Ciò che mi propongo con la partecipazione a “Sintesi Dialettica”, è l’inizio di una riflessione aperta sul tema della democrazia, intesa come categoria concreta e reale e come diritto e dovere di ogni cittadino.

Si parla molto, anche se forse non abbastanza, del principio di sussidiarietà. Per come l’ ho inteso io è il diritto dei cittadini di decidere autonomamente delle questioni che li riguardano da vicino.

Per definire meglio i termini giuridici della questione, invito tutti e me stesso a consultare il Trattato dell’Unione Europea di Maastricht e il testo di modifica del Titolo V della seconda parte della Costituzione Italiana, approvato dal Parlamento l’8 marzo 2001.

Dall’esperienza politica che ho potuto fin qui maturare (milito da circa due anni nella Sinistra Giovanile e partecipo alle attività della mia sezione dei Democratici di Sinistra di Roma) ho tratto l’impressione che se ogni quartiere, ogni gruppo di interessi (artisti, pensionati, artigiani, professionisti etc.) avesse nelle istituzioni un referente diretto, che conosca le sue esigenze e al quale possa in ogni momento appellarsi,  il concetto della sussidiarietà si andrebbe risolvendo mano a mano da solo.

Anche senza modificare l’ordinamento giuridico vigente, se i cittadini si avvicinassero di più alla politica, – e se la politica si lasciasse avvicinare! – vivremmo già in una democrazia migliore.

Le persone dovrebbero essere incoraggiate ad aggregarsi, a condividere i problemi, a elaborare soluzioni comuni e ad attuarle. Quando, inoltre, si presenta la necessità dell’intervento delle istituzioni, le persone hanno il diritto di avere un referente eletto che conosca le loro necessità.

Bisogna, peraltro, vedere in che maniera si può intervenire nella scelta dei candidati.

Nelle sezioni DS – ce n’è all’incirca una per ogni quartiere – il “direttivo” sceglie i candidati per i municipi che, di fatto, rappresentano la base della classe politica.

In genere vengono scelti – e si auspica che sia così – i candidati più radicati sul territorio, quelli che hanno svolto un migliore lavoro di relazione con i cittadini, (e il lavoro di un buon politico consiste sostanzialmente nell’ascolto dei problemi e dei consigli dei cittadini di modo da poter agire nei loro interessi con cognizione di causa), cosicché siano anche dei candidati che siano in grado di raccogliere molti voti. Questo è un processo democratico.

Il direttivo della sezione viene eletto da un congresso che riunisce tutti gli iscritti, i tesserati,. Questi eleggono così gli organi direttivi che poi proporranno i candidati. Anche questo, tutto sommato, è un processo democratico.

Si parla di ricambio della classe politica, ma se la volontà dei cittadini in tal senso non si fa sentire, è difficile che chi detiene posizioni di potere le ceda volontariamente.

Io personalmente ritengo che sia auspicabile aprire le sezioni dei partiti a tutti i cittadini che ne vogliano usufruire, anche cittadini appartenenti a diversi partiti, per avere dei momenti di confronto, di condivisione e per fare delle cose insieme. Non per niente i regimi autoritari vietavano le libere associazioni tra cittadini, perché esse hanno in sé uno “spirito rivoluzionario”, quando si incontrano le persone acquistano coraggio, uniscono le forze e possono fare molte cose e questo può non piacere a chi gradisce amministrare la Cosa Pubblica senza trasparenza.

Un problema a parte riguarda quei partiti che non hanno più sedi territoriali. Essi avrebbero un importantissimo bacino d’utenza, rappresentato dall’elettorato laico cattolico di sinistra e non solo, e con i quali a mio avviso non si farebbe alcuna difficoltà a trovare punti programmatici in comune: sul principio della sussidiarietà che è uno dei fondamenti del popolarismo sturziano; sul sostegno alla famiglia, sulle politiche sociali, sull’immigrazione ecc.

Inoltre dovremmo impegnarci a sostenere la libera iniziativa in ogni campo, compreso quello politico. C’è molto da fare e quanti più saremo, più risultati potremo ottenere. S’intende, con la buon volontà.

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