Lo studio della genesi degli accordi De Gasperi-Gruber – stipulati nel settembre 1946 – permette di comprendere meglio gli effetti che questo avvenimento storico produsse sulla sensibilità dei padri costituenti, ragione per cui oggi il sesto principio fondamentale della nostra Carta sancisce  la  tutela da parte della Repubblica Italiana – con apposite norme – delle minoranze linguistiche.

Lo studio della genesi degli accordi De Gasperi-Gruber – stipulati nel settembre 1946 – permette di comprendere meglio gli effetti che questo avvenimento storico produsse sulla sensibilità dei padri costituenti, ragione per cui oggi il sesto principio fondamentale della nostra Carta sancisce  la  tutela da parte della Repubblica Italiana – con apposite norme – delle minoranze linguistiche.

Le provincie di Trento e Bolzano – come ho recentemente ricordato nel mio saggio Le Dolomiti del Terzo Reich, edito nel 2005 (1) – subirono nella prima parte del secolo scorso le pressioni e le prepotenze dei nazionalismi con particolare violenza.

Subito dopo la liberazione la popolazione dell’attuale Regione Trentino -Alto Adige/Südtirol era giunta ad un vero e proprio capolinea della propria Storia. Il treno degli eventi, sul quale aveva viaggiato senza interruzione per trent’anni, era un convoglio fatto di migliaia di storie diverse, accomunate da un unico dramma: dopo secoli di pace un conflitto pressoché ininterrotto aveva scosso alle radici fin dal 1914 quello che un tempo era stato il vecchio Tirolo asburgico. L’identità secolare del territorio aveva subito l’accanimento dei diversi nazionalismi che attraversarono in quegli anni l’Europa e che segnarono, più di tutte, proprio le comunità di confine. Nei primi cinquant’anni del Novecento le province di Trento e Bolzano condivisero, inoltre, un primato amaro: dovettero convivere dentro cinque forme diverse di Stato e di governo. Dopo la lunga esperienza austro-ungarica, le due province furono annesse nel 1919 al regno d’Italia. Nel 1922, si insediò lo Stato fascista, preceduto da una scia di violenze che anticiparono la politica riservata dal regime all’Alto Adige nel ventennio successivo. Nel 1943 esse vennero inglobate nel Terzo Reich, con lo stravolgimento politico, giudiziario, amministrativo e sociale che questo comportò.

Dopo la capitolazione tedesca giunse l’ora di nuove drammatiche decisioni: a chi sarebbe stato assegnato l’Alto Adige? All’Italia oppure alla nuova Repubblica austriaca? Ma la questione principale era la stessa che si era presentata, sebbene in condizioni molto differenti, alla fine della Prima guerra mondiale: a chi doveva andare l’Alto Adige? Sulla base di quali ragionamenti questa provincia doveva essere assegnata ad una nazione piuttosto che all’altra? Cosa sarebbe stato della minoranza di lingua tedesca, maggioritaria nella provincia, nel caso di un’assegnazione all’Italia? Restava poi da chiarire il destino delle decine di migliaia di sudtirolesi che avevano optato nel 1940 per la cittadinanza germanica e che ora, anche nel caso l’Alto Adige fosse stato assegnato all’Italia, volevano fare ritorno alle loro case. Ma queste erano solo alcune delle questioni più scottanti. Come fu dunque possibile giungere all’accordo De Gasperi-Gruber?

La questione delle opzioni aveva devastato la comunità civile e sociale in ogni angolo della provincia: i Dableiber, coloro che nel 1939 avevano optato per l’Italia, erano stati considerati dei traditori, filofascisti, rinnegati. Eppure furono proprio loro, con l’appoggio delle autorità alleate di occupazione, a fondare la SVP (Südtiroler Volkspartei), il partito che tuttora rappresenta la maggioranza dei cittadini della provincia di Bolzano. Questa formazione politica, fin dal suo momento costitutivo, chiese il diritto di autodeterminazione per la popolazione sudtirolese, il che significava in sostanza una riunificazione con il nuovo Stato austriaco: una posizione che rappresentava il desiderio della maggioranza degli altoatesini. Questa richiesta non fu mai intransigente: quando la diplomazia austriaca sembrò essere orientata verso la ricerca di un valido compromesso con l’Italia, che concedesse ai sudtirolesi ampie garanzie di tutela, la SVP non esitò a ritirare la propria istanza. In questo delicato passaggio l’Italia fu guidata da Alcide De Gasperi, ministro degli Esteri e in seguito presidente del Consiglio.

Nel luglio del 1945 egli scrisse una lettera agli ambasciatori italiani di Washington, Parigi e Mosca in cui anticipava la propria posizione, e quella del governo italiano, circa la questione dell’assegnazione dell’Alto Adige: «Vorrei qui semplicemente aggiungere che la frontiera del Brennero, oltre che convalidata da tutta una serie di oneste ragioni, è soprattutto evidentemente, una frontiera in funzione antigermanica. E sarebbe strano da una parte e pericoloso dall’altra se, in un momento in cui tutti i popoli europei prendono a ragione le loro garanzie e precauzioni contro l’eventuale e sia pure remota possibilità di una ripresa della Germania, fosse al solo popolo italiano precluso il naturale baluardo, già in suo pieno e legittimo possesso, atto a salvaguardarlo da quel pericolo… ». (2)

Trascorso meno di un mese, tuttavia, lo statista trentino dichiarò al segretario di Stato americano James Byrnes quali erano le ragioni contingenti che avrebbero legittimato il mantenimento della provincia sudtirolese all’Italia: «Nella regione dell’Alto Adige la situazione dal 1919 ha subito cambiamenti notevoli. L’Italia vi ha costruito grandi centrali elettriche che, per le provincie di Bolzano e Trento, rappresentano il 13,6 per cento di tutta la produzione nazionale; l’energia elettrica potenziale esistente in regione è l’unica riserva che resta all’Italia del Nord per lo sviluppo delle industrie nella vallata del Po per la rete delle comunicazioni ferroviarie nazionali». (3) In quei mesi la richiesta di autodeterminazione dei sudtirolesi, espressa dalla SVP e appoggiata dal nascente governo austriaco, stava per concretizzarsi in un plebiscito: tutti i sudtirolesi sarebbero stati chiamati ad esprimersi circa il destino nazionale della provincia di Bolzano. Nell’autunno del 1945 anche gli Stati Uniti parvero disponibili alla concessione di un referendum popolare di questo tipo: l’esito della consultazione era in ogni caso scontato.

Un De Gasperi molto allarmato circa l’eventualità del plebiscito, scrisse agli ambasciatori di Washington, Londra, Parigi e Mosca per chiarire la posizione dell’Italia: «Sarebbe assurdo che mentre la Francia pone in discussione la nostra frontiera occidentale e Tito, fiancheggiato dalla Russia, quella orientale, fosse proprio l’America a porre in discussione anche la terza ed ultima frontiera italiana, quella del Brennero». Questo fatto, secondo De Gasperi, avrebbe frustrato «tutte le buone intenzioni e le prove di amicizia dateci da Washington», visto e considerato che l’Italia si stava già mobilitando per concedere «larghi e liberali provvedimenti per il rispetto delle minoranze». (4) Il realismo impose a De Gasperi di privilegiare l’aspetto pragmatico ed economico, anziché quello più ideale dei diritti delle minoranze. Uno dei punti su cui fece perno il ragionamento di De Gasperi, in favore dell’assegnazione dell’Alto Adige all’Italia, riguardava i fatti intervenuti nel periodo compreso tra il 1919 e il 1922. In questo lasso di tempo l’Italia liberale, non ancora soffocata dal crescente nazionalismo, aveva tentato di dare alle minoranze linguistiche (in primis a quella sudtirolese) una tutela speciale di cui si sarebbe fatto garante lo Stato.

Nel settembre del 1945 Gruber venne nominato nuovo segretario di Stato per gli Affari Esteri del governo austriaco. La sua posizione fu sempre disponibile al dialogo con l’Italia.

Non dobbiamo tuttavia credere che la questione del destino dell’Alto Adige fosse stata delegata dalle potenze vincitrici a una sorta di accordo privato tra Austria e Italia. Va detto che, a vario titolo, si erano dichiarati favorevoli a una possibile riannessione austriaca dell’Alto Adige i conservatori inglesi e americani; il medesimo obiettivo era stato auspicato dal generale De Gaulle fin dal 1943. Nel dare il proprio decisivo appoggio in favore del mantenimento dell’Alto Adige all’Italia, l’Unione Sovietica aveva fatto una riflessione opportunistica: mentre in Austria i movimenti comunisti non riuscivano ad avere riscontro – questo era quanto emerso dalle consultazioni democratiche del 1945 – le prospettive di affermazione del Partito Comunista Italiano sembravano tutt’altro che compromesse: perché allora consegnare all’Austria, questa fu la riflessione della dirigenza sovietica, una porzione territorio che in futuro avrebbe potuto essere compresa in uno Stato satellite dell’URSS?

Una svolta decisiva si verificò il 24 giugno 1946 quando il Consiglio dei ministri degli Esteri delle quattro grandi potenze vincitrici decise di confermare il confine di Stato del Brennero fra Austria e Italia: furono riassegnati a Vienna i confini posseduti all’epoca dell’inclusione nel Terzo Reich, nel 1938. Proprio a partire dal giugno del 1946 Erich Amonn e Josef Raffeiner, presidente e segretario generale della Südtiroler Volkspartei, si resero disponibili alla ricerca di una soluzione istituzionale alternativa a quella territoriale, ormai non più percorribile: il 7 luglio 1946 la dirigenza del partito consegnò al prefetto di Bolzano un memoriale in cui veniva sancita la rinuncia al terzo punto del manifesto di fondazione della SVP (che prevedeva, come già anticipato, una rivendicazione del diritto all’autodeterminazione della popolazione sudtirolese davanti alla Conferenza di Pace). A partire dalla fine del mese di giugno 1946 iniziarono i primi contatti fra De Gasperi e Gruber per la stipula di un accordo fra i due Stati. Il 20 luglio 1946 De Gasperi comunicò di volersi incontrare con il ministro degli Esteri austriaco «alla prima propizia occasione».

Quattro giorni più tardi, il ministro degli Esteri italiano prese atto della nuova posizione della SVP. Fu in questo clima e sulla base di queste considerazioni che, poche settimane dopo, venne firmato a Parigi l’accordo tra Alcide De Gasperi e Karl Gruber: l’accordo prevedeva l’equiparazione della lingua tedesca e della lingua italiana, l’eguaglianza dei diritti nei pubblici uffici e soprattutto i contenuti effettivi dell’autonomia (compresa la delimitazione del territorio autonomo ed anche la consultazione di rappresentanti locali di lingua tedesca nella fase di applicazione dell’autonomia). Qui vennero poste delle basi importanti per definire una nuova sensibilità verso le minoranze linguistiche: un fatto che di lì a poco si sarebbe manifestato in maniera solenne anche nella Carta costituzionale.


Note

1) Lorenzo Baratter, Le Dolomiti del Terzo Reich, Mursia, Milano, 2005, 361 pp. Il volume è attualmente alla seconda edizione. Per ulteriori approfondimenti: www.lorenzobaratter.it

2) Alcide De Gasperi, Sulla frontiera del Brennero, Roma, 30 luglio 1945 in L’accordo De Gasperi-Gruber nei documenti diplomatici italiani ed austriaci (a cura di Enrico Serra), Regione Autonoma Trentino Alto Adige, Trento-Bolzano, 1988, pp. 29-30.

3) Alcide De Gasperi, L’Italia ed i problemi della pace, Roma, 22 agosto 1945, in L’accordo De Gasperi-Gruber nei documenti diplomatici italiani ed austriaci, op. cit., p. 32.

4) Alcide De Gasperi, Passo italiano contro il plebiscito in Alto Adige, Roma, 16 settembre 1945, in L’accordo De Gasperi-Gruber nei documenti diplomatici italiani ed austriaci, op. cit., p. 50.

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