Organo del più grande partito comunista dell’occidente ieri, quotidiano del più importante partito (post-comunista) di governo oggi, L’Unità ha negli anni rappresentato una forma di quotidiano di partito sui generis, sia per le caratteristiche complesse del partito di cui era l’organo sia per la qualità giornalistica che lo ha sempre caratterizzato.

Sin dalla sua nascita L’Unità ha infatti presentato quasi da subito tre caratteristiche ben visibili: è l’organo di un partito di cui registra, con stile alterno, le posizioni; è quotidiano popolare con i suoi servizi a sensazione su questo o quell’aspetto perverso del regime che combatte; è quotidiano di opinione che si rivolge a intellettuali e quadri dirigenti con la terza pagina e le pagine dei libri e della cultura. Ma l’intreccio tra il quotidiano e il partito è molto più marcato di quanto si possa pensare e L’Unità in quanto strumento organizzativo e organo di stampa ha percorso negli ultimi venti anni lo stesso travaglio del partito.

Dalla prima metà degli anni ’80 si è infatti vista svilupparsi con maggiore velocità e contraddittorietà la crisi-trasformazione della politica del PCI: dal consenso raggiunto nel ’75-’76 e dall’esperienza del “compromesso storico” e dalla “solidarietà nazionale” fino alle fasi più difficili contrassegnate dalla ricerca di una credibile linea di “alternativa democratica”, dal “dopo-Berlinguer”, dalla sconfitta nel referendum contro il taglio della scala mobile, fino al congresso della primavera dell’86. L’Unità in quel periodo ha certamente vissuto il suo più grave punto di crisi e la naturale, radicale, ristrutturazione.La crisi era ovviamente sia finanziaria (l’indebitamento progressivo aveva portato il giornale sull’orlo del fallimento) che strutturale (la cessione della proprietà delle due tipografie e la “disattivazione” delle cronache locali di Torino,Genova e Napoli), ma soprattutto era una crisi d’identità.

Molto schematicamente si possono riassumere alcuni elementi: la democratizzazione e la apertura pluralistica conosciuta dal sistema dell’informazione finisce col togliere all’Unità quella specie di monopolio del giornalismo di denuncia e di opposizione e la rappresentanza pressoché unica di certe fonti e interessi; la crescita del consenso politico attorno al PCI, il suo avvicinamento all’area di governo dopo il ’76 e l’assunzione di dirette responsabilità di governo nelle maggiori città italiane e in molti altri enti locali, esige anche dalla stampa di patito un salto di qualità e un mutamento di ottica e di metodo davvero “copernicano”, tanto più di fronte alla tormentata fase segnata dal terrorismo. Alla direzione del giornale si susseguiranno poi in questi anni prima Alfredo Reichlin nel periodo della “solidarietà nazionale”, poi Claudio Petruccioli che verrà però travolto dal “caso Maresca” (1); dopo il congedo forzato di Petruccioli alla direzione arriva Emanuele Macaluso, una figura garantita dalla solida posizione che aveva all’interno del partito e che di conseguenza comportava una linea politica del giornale molto fedele al partito.

In seguito la fine degli anni ’80 sono gli anni della sconfitta nelle elezioni politiche dell’87 e la nomina di direttore di Gerardo Chiaromonte, che seguiva i principi di fedeltà prima di tutto al partito e di mediazione con la redazione. Sono questi gli anni della transizione da “organo” a “giornale” che in sostanza doveva consistere nella valorizzazione della professionalitàdella redazione, riconosciuta come collettivo autonomo, nel quale l’elemento politico doveva costituire il principale motivo d’identità interna piuttosto che un vincolo giustapposto alla proprietà.

Dopo Chiaromonte è il momento di Massimo D’Alema che per proseguire sulla strada tracciata dal predecessore viene affiancato da un vicedirettore come Foa che rappresentava nella sostanza le pressioni professionali di un ambiente stanco di gestioni politiche poco attente alle competenze specifiche. La nomina di D’Alema si inserisce dal punto di vista politico nell’annunciato processo di transizione politica del partito annunciata dalla nuova segreteria di Occhetto. Sono questi anni in cui si inasprisce la battaglia politica all’interno del partito e il giornale nel tentativo di non essere strumentalizzato dalla lotta che lacerava il Pci, diede uno spazio sempre crescente a tutte le voci interne ed esterne. L’inasprirsi della battaglia politica ha imposto però nel 1990 la naturale successione di Foa a D’Alema.

Un momento rilevante questo, in primo luogo perché Foa è il primo direttore che non proviene da incarichi ufficiali di partito, in secondo luogo perché è l’ultimo direttore nominato direttamente dal Comitato Centrale del Pci; la direzione di Foa si troverà poi davanti ala nascita e alle prime lacerazioni interne del neo nato Pds. A Foa succede Veltroni, mentre la direzione del primo si era profondamente immersa nella trasformazione del blocco dei paesi comunisti (dal muro di Berlino all’ascesa al potere di Boris Eltsin), non tradendo la coerenza con la tradizione dell’Unità sull’Est, che si era affermata nel corso degli anni ’80, il giornale di Veltroni sembra invece avere interpretato con maggiore coraggio e convinzione lo spirito post-comunista del Pds, assegnando più spazio alle vicende europee e alle vicende interne della “società civile” promuovendo, per esempio, una campagna d’opinione a favore del presidente degli Usa, Bill Clinton.

La linea seguita da Veltroni oltre ad essersi nel tempo consolidata e connotata come linea vincente, sia dal punto di vista editoriale che da quello politico, è stata quasi sempre ripercorsa dai suo successori in questi ultimi anni.

La domanda alla quale oggi bisogna dare urgentemente una risposta è però questa: quale futuro e quale connotazione assumerà questo giornale in un processo ancora così approssimativo e travagliato come quello di formazione del Partito democratico?


Note
1) Il “caso” assorto a simbolo del giornalismo asservito al sensazionalismo almeno quanto agli interessi politici, si sviluppò in seguito alla pubblicazione di un documento (procurato dalla giornalista Marina Maresca e rivelatosi poi falso), che testimoniava il coinvolgimento di alcune personalità della Democrazia Cristiana (Scotti e Patriarca) nelle trattative per la liberazione di Ciro Cirillo (assessore democristiano sequestrato dalle BR) con l’intermediazione della camorra di Raffele Cutolo.

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Foto: Giovannino Guareschi con «l’Unità» tra le mani a Roncole nel 1953 – Wikimedia Commons

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