Le memorie, l’apprendimento, le emozioni, la rabbia, la paura, e così via; ma anche funzioni cognitive superiori come la capacità di decidere oppure la scelta di un comportamento tra molti possibili sono effetto di ben precise attività del sistema nervoso…

Il libero arbitrio è davvero “libero”? 
Il nostro cervello possiede un sistema etico? 
È innata in noi la capacità di capire cosa è il bene e cosa è il male?
A molti quesiti simili a questi che l’uomo si pone da tempo immemorabile non è ancora possibile dare risposte soddisfacenti.

È verosimile che il “comportamento etico” sia emerso parecchio tempo prima che gli esseri umani procedessero consapevolmente alla elaborazione di norme sociali e, dal momento che i comportamenti etici potrebbero essere considerati un sottoinsieme di quelli sociali, per studiarli si fa ricorso a varie discipline che spaziano dalla antropologia, alla filosofia, alla giurisprudenza e recentemente fino alla neurobiologia . 
È molto probabile che i risultati più fecondi dipendano dalla combinazione e dal contributo di tutte. 
Mi limiterò a esporre quanto di particolarmente significativo è emerso negli ultimi anni dalle ricerche nel campo delle neuroscienze.

Studi ed osservazioni effettuati, oltre che su individui sani, soprattutto su quelli malati hanno rivelato che il cervello dell’Uomo non possiede, fin dal concepimento, un programma relativo al sistema etico che gli faccia comprendere il significato del bene e il significato del male e gli permetta di organizzare i comportamenti più opportuni.
Il nostro cervello è tuttavia, fin dai primissimi anni dell’infanzia, perfettamente in grado di poter assimilare il sistema etico dell’ambiente in cui viviamo; allo stesso modo è fornito del necessario equipaggiamento per apprendere la lingua parlata dai membri – in particolare la mamma – della famiglia della quale facciamo parte.

Così, il cervello del bambino, via via che si attiveranno i processi di apprendimento del linguaggio, inizierà a decifrare, ad apprendere e a memorizzare le prime regole etiche sia che gli vengano insegnate in famiglia sia che egli stesso le estragga dai comportamenti dei genitori.
Tutti da piccoli siamo stati apostrofati da frasi che suonano più o meno come queste: “se fai così sei cattivo e farai piangere mamma e papà” oppure “ecco sei stato davvero bravo! I bravi bambini fanno così e meritano un premio”, e così via.

Piano piano e per lopiù inconsciamente regole e diktat saranno registrati dal sistema bio-etico cerebrale mentre, simultaneamente, entrerà in funzione il sentimento di colpa che conferirà al sistema stesso complessità e potenza malgrado non abbia sempre la medesima intensità e la medesima durata poiché è governato, per così dire, da un “densimetro emozionale”.
Chi uccide si sente più colpevole di chi ruba e chi ruba una mela perché ha fame generalmente si sente meno colpevole di chi ruba mille euro per avidità.

L’intensità del senso di colpa dunque è proporzionale all’importanza della regola infranta e al numero di volte che l’infrazione è stata commessa.
In più, chi l’ha fatta davvero grossa non sfugge al “rimorso”.

Rimorso è un sostantivo che deriva dal verbo latino re-mordēre cioè mordere ripetutamente. Il rimorso scatta insieme al senso di colpa non appena affiora la consapevolezza di aver fatto qualcosa di riprovevole, di aver violato cioè una o più regole etiche.
Il rimorso tortura come torturano i denti aguzzi di una bestia inferocita che morde e morde ancora, rimorde appunto, senza che ci si possa difendere in alcun modo.

Blaise Pascal scrisse nei Pensieri che “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce” intuendo che, a volte, tra i freddi argomenti della ragione e quelli dei sentimenti c’è una netta separazione.
Ad esempio: un pedone attraversa la corsia di una autostrada, viene investito e ucciso da un automobilista che guida alla velocità massima consentita e che, pur avendo frenato, non è riuscito ad evitare l’impatto mortale.

L’automobilista sa di non essere un efferato assassino, sa che nessuno può ragionevolmente attribuirgli la totale responsabilità di aver causato la morte di quella persona, sa che può beneficiare di attenuanti formidabili e tuttavia si sente in colpa per aver ucciso un uomo. 
Da una parte la ragione, dall’altra il sentimento. È come se nel cervello i due diversi sistemi non siano in grado di comunicare tra loro, siano cioè indipendenti come compartimenti stagni.

Per quanto tempo quell’automobilista si sentirà colpevole? Probabilmente per sempre poiché uccidere, anche se non volontariamente, è l’infrazione più grave secondo il sistema etico cerebrale.
Anche la parola “scrupolo” ha un’origine latina; scrupulum è un sassolino ma anche la preoccupazione.

Si potrebbe dire che lo scrupolo è come un sassolino bioetico in grado di provocare fastidio ma anche dolore lancinante e, per questo, non ci permette di percorrere in pace i sentieri dell’esistenza.
Ad ogni modo, il sistema etico non è certo una caratteristica esclusivamente umana.
In diversi tipi di animali, infatti, si possono osservare comportamenti in un certo senso “morali”. Come definire altrimenti atteggiamenti da cui traspaiono compassione, altruismo, attaccamento reciproco?

Si possono osservare anche atteggiamenti di dominanza e del suo reciproco, cioè di sottomissione, come anche di punizione e di ricompensa per qualche azione compiuta da uno o più membri del medesimo gruppo sociale. 
Tra gli animali sono soprattutto i primati a comportarsi in maniera altruistica, come è stato messo in evidenza ancora una volta anche da un recentissimo esperimento.
Un gruppo di giovani scimmie del tipo Rhesus erano state addestrate a tirare una catena per ottenere cibo e in breve tempo avevano imparato a nutrirsi con regolarità e del tutto autonomamente. A questo punto lo sperimentatore ha fatto in modo che, tirando la catena, fosse messo a disposizione del cibo e simultaneamente venissero somministrate scosse elettriche a un componente del gruppo di scimmie legato da vincoli di parentela – oppure no – con il soggetto che tirava la catena per mangiare.

In sostanza, chi tirava la catena poteva mangiare mentre infliggeva dolore ad un proprio simile. 
Dopo aver compreso rapidamente la conseguenza della propria azione le scimmie, imparentate oppure estranee alla vittima delle scosse, non tiravano più la catena scegliendo di digiunare per ore o addirittura per giorni.

Anche quei soggetti che avevano subito precedentemente lo shock elettrico dimostravano il medesimo comportamento altruista nei confronti dei loro simili.
L’altruismo è un comportamento adattativo e si riferisce al gruppo che per gli animali corrisponde al branco, mentre per l’Uomo si configura con la famiglia, si allarga alla tribù, alla città, alla nazione.

Nei confronti degli “estranei” invece, i membri del gruppo possono mettere in atto atteggiamenti di diffidenza o addirittura di ostilità con sentimenti di rabbia, risentimento, odio etnico o tribale, fino ad arrivare ad un cieca, ottusa e brutale aggressività che nel loro insieme rappresentano, in sostanza, vere e proprie forme di razzismo. 
Il comportamento morale degli essere umani ha senza alcun dubbio un livello di elaborazione e di complessità del tutto peculiare, e si può ritenere che la costruzione dei principi etici possa far parte di un programma di regolazione biologica nel quale il manifestarsi delle emozioni e dei sentimenti abbia determinato una maggiore probabilità di vivere più a lungo così da lasciare una discendenza numerosa dotata geneticamente dei sistemi cerebrali capaci di comportamenti cooperativi.

In sostanza, attraverso i processi evolutivi, il nostro cervello avrebbe acquisito gli strumenti utili per riconoscere situazioni e per reagire emozionalmente in modo da cogliere opportunità, compiere scelte e far fronte ai problemi. 
Siamo esseri coscienti, dotati di intelligenza e creatività, i nostri comportamenti migliori non dipendono esclusivamente dal genoma: compiamo costantemente tentativi di estendere il lato migliore di noi ben oltre i limiti del nucleo di cui facciamo parte, moderando da un lato la pulsione a dominare sugli altri e dall’altro la pulsione alla sottomissione che è a quella complementare.

Ogni società, primitiva o evoluta, si è data delle regole etiche in base alle quali è possibile compiere delle scelte distinguendo una azione buona da una cattiva e i precetti morali che ciascuna società inculca nei propri membri regolano, nel loro insieme, anche il sistema politico.
Si collegano al sistema e alle regole etiche anche il sistema legale e quello religioso i quali hanno certamente una natura diversa. Il sistema religioso, inoltre, è sempre etico, mentre quello etico non è sempre religioso e comunque funzionano entrambi attraverso leve emozionali.

Ad esempio, è davvero molto improbabile che una multa elevata per eccesso di velocità provochi in chi viene multato un doloroso senso di colpa per aver violato la legge o aver messo a repentaglio la vita di persone innocenti, mentre è molto facile che venga afflitto da un insopportabile senso di colpa un figlio che non riesce ad occuparsi abbastanza dei propri genitori vecchi e malati. 
Quel figlio non viola alcuna norma di legge e non verrà certo punito neanche con una contravvenzione, tuttavia è stato condannato dal sistema etico di cui è permeato il suo cervello a scontare quella sorta di sanzione emozionale rappresentata dal sentimento di colpa.

Ma qual è il vero motivo dell’esistenza dei sentimenti?
A questo punto è necessario premettere che il cervello coordina, per lo più attraverso circuiti inconsci, le numerosissime funzioni dell’organismo dalle quali dipende la vita, ma per farlo deve essere aggiornato istante per istante sia sulle sue proprie condizioni sia su quelle degli altri sistemi corporei come il sistema renale, quello polmonare, il cuore e i vasi, le ghiandole etc. ma anche sulla situazione dell’ambiente extracorporeo.

Il cervello riceve costantemente “rapporti”da tutte le parti sottoforma di segnali bioelettrici e con essi costruisce momento per momento mappe corporee che hanno la caratteristica di non essere mai identiche poiché la loro configurazione è legata alla variabilità degli stimoli, quelli provenienti dal corpo stesso insieme a quelli dello spazio extracorporeo, i quali vengono rilevati dai nostri sistemi recettoriali. 
La conoscenza delle mappe neurali è essenziale perché il cervello, attraverso operazioni piuttosto complesse, possa intervenire direttamente oppure indirettamente, per esempio a rallentare una data funzione, oppure a mantenerne stabili alcune e incrementarne altre e così via, purché le molteplici funzioni nel loro insieme si svolgano in sinergia nel rispetto di un equilibrio dinamico (omeostatico) volto a garantire all’individuo – e di conseguenza alla specie – le migliori condizioni possibili in relazione alla variabilità dell’ambiente.

Nella società umana la vita non deve essere tuttavia regolata esclusivamente sulla base di pulsioni, bisogni e desideri individuali, bensì attraverso norme di comportamento etico e convenzioni sociali che tengano conto anche delle esigenze, delle aspirazioni e dei sentimenti altrui.
Accanto a ciascuno di noi infatti ci sono gli altri, intesi come individui ed entità sociali, ai quali dobbiamo rispetto e dei quali dobbiamo tener conto.

Stare al mondo, vivendo quanto più è possibile in pace e armonia, in risonanza insomma con il nostro prossimo, significa perpetuare il successo evolutivo di comportamenti cooperativi in cui l’interesse si riversa da sé all’altro per proteggere la vita, allontanare la sofferenza e la morte e aumentare il livello di benessere dell’individuo e della società.
Ritornando alle mappe neurali, si può ritenere siano alla base di quegli eventi della mente cosciente che definiamo sentimenti intesi come insieme di risposte chimiche e nervose che formano uno schema (pattern).

I sentimenti ci rendono attenti sulle loro cause emozionali e su “chi” o “cosa” le abbia prodotte. Richiamano l’attenzione sulle conseguenze future della situazione in atto ma, nel contempo, ci fanno riflettere sul presente e su quanto ricordiamo di eventi passati influenzando in tal modo i nostri ragionamenti e i nostri processi decisionali.
Non c’è dunque da sorprendersi se i meccanismi neurali alla base dei sentimenti si siano ostinatamente conservati nel corso della evoluzione.

Quel “brusio” che affiora dal profondo si rivela preziosissimo quando, in relazione alle circostanze, guida i comportamenti sociali normali, che sono cioè conformi all’etica e alle leggi e per questo sono definiti “giusti”.
Via via che le società umane hanno cominciato ad acquisire un livello di complessità sempre più elevato (almeno da 10 mila anni con lo sviluppo dell’agricoltura) pur non potendo prescindere da quegli elementi di regolazione innata dei processi vitali consolidati ed efficaci, perfezionati in millenni e trasmessi geneticamente, hanno avuto la necessità di fare ricorso a dispositivi di regolazione coscienti non automatici i quali, essendo più flessibili ed adattabili alle mutevoli condizioni di vita, si sono di volta in volta affermati lungo i percorsi evolutivi.

Ecco come in tale ottica le convenzioni sociali insieme alle regole morali possono essere considerate estensioni socioculturali dei dispositivi omeostatici fondamentali che assicurano l’equilibrio per la sopravvivenza ed il benessere.
Antonio R. Damasio dirige il Brain and Creativity Institute della Southern California University di Los Angeles, e insegna anche presso il Salk Institute di La Jolla dell’Università di San Diego. È convinto, insieme ad altri suoi numerosi colleghi neuroscienziati, che il comportamento morale sia legato al funzionamento di particolari sistemi cerebrali.

Tali sistemi che tuttavia non sono “centri” ben delimitati – non disponiamo di un centro o di più centri dedicati alla moralità – è molto probabile non siano coinvolti soltanto nei comportamenti etici, ma anche nella regolazione di processi biologici, della memoria, dei processi decisionali e della creatività di cui i comportamenti etici sono, in fondo, effetti collaterali. 
Damasio ha studiato numerosi soggetti che hanno condotto una esistenza assolutamente normale fino a che parti specifiche del loro sistema nervoso cerebrale sono state colpite da un qualche trauma, un ictus, un tumore o una patologia su base genetica o di diversa origine che, alterando circuiti neuronali abbia determinato da un lato la perdita di una specifica categoria di emozioni e dall’altro l’incapacità di prendere decisioni razionali.

Questi pazienti sono ancora in grado di affrontare la logica dei problemi ma, nel campo di questioni personali e sociali, dimostrano di decidere per l’opzione che spesso è la meno vantaggiosa per sé e anche per gli altri. Non provano i sentimenti della colpa, del rimorso, dello scrupolo, della vergogna e non sanno fare programmi e progetti per il futuro. 
Tutti presentano lesioni della medesima regione della corteccia cerebrale del lobo frontale (parte anteriore della testa) precisamente in quella striscia di tessuto nervoso indicata come corteccia premotoria poiché è posta anteriormente alla corteccia motoria primaria così importante nella organizzazione dei movimenti.

La corteccia premotoria ha avuto nell’Uomo il suo massimo sviluppo; ha una importanza cruciale per riconoscere e regolare emozioni e relazioni e fa da relais tra i sentimenti generati dal cervello profondo e più antico (sottostante alla corteccia cerebrale) e il flusso di pensieri coscienti. 
Le sue dis-funzioni si accompagnano costantemente a disturbi della capacità di decidere in maniera opportuna e vantaggiosa in senso lato, specialmente in situazioni caratterizzate da rischio e conflittualità.

È verosimile che in questi soggetti non venga più esercitata l’influenza conscia e inconscia delle emozioni nei processi della mente razionale. 
È evidente, pertanto, che quando l’emotività si riduce la razionalità ne soffre come quando una eccessiva emotività può condurre a decisioni pericolosamente irrazionali.

Ad ogni modo l’intero edificio della ragione con i suoi limiti ed imperfezioni, privato delle emozioni,non può 
produrre nulla di veramente efficace ed efficiente. 
Come ha osservato il neuroscienziato Jonah Lehrer “riflettere esageratamente nel momento sbagliato ci priva della saggezza delle nostre emozioni” tanto che potremmo considerare l’emotività non più come un inconveniente bensì come una manifestazione utile per la sopravvivenza.

Jordan Grafman dirige la sezione di Neuroscienze Cognitive del National Institute of Neurological Disorders and Stroke presso il NIH (National Institute of Health) di Bethesda. É uno straordinario esperto di neuroplasticità e anche di lesioni di lobi frontali che sono causa di tutto ciò che, secondo la Neurologia, è “disinibizione sociale” cioè la libera espressione di quanto normalmente è represso, istinti, comportamenti,atteggiamenti. 
Secondo Grafman la corteccia della regione prefrontale del cervello umano ha sviluppato nel corso dell’evoluzione l’abilità di catturare e trattenere informazioni per periodi di tempo sempre più lunghi, e ricordare di più e più a lungo consente di poter prevedere eventi sia personali sia ambientali.

Si può facilmente capire come queste capacità siano notevolmente vantaggiose. Ad esempio, estremizzando un po’, se notiamo che qualcuno corre verso di noi con le braccia alzate, urlando parolacce e con una espressione ostile possiamo prevedere, e a giusto titolo, che stia per aggredirci. 
Tale previsione ci permette di organizzare una strategia comportamentale volta a non soccombere. Possiamo scappare o aggredire a nostra volta, o scegliere tra altre forme di difesa che ci garantiscano il più possibile l’incolumità.

Chi ha subito lesioni della corteccia prefrontale mostra al contrario di non essere in grado di prevedere cosa potrà accadere. Non è capace di cogliere i segnali, non intuisce come in linea di massima si potrà svolgere o si concluderà un fatto. Ha inoltre gran difficoltà ad attuare i propri programmi poiché si distrae facilmente e perciò non è in grado di concentrarsi efficacemente su un obbiettivo. Trova estremamente difficile cogliere aspetti specifici delle interazioni sociali e comprendere concetti astratti, metafore e similitudini.
Da quanto ho detto si può capire che quando prendiamo una decisione, anche quella più semplice, veniamo influenzati da numerosi fattori ciascuno dei quali viene valutato grazie alla coscienza, alla memoria, alla capacità di richiamare, di dissociare, di ragionare e riflettere, ma grazie anche al contributo delle emozioni e dei sentimenti.

Quale mai avrebbe potuto essere il percorso della società umana – osserva Antonio R. Damasio – se all’origine dell’Uomo molti individui avessero avuto danni alla corteccia prefrontale e, di conseguenza, fossero stati privi di sentimenti come la compassione, la simpatia, la compartecipazione, e non avessero avuto la possibilità di manifestare alcuna forma di gentilezza, di provare vergogna, riprovazione, gratitudine, imbarazzo etc.?
Senza emozioni e sentimenti sociali, senza la percezione del bene e del male, gli uomini non avrebbero potuto fondare i principi e le regole etiche che guidano la vita sociale.

Sarebbe stato inoltre molto improbabile che da individui siffatti avesse potuto originarsi una delle creazioni umane più straordinarie come il sistema religioso, nato verosimilmente per l’esigenza di una figura dominante che avesse non soltanto un ruolo di guida e come tale desse valore e facesse attuare e rispettare norme etiche, ma che simultaneamente rappresentasse una entità alla quale affidarsi, dalla quale essere protetti e consolati nel dolore e nelle sconfitte e, come tale, fosse una fonte inesauribile di benefici emozionali. 
In uno scenario umano dove le emozioni sociali e i sentimenti etici corrispondenti fossero assenti, gli uomini non sarebbero in grado di costruire i fondamentali concetti di bene e di male, e di conseguenza non saprebbero cosa considerare buono o cattivo in relazione al bene e al male che ne derivano.

* Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia “V .Erspamer”
Università di Roma “La Sapienza”

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

Send this to a friend