera del 27 novembre 2005 – rivelano una crisi d’identità nella sinistra radicale e, certo, rappresentano un fatto nuovo e positivo.

Quando l’identità politica di un partito è informata a valori positivi confermati dalla storia, allora si è di fronte ad un importante passaggio non solo politico, ma sociale e culturale.

Quando invece la difesa di un’identità è utile solo a garantire rendite di posizione individuali portatrici di illusione per gli elettori, deformando la tragica storia del comunismo e giustificando dittature ancora presenti nella scena politica mondiale, allora questa difesa assume i caratteri della disonestà ideologica.

Cossutta pur non rinnegando nulla del suo passato politico, ha dichiarato che il comunismo ha cessato di esistere e che, dunque, si possono ammainare i suoi simboli, la falce ed il martello, se questi sono da ostacolo all’unione politica con i Verdi in vista delle elezioni politiche del 2006 .

Le sue parole hanno scatenato le critiche del segretario del suo partito, Diliberto e dell’onorevole Rizzo, i quali hanno accusato il vecchio leader di aver commesso un errore politico, culturale e strategico.

L’errore politico sarebbe quello di aver cessato di difendere, ad oltranza e con orgoglio, l’identità storico politica del comunismo; quello culturale, nel non rivendicare la sua funzione emancipatrice delle masse nelle società moderne, e quello strategico, per la manifesta chiusura anticipata che i Verdi hanno dimostrato alla proposta di andare insieme alle politiche del 2006.

La difesa orgogliosa della storia comunista andrebbe rivista una volta per tutte, guardando in primo luogo all’esperienza dell’oppressione delle libertà individuali e al dirigismo culturale. Le istanze di emancipazione sociale andrebbero reinterpretate perché nata in grembo a partiti comunisti integrati in regimi democratici, come avvenuto in Italia.

L’errore strategico imputato a Cossutta andrebbe rispedito al mittente, in quanto è imputabile agli onorevoli Diliberto e Rizzo il colpevole ritardo del partito a confrontarsi definitivamente con il fallimento dell’ideologia comunista, a cui almeno Cossutta cerca di porvi rimedio sul piano dell’azione politica per non portare il suo partito verso una probabile estinzione.

Nei leader del partito dei Comunisti Italiani, come in quelli di Rifondazione Comunista, non si riscontra alcun passaggio politico riformista. Questo passaggio anche se doloroso è stato intrapreso a suo tempo dagli allori leader del PCI e questo ha portato alla formazione dell’area riformista in seno ai DS, nella quale spiccano personalità quali Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano.

I due leader hanno raccontato con dovizia di particolari, nei libri da loro pubblicati (50 anni nel PCI e Dal PCI al socialismo europeo) sia la loro storia nel partito, sia i contrasti e le difficoltà nel far emergere una politica di partito sempre più distaccata dall’Unione Sovietica e più vicina alle posizioni democratiche e liberali dell’Occidente.

Comunque, nella sua onestà intellettuale, Armando Cossutta, unico nel suo partito a potersi realmente definire comunista, non riscontrando nel suo partito alcun accenno riformista, sta cercando di traghettare i Comunisti Italiani verso un approdo che elimini il bagaglio politico ormai ostaggio dei nuovi arrivati, cercando di mantenere in vita gli ideali ed i valori socialisti che, distaccati dal comunismo, hanno pieno diritto di cittadinanza in una società che si vuole definire civile.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

Send this to a friend