Sembra che la bioetica ci sia già e che non sia un problema sapere che c’è: c’è un problema etico su una questione di scienza? Appunto, la bioetica c’è.

1. Introduzione

Sembra che la bioetica ci sia già e che non sia un problema sapere che c’è: c’è un problema etico su una questione di scienza? Appunto, la bioetica c’è. Ci sono “centri”, “comitati”, “istituti”, nel cui nome figura il termine bioetica ? Infatti, la bioetica c’è. Ci sono libri o perfino manuali e enciclopedie di bioetica ? Visto, la bioetica c’è. Si insegna nelle Università, in diverse Facoltà e in differenti Corsi di Laurea? Una prova in più della sua esistenza. Possiamo leggere definizioni del significato di “ bioetica ”? Bene, allora, non c’è dubbio che la bioetica ci sia. Vi sono addirittura conflitti culturali, politici, ideologici in nome di questioni bioeti che ? Questa era l’ultima prova, ammesso che ce ne fosse ancora bisogno, dell’esistenza della bioetica : esiste a tal punto che investe la vita stessa della società civile, il suo pluralismo, dà voce, magari anche democraticamente, alle diverse posizioni culturali che si scontrano nel campo “neutro” della ricerca scientifica e dello sviluppo socio-economico, avendo, in più, come scopo quello di valutare la condotta umana per sapere, come spesso si afferma, ciò che è lecito.

Dunque la bioetica c’è perché ci sono problemi di bioetica , definizioni di bioetica , centri di bioetica , conflitti culturali di bioetica e così via.

Ma: allora la bioetica esiste, certo, però sembra essere soprattutto lo specchio in cui si riflettono, come se fossero altro da sé, tutte quelle realtà che portano il nome “ bioetica ”. Il problema è proprio qui: tutte queste realtà sono un oggetto realmente distinto dalla bioetica, sono l’oggetto di una scienza che ne può dare una spiegazione in base alla propria struttura concettuale? O, invece, la bioetica sarebbe una dimensione tautologica, tra sé e sé: tra un problema definito come di  bioetica , in base alla definizione di bioetica , e la bioetica o tra un Istituto di bioetica e le sue ricerche bioetiche, o tra un conflitto sociale e le diverse posizioni bioetiche?

Se la bioetica è tautologica allora non c’è, ma se c’è allora bisogna, innanzitutto, capire: a) in cosa consista l’oggetto di una simile disciplina, b) la struttura logica, ontologica ed etica della distinzione tra questo oggetto e la disciplina che lo indaga.

Se la bioetica c’è allora bisogna far saltare la tautologia. Si tratta di una tautologia difficile da scovare e “far saltare” e questo non tanto per problemi strettamente epistemologici – come quelli della distinzione tra oggetto e scienza – ma per un fatto molto più delicato: labioetica – quella che non c’è – sembra esserci, esistere, soprattutto per quello che ho indicato come i conflitti sociali, culturali e ideologici in cui si affrontano, ad esempio, questioni di scienza o di economia riferendosi direttamente o indirettamente alla bioetica e che arrivano, seguendo le vie delle leggi positive, ai “centri”, ai “comitati” agli “istituti” di bioetica . Questi conflitti, le tante istituzioni, governative o meno, i vari dibattiti e scontri sembrano essere la garanzia non solo dell’esistenza, della bioetica , ma an che del movimento reale, della concretezza storica e sociale di ciò che il termine bioetica designa. Ma è pur sempre tautologia, non statica ma apparentemente dinamica: una realtà sociale, quella di tipo occidentale, che si auto definisce pluralista, capace di accogliere tendenze sia globalizzanti, sia differenzianti, si autorappresenta nelle diverse istituzioni che la compongono come se i suoi stessi conflitti fossero della stessa materia, della stessa stoffa delle istituzioni sociali, che come tali, almeno de jure, sarebbero in grado di capire e valutare, prima o poi, ciò che è lecito. Si tratta della tautologia tra i problemi di una società e le sue istituzioni. E questa forma di tautologia dinamica rappresenta una tentazione: quella di poter conoscere, fino in fondo, qualcosa – ad esempio un oggetto, un evento, il bene – e di poter decidere autonomamente, in modo chiaro, come espressione di una volontà collettiva, ciò che è lecito. 

Ma se sarà possibile far saltare la tautologia, sia quella statica di carattere epistemologico, sia quella dinamica di carattere sociale, allora non basterà illustrare il carattere proprio dell’oggetto della bioetica e le strutture logi che , ontologi che della distinzione tra la bioeticae il suo oggetto, forse sarà ancora più necessario mostrare la intrinseca incapacità (e che se non viene riconosciuta come tale diventa intrinseca illusorietà) della volontà umana – individuale o collettiva che sia – di poter decidere, scegliere autonomamente, in base alla struttura stessa della volontà, ciò che è lecito.

Il lecito – a qualunque cosa corrisponda -, per quanto possa essere scelto, è sempre pieno di responsabilità nei confronti di altro da sé, pieno di scelte non fatte, di scelte fatte da altri, in nome di altri, di altri che non ci sono più, di altri che ancora non ci sono, di altri mai visti e conosciuti, di una società, di società, di non società e così via: ma è un “così via” che nonva all’infinito, e non ci va perché è una responsabilità rivolta verso la struttura stessa dell’essere, sia rispetto ai suoi tratti essenziali, sia a quelli accidentali, struttura che non può essere decisa, voluta, ma solo, e non è poco, essere, capita, seguita, accolta, assecondata, custodita. 

2. I problemi bioetici e le istituzioni della bioetica che non c’è.

Molti sono i problemi che si nominano quando qualcuno ti chiede , ad esempio, “insegni bioetica ! che cosa è?” Raro è sentirsi chiedere “insegni fisica! che cosa è?”, an che se poi pochi non fanno una domanda simile perché sanno cosa è la fisica, comunque lasciamo perdere le infinite domande che dovrebbero essere fatte e che per fortuna non si fanno.

Un po’ perché la Bioetica è cosa nuova, un po’ perché è un termine composto, la domanda e le sue simili si presentano quasi naturalmente – tra i non “addetti al lavoro” ed invece sarebbero proprio gli “addetti al lavoro” a doversela porre – e con la stessa naturalità spesso si risponde elencando tutti i problemi di cui la “ bioetica ” si occupa; come se ad uno cheavesse chiesto cosa è la matematica, si rispondesse che si occupa di sapere quanto fa 5 + 7 (con la variante filosofica kantiana secondo cui tale risposta sarebbe l’esposizione di un giudizio sintetico a priori).

“ Che cosa è la bioetica ?”: “Ha sentito parlare della pecora Dolly, della fecondazione artificiale, della ‘terrificante’ possibilità di decidere il colore degli occhi di un figlio, della clonazione, di avere un esercito di Mozart: tutto questo; bé, un po’ più seriamente la bioetica tratta di problemi scientifici, soprattutto di quelli biologici – sa si tratta della scienza che si sviluppa con una velocità da fantascienza, quasi senza controllo – che pongono in modo inquietante profondi interrogativi etici”; “Ah, grazie ho capito!”.

E così ecco la risposta: un po’ di informazione alla portata di tutti, e un po’ di proverbiale consapevolezza e profondità senza fondo della filosofia (forse sbaglio, ma un giurista o un scienziato sarebbero meno capaci di una simile ‘velocità’; forse che la bioetica non c’è dipende soprattutto dall’approccio filosofico e ancor più da quello dell’autolegittimazione delle forme del sociale, della società civile).

Certe volte la risposta alla domanda sembra essere quella che si dà quando si chiede checosa è una malattia: se ne descrivono i dolori, i fastidi e cose simili, si crea subito una immediata e superficiale comunanza tra gli interlocutori, tutto è manifesto, senza far torto a quel po’ di profondità e di mistero che serve sempre a tener desta una discussione, come l’interesse che può suscitare l’oroscopo: “ non si sa mai! meglio leggerlo tanto non significa niente, eppure qualcosa pure lo dice, se sei capace di trovarlo ….”. Le discussioni da salotto si dovrebbe pure farle, an che solo per riposarsi, ma con salotti a tempo o scomodi, o a gettoni, insomma per poco, tanto per non offendere nessuno.

Vediamo alcuni dei più noti problemi di bioetica che solo ad elencarli ti passa l’allegria e anche l’eventuale ironia involontaria che si sprigiona da pori delle discussioni ‘veloci e profonde’ di bioetica : che un po’ della serietà della bioetica deriva proprio dalla reale e certo non voluta tragedia che accompagna tanti suoi problemi.

Mettiamoli an che in ordine, almeno quello alfabetico (altrimenti quale altro ordine avrei a disposizione?)

Aborto (Interruzione volontaria della gravidanza)
Aborto selettivo (anomalie geneti che o cromosomi che )
Accanimento terapeutico 
Agrigenetica (Bioteconologie. Processo produttivo che prevede l’utilizzo di agenti biologici, cellule e loro prodotti)
Animali transgenici (Possibilità di mescolare il materiale genetico di specie diverse. Geni esogeni)
Anomalie geneti che (previsione delle A. g.)
Banca dati Dna
Banca dello sperma 
Banca genetica delle piante
Brevettazione Dna (Brevettazione organismi viventi)
Clonazione 
Commercio di organi
Consenso informato
Consenso presunto (silenzio assenso) o vicario
Definizione di morte
Deontologia medica
Diagnosi prenatale
Donazione degli organi
Eugenetica
Eutanasia (attiva o diretta o indiretta e passiva)
Fecondazione artificiale (inseminazione “in vivo” e “in vitro”)
Genoma umano (Progetto genoma umano 1988: si propone di esplorare il patrimonio genetico dell’uomo, analizzando la struttura del Dna e localizzando tutti i geni)
Inseminazione (eterologa e omologa)
Qualità della vita
Riservatezza (principio di)
Sperimentazione su animali e umana 
Terapia genica
Testamento biologico
Trapianti d’organi

Indipendentemente dal fatto che non ne ho trovato neppure uno sotto la y o la w (chissà forse in altre lingue, ma allora devo scrivere tutto di nuovo), di certo molti problemi sono rimasti fuori, dimenticati o a disposizione di altre discipline; però sembra emergere un tratto comune, forse an che di buon senso comune: si tratta di questioni rispetto alle quali non si sa, fino in fondo, che fare, fin dove ci si può spingere. Proviamo a usare una definizione ufficiale di bioetica per capire in che senso l’elenco in questione sia un elenco, pur se parziale, di problemi bioetica , per capire perché ciascuno di essi è un ‘problema bioetico’. Leggiamo una definizione classica (forse arriverà il giorno in cui alla domanda che cosa è la bioetica si risponderà mandando a memoria, con il giusto tono, l’intera definizione, questa o an che una più lunga – an che senza “gobbo”): “lo studio sistematico della condotta umana nell’ambito delle scienze della vita e della cura della salute, quando tale condotta è esaminata alla luce di valori e principi etici” (Encyclopedia of Bioethics, a cura di W. Reich, Mcmillan Free Press, New York 1978, n.e. 1995, voce “Bioethics”).

Oh, allora è tutto chiaro, ecco perché sono problemi bioetici, ciascuno per sé e tutti insieme, senza neppure escludere gli esclusi; però prima avevo chiamato in causa il buon senso, quello che si dice essere comune, e allora non possiamo cacciarlo via, e non cacciandolo la conseguenza è chiara: “allora non è tutto chiaro”. Non è affatto evidente e semplice capire in che senso la definizione di bioetica si applichi ad uno qualunque dei problemi dell’elenco. La filosofia, quella non veloce, che sa tenere il passo delle tante cose intermedie tra due apparentemente vicine, che procede con lentezza, come la dialettica insegnata da Platone chiederebbe in che senso uno studio è sistematico? quale sia il significato della nozione di condotta umana, quale quello di “scienze della vita”, quale quello di vita, di cura, di salute, e, con accresciuta lentezza, il significato di “valori e principi etici”. 

L’impatto della definizione di bioetica , nella sua inevitabile generalità – ho appena detto cosa sentirebbe di fare la filosofia pur sapendo che una definizione non potrebbe mai dare a sua volta una definizione di tutti i termini usati, forse in questo caso si avrebbe un sistema filosofico – sui problemi dell’elenco fa nascere una strana immagine della realtà, una forma di illusione, quella secondo cui abbiamo una realtà data di problemi, quasi fossero dati naturali, da studiare poi, in seguito, alla luce di “valori”, di “principi”, e non una realtà chenon è un dato di partenza neutro, ma al contrario che è il risultato di determinate prati chedi pensiero, di azione, di scienza, di strutture sociali assolutamente non neutre, già strutturate da determinate condotte umane che si sono andate trasformando nel tempo, nella storia. Si tratta di una illusione funzionale – o causata dalla – alla ‘tautologia’ che ho detto costituire la bioetica : quella che , perciò, appunto, non c’è.

Prendiamo un problema dell’elenco, solo come esempio, an che tra i meno tragici (almeno per l’essere umano): gli animali transgenici (possibilità di mescolare il materiale genetico di specie diverse. Geni esogeni). E’ un problema che non è un dato iniziale su cui esercitare, quasi post-festum, una riflessione bioetica : è già il risultato di innumerevoli atteggiamenti antropologici e etici che l’uomo ha messo in atto, o immaginato, nel corso della storia, in certe parti della Terra e non in altre, in certi periodi e non in altri, di prati che che in certe parti della Terra e non in altre, in certi periodi e non in altri, non sono neppure state immaginate, né desiderate. E’ un problema a un tempo necessario, in quanto prodotto di una determinata concezione e condotta umana, e contingente, appunto perché prodotto di una determinata cultura umana. 

Ne consegue che più di un giudizio etico da dare su questa o simili realtà, la prima cosa da fare è quella di avviare una comprensione, una vera e propria spiegazione, delle cause storiche – culturali, sociali, antropologi che , economi che – che hanno determinato (per certi aspetti in modo necessario, per altri in modo contingente, quasi fortuito) l’idea, il desiderio, il progetto e poi la possibilità reale di animali transgenici (dato che abbiamo preso ad esempio questa realtà); ancor prima di qualsiasi giudizio etico, è necessario un giudizio storico. 

Porre come necessario il problema epistemologico sia della distinzione tra la bioetica , quale possibile scienza, e il suo oggetto, sia delle strutture logi che , ontologi che ed eti che di tale distinzione, serve an che per dimostrare che l’aver anteposto il giudizio storico a quello etico non implica né una questione di gerarchia di valore, né una distinzione tanto netta delle due forme di giudizio da porre una opposizione tra loro: anzi la natura del giudizio storico, il tipo di rapporto che vi si instaura tra le due componenti di un giudizio in quanto tale, l’universale e il particolare, fanno del giudizio storico, in quanto giudizio che si compie sempre a partire da una realtà individuale, da un evento – cioè in quanto giudizio singolare – un giudizio chesi assume una responsabilità: quella di esprimere e porre sotto gli occhi la possibile universalità di una realtà singola; in questo senso la comprensione storica è an checomprensione etica, ma in modo non immediato e tautologico.

Non so quanti comitati, centri, istituti di bioetica affrontino le diverse questioni, che vengono loro sottoposte – ad esempio e tra l’altro, dai governi o dalle strutture sanitarie – o che si pongono autonomamente, elaborando una vera e propria ricerca e spiegazione storica del fenomeno su cui, appunto, esercitano la propria riflessione bioetica : ovviamente posso sbagliare, ma penso che , prevalentemente, si proceda più con un atteggiamento di tipo sincronico, come se si dovesse analizzare un solo momento, unico e singolare, di una partita di scacchi e non il suo significato e le sue propensioni alla luce delle mosse precedenti, nontenendo conto, così, della dimensione diacronica: tanto del passato, quanto del divenire. Ma forse se si tratta di una partita di scacchi va pure bene, tanto che succede!, quasi niente credo (peraltro non so neppure giocare a scacchi). Ma per valutare eticamente una determinata realtà, per prendere posizione rispetto ai problemi che essa pone, non è sufficiente descriverla, rispecchiarla nelle sue diverse sfaccettature: come se fosse sufficiente dare voce, democraticamente, a tutte le componenti sociali e culturali di una determinata società – quelle che , infatti, costituiscono i vari comitati o istituti – per saper decidere con rigore e con parziale imparzialità sull’identità del problema esaminato, sulle conseguenze a cui può portare e di conseguenza su ciò che è lecito fare o non fare. Ancora una volta si tratta di un atteggiamento sia scientifico, sia sociale, di carattere tautologico: una determinata società – le sue componenti, almeno quelle che vengono riconosciute come tali – ‘istituiscono’ istituzioni che fotografano una realtà data e, uniformando le diverse prospettive, “valutano” di conseguenza. Ancora una volta una illusione sorregge un simile lavoro: la realtà sociale si rispecchia nelle sue istituzioni e quindi an che i conflitti reali – quei tanti conflitti culturali e/o religiosi che animano i dibattiti bioetici – possono essere capiti, valutati e risolti con il confronto, democratico, tra le diverse componenti della società, componenti che vengono, in linea di massima, rappresentate equamente nei comitati, nei centri, nelle istituzioni di bioetica , per esempio. Certo la realtà sociale è an che effetto della cultura umana, ma ogni realtà sociale è determinata e non è assoluta, e quindi è l’effetto di una causa determinata, a sua volta non assoluta; ne consegue che l’eventuale valutazione non è assoluta ma contingente, e questa contingenza introduce un primo sentore di distinzione tra la realtà sociale e la società stessa (le sue forme). Ma non basta, questo sentore di distinzione acquista spessore e si avvia verso la ‘certezza sentita’ di distinzione quando la contingenza del rapporto tra causa determinata e effetto determinato lascia pensare che sia contingenza non in quanto tale – dato iniziale e dato finale – ma che lo sia rispetto ad una dimensione intima allo stesso agire culturale umano: la natura umana ( chesarebbe poco intelligente voler concepire indipendentemente dalla cultura). Allora una realtà sociale pur essendo in qual che modo un effetto di una determinata cultura e dunque società non è la sua immagine speculare, tautologica, un suo prodotto meccanico, perché la sua stessa causa è una particolare determinazione dell’agire umano (della natura umana) e  nonè un assoluto astorico. Il rapporto contingente – relativo – tra una causa e un effetto in ambito sociale non finisce là: porta al rapporto – che si esprime an che nella storia – tra la natura umana e la realtà, tra la natura umana e il suo stesso agire. Ne dovrebbe conseguire una esperienza non solo teorica ma an che , e purtroppo in certi casi tragica, della distinzione tra la realtà sociale (i suoi interni conflitti reali) e le forme sociali. La realtà sociale – i suoi problemi, tra i quali quelli della bioetica – è distinta realmente dalle forme sociali di conoscenza che la possono comprendere, dalle istituzioni che la possono valutare: ne deriva l’impossibilità di un giudizio etico immediato – fondato sulla volontà autolegittimata dalle forme e dalle istituzioni sociali – e la necessità di un giudizio storico che tenti di spiegare la genesi – antropologica ed ontologica – di quella particolare questione o evento da valutare (e vedremo in che senso, come ho detto prima, il giudizio storico – con tutta la sua dialettica e capacità di mediazione epistemica – sia una reale anticipazione e fondazione del giudizio etico). 

Beninteso la distinzione tra la realtà sociale e le sue forme non conduce a delegittimare i tentativi che per fortuna tante istituzioni compiono per capire e valutare la realtà, anzi è proprio questa distinzione che impone dal punto di vista etico, la necessità della spiegazione della genesi e delle propensioni di una determinata situazione o questione: se ne può fare scienza proprio perché non è il riflesso della stessa forma con cui la si tenta di capire.

3. I dilemmi immaginari della bioetica che non c’è.

Abbiamo visto come si può rispondere alla domanda “ che cosa è la bioetica ?” senza esitazione, passando senza soluzione di continuità dai problemi alle definizioni, dalle definizioni alle istituzioni, trovando sempre la stessa realtà, la stessa stoffa. Con tranquillità sfilano problemi sui quali l’arguzia individuale e collettiva si esercita instancabilmente come se la realtà fosse stata fatta come un laboratorio di possibilità da esaminare con rigore, con la calma che nasce dall’indifferenza, con la capacità di operare scelte equilibrate, senza scontentare nessuno, cercando proprio per questo la giusta misura, quella che sta a metà tra gli eccessi, come a dire: “animali transgenici?” “si! ma in modo equilibrato, con piccole modifi che , a fin di bene e con controlli ‘controllati’, senza esagerare: né gli inutili pidocchi – eppure Kant pensava che svolgessero un compito nel quadro teleologico del modo, quello di spingere l’uomo a mantenersi pulito; ma non deve aver convinto i pidocchi – né l’inquietante Godzilla che , a prescindere dalla teleologia, pare scomodo da gestire fuori dalla sale cinematografi che .

A questa immagine ben pettinata della realtà, della ricerca e della valutazione serena che se ne può dare, sembra recare danno ancora una volta la presenza dei conflitti, delle posizioni opposte, ma il pettine della tautologia, della bioetica che non c’è, non si arrende e pettina, assecondando il pelo, an che i conflitti riconducendoli, in molti casi, ad una opposizione talmente sentita, vista, letta da non far più colpo, da non essere più conflittuale, da non fare paura perché avvertita come naturale, neutra, scontata in qualunque società democratica, pluralistica: quella tra laico e religioso. Forse non in tutti gli stati occidentali, e forse neppure in tutti quelli europei, ma certo in Italia si pettinano i problemi nominando con troppa facilità due entità immaginarie – ma intorno alle quali si costruiscono libri, conferenze, dibattiti, articoli e cose simili tutte reali – : la bioetica laica e quella cattolica. Personalmente mi auguro che queste due entità non esistano e me lo auguro soprattutto a vantaggio sia di un non meglio identificato pensiero laico ( che detto così pare più un’astrazione che una realtà con una propria identità), sia della Chiesa cattolica che non è solo un organizzazione culturale. Senza stare ad entificare le posizioni, il ché serve evidentemente a rendere i conflitti reali facilmente commensurabili al tessuto sociale, è naturale che per un cristiano cattolico esistano alcuni principi e valori che vengono vissuti come non dipendenti dalla propria volontà e provenienti da Dio come persona – nell’Antico Testamento leggiamo che : “faremo ed udremo” – e che per un laico (però qui mi trovo nella difficoltà di capire a chi si riferisce il termine: al non credente? ad una particolare forma di pensiero sempre tollerante e in linea di principio non contrapposta se non al solo dogmatismo? al pensiero scientifico e culturale dell’occidente? al pensiero critico? al pensiero in quanto tale?) esiste una autonomia delle procedure conoscitive indipendentemente da valori e principi trascendenti. In più, c’è da dire che an che per un cristiano cattolico ci sono procedure conoscitive connesse in grado molto minore rispetto ad altre alla trascendenza, e che lo stesso laico agendo moralmente – in vista di … con rispetto nei confronti di … avendo una responsabilità nei confronti di … – fa esperienza di una certa trascendenza del proprio agire (Ernesto De Martino parlava di un ethos umano al trascendimento). Ma non si tratta ora di capire ciò chepuò avvicinare o allontanare un cristiano da un laico, ma quello di mostrare il carattere illusorio, se non an che strumentale, della presunta legittima esistenza di una bioetica laica e di una cattolica. Se c’è bioetica , come scienza, allora è scienza del reale, con una sempre perfettibile, ma reale capacità di conoscere e di conseguenza di valutare determinate realtà. 

Spesso chi si attarda sulla questione delle due bioeti che pensa di trovarne una qual chegiustificazione chiamando in causa una ulteriore contrapposizione: quella tra “sacralità della vita” e “qualità della vita”. Sarebbe curioso, an che se poco utile, fare uno studio delle occorrenze di queste due espressioni in innumerevoli scritti di bioetica : il più delle volte, quando si usano in modo serio, credo che non denotino due realtà opposte ed armate una contro l’altra: o sacro o carta di credito illimitata consegnata ad un palestrato. Quando invece le si usa per indicare due opposte fazioni allora si producono tutte le contrapposizioni di comodo: la benzina per accendere e poi in caso infuocare le discussioni, così sembrano più interessanti, come i documentari di real tv, con tanto di morale della favola, dove si possono mostrare tutti i guai degli estremi: l’intolleranza assoluta, il fondamentalismo e il libertinismo, il burka e il toples. 

Per fortuna la realtà, fuori delle rappresentazioni che se danno, è sempre meno estrema di come si è inclini a pensare, e an che quando si sono dati eventi estremi, questi sono sempre nati dall’interno della media normalità – quella appunto di cui converrebbe occuparsi – ; anche le reali ed estreme contraddizioni del presente hanno una genesi nella “normale realtà”: non nascono dal nulla come estremi già dati ma dalla realtà, ecco perché è necessaria una comprensione storica degli eventi. 

Un’altra conseguenza dell’illusorio dilemma “ bioetica laica”-“ bioetica cattolica”: troppo spesso nelle discussioni si usa l’espressione: “in quanto “X” ritengo che ….”, è chiaro che se una persona è cristiana cattolica dirà che “in quanto cristiana crede” in determinati principi di condotta religiosa, ma forse sarebbe fuorviante dire “in quanto cristiano faccio geografia in modo che …”, meglio sarebbe dire “in quanto geografo ricerco in modo che …. e scopro anche che ….. e che ciò può corrispondere ai principi di condotta cristiana”, insomma è chiaro che un cristiano che riflette in ambito bioetica , o che pratica una scienza non deve diventare schizofrenico: una parte cristiana e l’altra vestita di una neutralità glaciale, naturalmente come singola persona penserà, desidererà, ricer che rà a partire dalla propria interezza e quindi potrà essere in grado sia di fare scienza senza pregiudicare l’autonomia della ricerca scientifica, sia di mostrare razionalmente la costitutiva connessione tra quella scienza e i principi trascendenti che fondano la sua condotta, sarà suo compito, an che etico, mostrare, appunto, dove è possibile e con l’oggettività raggiunta dalla scienza che pratica, come alcuni suoi principi religiosi declinano la proprio universalità fino a toccare l’esperienza nei suoi aspetti strettamente empirici (sarebbe a dir poco strano immaginare un principio religioso che non debba riguardare in alcun modo nessun aspetto dell’esperienza, nonsarebbe trascendenza, ma vuoto irrazionale). Ovviamente tutto quello che ho detto per l’”in quanto cristiano ….”, vale, con le debite differenze, an che per il laico, an che lui in quanto pratica una determinata scienza, potrà farlo in modo non pregiudiziale e contemporaneamente essere consapevole del carattere non neutro delle categorie – logi che, ontologi che ed eti che – che strutturano la propria scienza, an che lui sa che parte da alcuni principi iniziali non scontati e neutri che influenzano e dirigono la propria ricerca e chese tali principi sono an che moralmente indirizzati, an che la propria ricerca lo sarà e che di conseguenza potrà illustrare come tali principi declinano la propria universalità nei confronti dell’esperienza. Ancora una volta la non neutralità della scienza, di qualunque modello di comprensione e di azione implica la necessità del giudizio storico.

L’”in quanto …” dovrebbe essere, in caso, la conclusione del proprio argomento, come a testimoniare il piacere di poter dire che i principi che costituiscono il proprio credere sono stati trovati ancora una volta capaci di rimanere legati all’esperienza; allora due posizioni diverse e in caso in conflitto potranno discutere reciprocamente non come se esistessero in quanti tali, indipendentemente da tutto, ma come due diverse prospettive che si possono capire perché entrambe riferite ad una realtà esistente e distinta da esse; il realismo serve soprattutto a chi crede in qualcosa, Aristotele diceva che la scienza misura le cose, in quanto le conosce, ma che a ben vedere sono le cose che misurano la scienza. Allora: “in quanto cristiano cerco di conoscere bene un determinato oggetto e cerco di rispettarne la natura”, “in quanto laico cerco di conoscere bene un determinato oggetto e di rispettarne la natura”. 

4. Prolegomeni ad una epistemologia della bioetica che potrebbe esserci.

Logica, ontologia ed etica.

Una delle definizioni a cui spesso ci si riferisce per dire che cosa è la “bioetica” è quella offerta dalla Encyclopedia of Bioethics 1 : <<lo studio sistematico della condotta umana nell’ambito della salute, quando tale condotta è esaminata alla luce di valori e principi etici>>.

Diversi sono i termini che meriterebbero un’analisi specifica ed una corrispondente definizione: a) sistematico; b) condotta; c) salute; d) valori; e) principi etici. 

Anche se, forse, è esagerato chiedere ad una definizione qualcosa di più di una affermazione generale, ed è anche apparentemente inutile cercare ulteriori definizioni per le nozioni presentate, a meno di rischiare di cadere in un processo definitorio che proceda all’infinito, pure ci si incomincia a rendere conto della necessità di una maggiore consapevolezza del significato di alcuni termini, che appaiono troppo spesso come se fossero “atomici”, “semplici”, ed invece non lo sono, così come quelli che abbiamo prima elencato. Anzi, possiamo dire di più: molte questioni etiche che si accompagnano alla ricerca scientifica e alle sue applicazioni appaiono non di rado come qualcosa di esterno alla scienza stessa, alla sua storia, alla storia dei cambiamenti dei paradigmi esplicativi assunti da ogni singola disciplina scientifica; ed appaiono come “esterne” proprio a causa dell’apparente “atomicità”, “semplicità” delle nozioni etiche – libertà, responsabilità, rispetto, legge, persona – che vengono usate nel definire le norme ideali a cui la scienza in generale, e ciascuna disciplina in un modo particolare, dovrebbe attenersi nel proprio operato.

Qui parto dal presupposto che i problemi etici inerenti alla scienza non sono una dimensione che vi si aggiunge dall’esterno, in un secondo momento: nella successiva riflessione, basata su principi etici e valori, sulle conseguenze pratiche che una determinata scienza ha sulla realtà; al contrario, essi sono interni al determinato paradigma conoscitivo su cui si fonda quella scienza. 

Stabiliamo, pertanto, alcuni presupposti metodologici:

a) La Bioetica, se è – o potrà diventare – una disciplina con propri fondamenti epistemologici e categoriali, deve – o dovrà – pertanto mostrare di avere caratteristiche che la differenziano dalle discipline della biologia e dell’etica, e che proprio per questo può analizzarne la struttura e indicarne le questioni fondamentali. Allo stesso modo la filosofia in quanto tale non è né la filosofia della scienza, né quella scienza determinata su cui di volta in volta la “filosofia della scienza” riflette.

b) Quindi i“problemi bioetici” presenti e sollevati tanto nella ricerca scientifica non sono, de facto, identici ai soli problemi etici che la scienza pone ed incontra empiricamente, cioè nella ricaduta pratica sull’ambiente naturale, sulla società o su un determinato individuo. 

c) Al contrario, gli autentici “problemi bioetici” emergono, de jure, all’interno dello stesso paradigma esplicativo che si adotta nel procedere nella ricerca scientifica, nella elaborazione della spiegazione di un determinato fenomeno. Pertanto i “problemi bioetici” sono interni a ciascun paradigma scientifico: le questioni bioetiche si generano sulla base dei motivi epistemologici, conoscitivi e scientifici, interni alla scienza in quanto tale e ai suoi diversi paradigmi esplicativi.

A titolo esemplare: riferendoci alla medicina, che tra le varie scienze è una di quelle che più da vicino riguardano la bioetica, ne deriva che: optare per una determinata concezione della malattia 2, per un determinato “linguaggio” 3 medico, per una determinata teoria 4 (in vista di una “ricerca”, di una “diagnosi” e di una “terapia”), optare per una determinata forma di classificazione 5 delle sindromi, implica di per sé incontrare immediatamente e non post festum una determinata tipologia di questioni etiche.

Una simile analisi filosofica dell’apparato logico ed etico di ciascun paradigma di spiegazione scientifico consentirebbe non solo di avere già a livello formativo-universitario la consapevolezza della complessità del tessuto della disciplina scientifica che si viene apprendendo, ma di poter porre costantemente la questione del “limite” della ricerca e della concreta prassi scientifica: ci si renderebbe sempre più familiari non solo alla dimensione etica in generale, ma si acquisirebbe sempre più l’habitus di valutare, di volta in volta, in dettaglio la scienza che si viene sviluppando.

Molto della identità epistemologica della Bioetica si giocherà sul legame tra consapevolezza del limite ed esame del dettaglio. E tutto ciò, infatti, al fine primario di non lasciare la responsabilità etica legata a qualcosa di mai veramente presente, di sempre spostabile nel futuro, ma di farne esperienza nella attuale molteplicità non omogenea dei molteplici dettagli, accidenti, che costituiscono la vita concreta della scienza e rispetto ai quali si viene chiamati ad esercitare l’agire responsabile in ogni momento. Così, forse, risulterà più oggettiva – in quanto determinata anche dall’oggetto di ciascuna scienza – la discussione, e i conflitti che spesso ne derivano, sul “limite”, sulla “scelta”, sulla distinzione tra il lecito e l’illecito nella scienza in generale e in ciascuna scienza in particolare.

Hans Jonas scriveva: “la scienza integrale dell’ambiente non esiste ancora. Le scienze oggettive attinenti a quest’ambito (della natura e della economia) devono per lo meno estrapolare dalla rete delle causalità le opzioni pratiche, su cui si possa impostare un esame etico del dettaglio e questo processo è solo agli inizi. Non possiamo ancora sostituire il telescopio con la lente d’ingrandimento. Nel frattempo, finché non migliorano le premesse cognitive perché ciò si attui, il rispetto e la prudenza di cui si è parlato nel Principio responsabilità e la coscienza del pericolo devono trattenerci nel senso più generale da una rovinosa leggerezza e far crescere in noi uno spirito di nuova moderazione”6.

Dopo aver affermato che l’etica, quale insieme determinato di comportamenti, è intrinseca alla scienza in generale e in modo particolare a ciascun paradigma scientifico di spiegazione e dopo aver mostrato come un simile assunto epistemologico possa trovare una concreta applicazione nell’ambito della medicina – in tal senso si è qui proposto un modello di analisi dei casi clinici – è necessario sottolineare che tale assunto non conduce ad una autoreferenzialità della scienza, come a dire: dato che l’etica è intrinseca alla scienza, questa stessa si autolegittima, dichiarandosi esente dal doversi misurare con problemi etici distinti dal suo stesso operare; al contrario ne deriva che ciascun modello di spiegazione di un determinato “oggetto” non può non tener conto sia degli altri modelli sia, e ancor più, dell’”etica molteplice” della società civile. La necessità della non autoreferenzialità della scienza appare in modo netto quando i conflitti e i rischi divengono oggetto di scelte non solo scientifiche che fanno sentire una forma di responsabilità “allargata”. 

E per non cadere nella autoreferenzialità della scienza è necessario muovere eticamente dal giudizio storico.


Note
1) Encyclopedia of Bioethics, a cura di W. Reich, McMillan Free Press, NewYork 1978, 1995 (2); cfr. voce “Bioethics”.
2) Alcuni paradigmi fondamentali sulla natura della malattia (Su ciò cfr. G. Federspil, La malattia come evento biologico, in <<Minerva Medica>>, vol. 81, N. 12, pp.845-854):
a) La malattia è un insieme di sintomi o di manifestazioni cliniche.
b) La malattia è una lesione morfologica di una struttura dell’organismo; come alterazione anatomica.
c) La malattia è un’alterazione fisico-chimica dell’organismo; come alterazione iatrochimica e/o iatrofisica.
d) La malattia è un’alterazione della forza vitale dell’organismo.
e) La malattia è un’alterazione funzionale.
f) La malattia come evento biologico (alterazione dei meccanismi omeostatici di un vivente, nel rapporto uomo-ambiente, con possibili danni morfologici , biochimici e fisiologici).
3) Alcuni “linguaggi” (come tipologie terminologiche per descrivere e spiegare) della medicina (cfr. H. T. Engelhardt Jr., Manuale di Bioetica, trad.. it. Il Saggiatore, Milano 1999,in part. Cap. V):
a) “linguaggio valutativo”: assunti valutativi con cui si stabilisce quali funzioni, dolori e alterazioni siano normali, ossia appropriati e accettabili;
b) “linguaggio descrittivo”: idee su come si debbano formulare le descrizioni (termini eziologici, anatomici o clinici);
c) “linguaggio esplicativo”: modelli di spiegazione causale e
d) “linguaggio” plasmato dalla realtà sociale: aspettative sociali riguardanti singole malattie o forme particolari di infermità.
4) Alcuni approcci fondamentali nello studio delle malattie:
a) la nosologia (la scienza che definisce e classifica le malattie)
b) la patologia (la scienza che studia i cambiamenti morfologici e funzionali di natura morbosa delle strutture biologiche e il decorso dei processi patologici dell’organismo)
c) l’epidemiologia (la scienza che studia la frequenza e la distribuzione delle malattie nel tempo e nello spazio)
d) la clinica (diagnosi e trattamento delle malattie)
5) Principali tipi di classificazione in medicina (Cfr., H. R. Wulff, S. A. Pedersen, R. Rosenberg, Filosofia della medicina, trad. it., Raffaeollo Cortina Ed., Milano 1995, in part.cap. VI):
a) sintomatologia clinica (1700)
b) anatomia patologica (1800 ca.)
c) fisiologica (1830 ca.)
d) microbiologia e agenti infettivi (1870 ca.)
e) immunologia e epidemiologia
6) Hans Jonas, Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità, trad. it., Einaudi, Torino 1997.

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