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Le dottrine economiche del liberismo e del marxismo-comunismo appartengono al filone filosofico aristotelico.

Tuttavia, nonostante il sistema di pensiero prodotto da Aristotele abbia il vizio epistemologico della descrittività, con la pretesa di un’esaustività di chiusura che blocca le facoltà creatrici del pensiero (1), esso non presenta sicuramente, almeno in apparenza, il vizio del semplicismo. Le due dottrine economiche liberista e marxista-comunista, invece, presentano anche il vizio del semplicismo in quanto disconoscono la complessità umana, poggiando rispettivamente l’accento sulle single issues della libertà e dell’eguaglianza, con i due pseudo-soggetti del libero mercato e della lotta di classe. Dunque, entità materiali, facilmente distinguibili: da una parte le dinamiche del (cosiddetto) libero mercato come fulcro dell’economia, dall’altra la semplice forza lavoro statalmente manovrata.

E’ opinione diffusa – soprattutto nei sostenitori dell’una e dell’altra dottrina – che il panorama del pensiero e delle politiche economiche si esaurisca attorno a queste due scuole (2). Invece, anche il pensiero economico di John Maynard Keynes ha avuto le sue importantissime applicazioni, ed ancor oggi i suoi estimatori, o più semplicemente conoscitori (3). Tuttavia, anche la dottrina keynesiana evidenzia il vizio del semplicismo, e la medesima radice materialista delle altre due. Ma – e così avvio il discorso verso ciò che vuol essere il tema portante di questo scritto – il keynesismo è la semplificazione assoluta di quella scuola di pensiero che sul progresso tecnologico-scientifico – e non il keynesiano mero impiego di forza lavoro in opere pubbliche –, sul dirigismo nazionale – e non il semplice interventismo keynesiano – e sul credito nazionale – e non il monetarismo ribadito anche con il progetto di Keynes per gli accordi di Bretton Woods del 1944, che invece videro passare la linea Roosevelt-White – fonda il sistema americano di economia politica così come denominato dal primo Segretario al tesoro degli Stati Uniti (dal 1789 al 1794), Alexander Hamilton.

Dopo la Guerra d’Indipendenza dalla Gran Bretagna e la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 (4), il sistema economico adottato da Hamilton rappresentava una vera e legittima guerra economico-finanziaria all’imperialismo britannico. Non è forse un caso che nello stesso anno della dichiarazione d’indipendenza americana, da un funzionario della Compagnia britannica delle Indie Orientali, avamposto economico del governo inglese, Adam Smith, venisse concepita La Ricchezza delle Nazioni. Il sistema economico preconizzato da Smith è epistemologicamente antitetico (5) a quello che Hamilton svilupperà poi in forma scritta tra il 1790-91 con il Rapporto sul credito, il Rapporto sulla Banca Nazionale e il Rapporto sulle manifatture. Infatti, il sistema hamiltoniano (6) si fonda sul favorire con un insieme di vantaggi e di premi la creazione di manifatture e l’utilizzo di nuove macchine (per Smith gli americani avrebbero dovuto occuparsi dell’esportazione di materie prime), di promuovere l’immigrazione di mano d’opera straniera, di tassare l’importazione dei prodotti finiti stranieri (per Smith ed il liberalismo britannico era il dio pagano della ‹‹mano invisibile›› a dover regolare i rapporti), d’interdire l’esportazione di materie prime (per Smith, invece, l’esportazione di materie prime rappresentava l’unica cosa che potessero fare le economie in erba, restando così sempre in erba!), di favorire le invenzioni e di costruire una rete nazionale d’infrastrutture di trasporto. Tutti questi propositi sono fondamentalmente opposti al sistema di Adam Smith e dei suoi eredi di oggi (Fondo Monetario Internazionale, Trattato di Maastricht, Wto), dove è la cosiddetta libertà dei mercati l’unico direttore d’orchestra.

Nel sistema americano di economia politica il fulcro dell’economia è rappresentato dall’Uomoe non dagli artificiali mano invisibile del mercato o classe proletaria. La concezione dell’Uomo che si viene ad avere è quella dell’uomo dotato di ragione creatrice, la cui manifestazione più evidente la si ha con il progresso tecnlogico-scientifico. Quest’ultimo, non sarebbe solo una scelta, ma un dovere morale. Infatti, la crescita geometrica della popolazione umana, impone all’uomo di migliorare sempre più le proprie capacità di rapportarsi alla biosfera. In caso contrario, e solo in caso contrario, l’entropia farà il suo corso (7).

Hamilton asserì espressamente:

La ricchezza intrinseca di una nazione non si misura attraverso l’abbondanza del metallo prezioso che essa cela, ma dalla quantità e dalle produzioni [dunque la qualità a queste intrinseca, ndr] del suo lavoro e della sua industria […]. Così, lo stato dell’agricoltura e delle sue manifatture, la quantità e la qualità della mano d’opera e dell’industria devono influenzare e determinare l’accrescimento o la riduzione della scorta di oro e di argento. […] (8)

I lavori di Friedrich List (9) ed Henry Charles Carey (10), esponenti del sistema americano di economia politica, indicano nell’Uomo la vera ricchezza di una nazione.

Dunque Hamilton, List e Carey, si preoccupano non solo delle tecniche per regolamentare l’economia – e ciò alla stessa stregua di liberisti, marxisti o keynesiani – ma soprattutto di come creare la ricchezza, da dove essa provenga. Essa, dunque, non è data per scontata, ma, i tre (11), si preoccupano di porre l’accento sull’elemento centrale che porta alla ricchezza, ossia ciò che qui viene chiamata capacità di ragione creatrice, qualità distintiva dell’uomo, e senza la quale la popolazione mondiale sarebbe restata ai livelli prerinascimentali o ancor peggio preistorici. Onde evitare l’assenza di chiarezza: progresso tecnologico-scientifico e sviluppo infrastrutturale e industriale sono la prova che l’uomo sta ampliando le proprie capacità creativo-cognitive nell’universo. Vie di comunicazione, strutture energetiche, produzioni agricole, di beni strumentali e di consumo, sono l’utile segno dello sviluppo creativo-cognitivo dell’uomo, che invece la semplice esportazione di materie prime riduce alla stregua di asini da soma. A dispetto degli ingenui altermondialisti e liberisti, l’incremento di questo potere creativo-cognitivo è un dovere e non una scelta, pena altrimenti il cadere in diaboliche politiche malthusiane.

Dunque, se il fulcro dell’economia è l’Uomo ecco che la macchina statale dovrà adoperarsi affinché tutti gli individui possano esprimere la propria vera umanità, che è tale quando l’individuo è messo nella condizione di poter esprimere la propria ragione creatrice, che nella scienza – il lavoro ne è l’applicazione – così come nell’arte, è tale quando riesce a far prevalere, in ultima istanza, il livello noetico su quelli biotico ed abiotico (12).

Lo Stato – da intendersi come Stato-comunità e non come Stato-persona –, come patto di collaborazione tra i consociati, dunque come Nazione, rappresenterà allora quella sovranità popolare che per il singolo individuo si chiama vita, libertà e diritto alla ricerca della felicità. Ecco che, allora, il dirigismo nazionale non è certo una forma d’oppressione della libertà individuale, quanto piuttosto un patto di collaborazione – un’armonia degli interessi, per riprendere le parole di Carey – per il perseguimento del Bene Comune che si fonda proprio sul riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo. Dunque, i musicisti non si priveranno dei loro strumenti o della loro creatività, né tanto meno saranno arbitrariamente scollegati gli uni dagli altri rischiando che la musica dell’uno confligga con quella dell’altro, bensì, consci della necessità di avere un direttore d’orchestra che li diriga (il Governo nazionale), manifesteranno le loro capacità all’interno, ogni volta, di una nuova composizione in modo che i suoni siano in armonia gli uni con gli altri creando così la musica ricercata.

Dopo aver individuato il principio ed il fine dell’economia, l’Uomo, ed il soggetto agente, lo Stato-Nazione come unione d’intenti verso il Bene Comune che i consociati si danno, resta da individuare lo strumento con cui agire.

Alexander Hamilton, con il Rapporto sul credito ed il Rapporto sulla Banca nazionale, individua nel credito, in quanto rapporto centrato su quel sentimento nobile che più si manifesta nel vivere quotidiano, la fiducia, lo strumento sociale per il progresso. Il credito a cui si fa riferimento, è un credito a basso tasso d’interesse, a lunga scadenza, e diretto verso quelle attività produttive considerate socialmente utili. E’ per questo che esso dovrà essere generato da una Banca nazionale (13), organo dell’esecutivo, dunque sotto diretta responsabilità del Governo. Qui c’è un attacco fortissimo al sistema sostanzialmente privatodella Banca centrale indipendente, che altro non è che il direttorio delle banche private nel cui capitale partecipano, che con le manovre sui titoli e sul saggio d’interesse determinano il circolante finanziario di un sistema economico. Hamilton, invece, aveva ben chiaro che il credito, a seconda di come utilizzato, può essere uno strumento pericoloso per la collettività perché genera inevitabilmente inflazione reale (14) se non indirizzato ad attività di produzione strategica.

Così il Governo, organo esecutivo della sovranità popolare, politicamente responsabile – diversa cosa, invece, per la banca centrale che non è politicamente responsabile e che dunque si presenta come un deus ex machina, un Olimpo, che dal di fuori, arbitrariamente, muove le redini del gioco – agirà attraverso la propria banca nazionale per l’emissione di credito, il quale sarà erogato soltanto per il finanziamento di quelle attività produttive considerate utili alla collettività. In questo modo, la liquidità generata da quel credito, è assorbita dal complesso produttivo con la creazione di nuovi beni dal maggior contenuto tecnologico-scientifico che gli individui punteranno ad avere. Nel breve periodo ciò genererà nuova occupazione, ma questo rappresenta soltanto l’aspetto parziale della questione. Ciò che più conta è il medio-lungo periodo. Infatti, durante questo, oltre all’arricchimento produttivo nell’economia fisica (dato dai nuovi beni strumentali e di consumo, o dalle infrastrutture creati grazie a quel credito), si avrà anche un arricchimento finanziario (generato dal normale effetto moltiplicatore dei nuovi depositi bancari, che deriveranno sempre da quel credito) con cui ripagare il debito contratto dal sistema produttivo nei confronti della banca nazionale (e dunque della collettività). La ricchezza prodotta, ovviamente, genererà nuove entrate fiscali per l’erario, che potranno essere utilizzate per ulteriori servizi sociali.

La cosa più interessante è che il ritorno, se la produzione si è centrata su nuove scoperte e concezioni, sarà di molte volte superiore al credito inizialmente emesso, avendo addirittura effetti anti-inflattivi. Infatti, più l’innovazione tecnologico-scientifica sarà cruciale e più si ripercuoterà nei vari campi della vita generando così nuove presenze fisiche (beni strumentali e di consumo, ed infrastrutture). Queste presenze fisiche, dunque, saranno tanto superiori alla nuova liquidità aggiunta nel sistema, quanto sarà importante l’innovazione concepita; così assisteremo ad un abbassamento dei prezzi. Concepito in questo modo il sistema economico-finanziario non è altro che un sistema di continuo sviluppo tecnologico-scientifico orientato verso l’infinito. Paradossalmente, poi, ciò con cui confligge questo sistema, è 1) la creazione di monopoli, e 2) di concentrazioni finanziarie, con tendenza progressivamente sempre più prossima all’eguaglianza, per le sue qualità deflattive. Contro l’emergere di monopoli, è il continuo “rimescolio” generato dalle nuove sfide, offerte dalla necessità costante dello sviluppo tecnologico-scientifico che di volta in volta potrà vedere l’emergere di nuove soggettività.

Contro le concentrazioni finanziarie, poi, perché questo sistema è intrinsecamente antispeculativo e imperniato sullo sviluppo dell’economia fisica. Infatti, il sistema fiscale sarà improntato a rendere sconveniente la ricchezza finanziaria e vantaggiosi gli investimenti produttivi. Le politiche pro-austerità dei tagli della spesa, invece, sono intrinsecamente destinate a risultati opposti. Si tagliano i servizi per la comunità, per abbassare il debito pubblico (15), ed è consequenziale che manchino i soldi per la ricerca tecnologico-scientifica e per migliori infrastrutture che consentano una ripartenza dell’economia. Il sistema, dunque, è sempre più vetusto e meno efficiente, produrrà meno e l’introito fiscale per lo Stato scemerà. Il debito, così, nonostante gli apparenti migliori risultati finanziari che si verificano nel breve periodo, nel medio-lungo periodo tornerà ad aumentare. Il paradosso, allora, è che i sistemi centrati sul taglio della spesa, promettono per il futuro solo maggior debito e minor welfare. Questo è ciò che avviene da oltre trent’anni in tutti i Paesi che abbiano applicato ricette liberiste centrate sui tagli della spesa.

Nell’attuale sistema di banca centrale indipendente il credito è emesso in modo arbitrario ed anarchico. Chi ha la possibilità di poterne fare richiesta lo può indirizzare dove meglio crede: nella speculazione finanziaria od immobiliare, tanto per centrare l’aspetto più degenerato del problema. Questo aumenta dunque la liquidità presente nel sistema, ma non la quantità di produzione pronta ad essere accolta dal mercato (16), ed ecco quindi che si genera inflazione.

Come si sarà potuto notare, nel sistema americano di economia politica tutto è costruito di modo da consentire uno sviluppo di tipo democratico, per la realizzazione della sovranità popolare, finalizzato all’Uomo, e dunque centrato su quella qualità distintiva che è la capacità di ragione creatrice che si manifesta col progresso tecnologico-scientifico, necessitato, si è detto, dalla crescita geometrica della popolazione che altrimenti dovrebbe essere affrontata con le oggi dominanti, volute o meno, tecniche malthusiane (17).

Se questi sono i pilastri del sistema americano di economia politica, è ovvio che non si potrà prescindere da una regolamentazione statale che tuteli e sviluppi questo sistema, perché questo è il suo compito; in caso contrario, l’eterogenesi dei fini sarà più che probabile.

Oggi, dopo circa un quarantennio d’oblio, ritrova voce il sistema americano di economia politica. Soprattutto grazie all’attività di pressione del movimento dell’economista americano Lyndon LaRouche, la tradizione hamiltoniana è stata riscoperta da esponenti politici americani come l’ex Ministro del tesoro del governo Clinton, Robert Rubin, con l’Hamilton Project, o con il ddl by-partisan National Infrastructure Improvement Act of 2006,tra i cui firmatari Hillary Clinton, o ancora, con l’ex Ministro italiano dell’economia, Giulio Tremonti, il quale ha avuto talvolta il coraggio di accennare pubblicamente ad Hamilton.

In tempi di dissesti finanziari globali, probabilmente non ancora pienamente manifestatisi in tutta la loro gravità, il sistema americano di economia politica, contrapposto alle politiche neo-liberiste intrinsecamente speculative, rappresenta l’unica vera via d’uscita verso una concezione dell’economia e dell’uomo che renda alla persona umana la dignità e la consapevolezza di dover operare per il Bene Comune, come esercizio scientifico dell’amore per il prossimo e dunque, in ultimo scopo, per il proprio arricchimento interiore.


Note

1) L’esperienza medioevale, che al fisso modello aristotelico si rifaceva, dovrebbe essere sufficiente per comprendere la mediocrità dello stesso.

2) A dire il vero oggi è minoranza quasi nascosta ed invisibile quella dei sostenitori del marxismo-comunismo. Tuttavia, che la conoscenza comune si concentri esclusivamente su queste due scuole del pensiero economico, è reso ben evidente dalla frase molto comune nei salotti televisivi in cui si parla di economia: ‹‹Bene, non le piace il liberismo? Allora vuole il comunismo!››.

3) Circa la scuola monetarista, essa, può essere considerata una derivazione della scuola liberista.

4) E’ opinione maggioritaria, se non assoluta, che la Dichiarazione d’Indipendenza americana sia derivata dallo scontro filosofico tra l’“ottimista” John Locke ed il “pessimista” Thomas Hobbes. Qui, invece, ci pare difficilmente contestabile l’idea per cui il vero ispiratore di quel rivoluzionario atto nella storia repubblicana dei popoli, sia stato Gottfried Wilhelm Leibniz. A far propendere per questa tesi sono in generale la conoscenza che Benjamin Franklin e William Penn avevano della figura di Leibniz, nonché, in particolare, la dedica, indirettamente fatta al filosofo tedesco, nominando la capitale della Pennsylvania, Filadelfia (Leibniz fu autore dello scritto Societas Philadelphica). Ancora, la triade vita-libertà-felicità della dichiarazione americana è ripresa dallo scritto di Leibniz ed è in contrapposizione alla triade utilizzata da Locke per la Costituzione della Carolina del Sud, vita-libertà-proprietà.

5) L’economia marxista-comunista, come abbiamo visto, dal punto di vista dei principi non è antitetica al modello liberista, ma poggia sulla medesima radice materialista.

6) E’ in realtà concettualmente sbagliato definire il sistema hamiltoniano o sistema americano di economia politica, come un sistema. Infatti, il sistema è un qualcosa di chiuso, con pretesa d’esaustività. L’approccio hamiltoniano, invece, è intrinsecamente aperto in quanto centrato sull’uomo e sulle sue capacità di ragione creatrice, facilmente evidenti nel caso dello sviluppo tecnologico-scientifico. Non è un caso che il suo approccio, in quanto aperto, ottenne successivi contributi teorici con Friedrich List ed Henry Carey.

7) Il principio dell’entropia, o seconda legge della termodinamica, fu sviluppato da Rudolph Clausius. Agli inizi degli anni ’70, l’economista Nicholas Georgescu-Roegen, trasferisce tale principio in ambito economico. Fra i suoi continuatori vi è anche Jeremy Rifkin. Il principio entropico, in realtà, ha validità solo se si segue un approccio settoriale, e dunque, in ultima istanza, si ha una concezione dell’uomo come animale terrestre, piuttosto che come imago viva dei universale. Infatti, la storia dell’uomo dimostra, proprio grazie alle sue capacità di ragione creatrice, che la creazione di energia è avvenuta passando, senza pretesa di esaustività, dalla combustione della legna, a quella del carbone, all’utilizzo della forza offerta dal vento e dall’acqua, attraverso il petrolio, ed il nucleare. La scarsità quantitativa presente in ogni elemento è stata così, di volta in volta, risolta, senza che la scarsità stessa lo imponesse, ma solo perché la scoperta umana ne suggeriva la sostituzione. Allora, considerata nel suo complesso, la biosfera è noosfera. Ecco che l’entropia è più un fenomeno imposto da precisi interessi oligarchici che non una realtà con cui l’uomo non abbia la facoltà di rapportarsi in termini morali (la riduzione o controllo della popolazione mondiale, è chiaramente immorale, poiché anti-giudaico-cristiana come rilevabile dal ‹‹siate fecondi e moltiplicatevi›› della Genesi, o dall’ama il prossimo tuo come te stesso, nonché dall’epistemologia socratica).

8) A. Hamilton, Report on a National Bank, 1790.

9) F. List, The National System of Political Economy, 1847.

10) H. C. Carey, The Harmony of Interests: Agricultural, Manufacturing, and Commercial, 1851.

11) L’eco del lavoro di Leibniz è in essi fortissimo.

12) E’ questa la tripartizione del biogeochimico Vladimir IvanovichVernadsky. Il dominio abiotico è quello del mondo non vivente; il dominio biotico è quello del mondo vegetale ed animale; il dominio noetico è quello consentito esclusivamente dalla presenza dell’uomo nella natura, il quale “aggiungendo” alla biosfera le proprie facoltà spirituali (noesi), incrementa il potenziale del pianeta (ed anche dell’universo, mi permetto di aggiungere).

13) La questione della banca nazionale, e del relativo potere di emettere moneta, è una questione cruciale per il pieno perseguimento della sovranità nazionale del Popolo. La moneta deve essere ovviamente emessa dallo Stato sovrano. Oggi, invece, lo Stato paga il costo rappresentato dal saggio di sconto, alla banca centrale, costituita da banche private. Dunque, lo Stato paga un costo a dei privati, per una funzione che invece dovrebbe spettargli ab origine. A causa della questione monetaria, vennero assassinati sette presidenti statunitensi: quattro con armi da fuoco – Abraham Lincoln nel 1865, James Abram Garfield nel 1881, William McKinley nel 1901 e Kennedy nel 1963 – e tre per avvelenamento – William Henry Harrison nel 1841, Zachary Taylor nel 1850, Franklin Delano Roosevelt nel 1945. Questa questione della sovranità monetaria è denunciata da molti ambienti di varia, ed anche controversa, estrazione. Ciò che mi preme sottolineare, è che oltre a risolvere il problema di questa limitazione della sovranità, si deve puntare a far sì che lo Stato, andando oltre la completa convertibilità aurifera (od anche argentifera, come cercò di fare John Kennedy), crei credito per lo sviluppo tecnologico-scientifico.

14) Parlo di inflazione reale non a caso. Infatti, pur avendo un’inflazione nominale prossima al 2% – dunque formalmente bassa – possiamo avere degli effetti fortemente negativi sui tenori di vita reali, nel momento in cui per esempio gli stipendi crescono meno del 2% od addirittura decrescono. La Costituzione europea, per ora congelata, per esempio, parla genericamente di inflazione come uno degli obiettivi primi da tutelare. La tutela dall’inflazione nominale è sicuramente di vantaggio per i grossi complessi finanziari i quali crescono più di quella. Essa, però, non aiuta gli stipendi dei ceti medi o bassi, che notoriamente crescono meno dell’inflazione nominale. La tutela dall’inflazione reale (dunque il rapporto tra la % di crescita dell’inflazione nominale e la % di crescita degli stipendi), invece, è di vantaggio per i ceti medi o bassi, ma non per gli alti, nel momento in cui questi riducono il vantaggio di crescita a cospetto degli altri.

15) A questo proposito è interessante notare che quasi tutti gli Stati del mondo sono gravemente indebitati. Ma chi è il creditore? Nel caso dell’Italia, per esempio, il 50% del debito grava verso banche private straniere.

16) Con “pronta ad essere accolta dal mercato” s’intende che il prodotto creato deve avere appeal commerciale. Siamo di fronte, dunque, non ad una formula, ma ad un qualcosa che comporta delle responsabilità di arte del buon governo (politiche).

17) E’ interessante notare come l’idea diabolica di Thomas Robert Malthus di risolvere il problema della crescita demografica incentivando le condizioni di miseria delle fasce deboli della popolazione (Saggio sui principi della popolazione, 1798), oltre ad essere stata sostenuta ed affinata da Charles Darwin ne l’Origine dell’uomo per selezione sessuale, abbia trovato suoi esponenti anche in Bertrand Russell (vedi in particolare L’impatto della scienza sulla società, Newton Compton, 2005). Essa, invece, è completamente rifiutata nel primo ventennio del secondo dopo guerra, quando esponenti politici come John Fitzgerald Kennedy e Giorgio La Pira parlano di un’Alleanza planetaria per portare la vita sugli altri pianeti. L’uomo, da questi statisti non è mai visto come un ingombro che possa togliere spazio ai presenti. Tuttavia, dopo la scomparsa di soggetti morali come questi, dagli anni ’70 è tornato in voga un pensiero unico – combattuto solo dalla Chiesa cristiana – che vede nella crescita demografica un male da debellare. Celebri in tal senso sono la posizione del Dalai Lama, del Principe Filippo d’Edimburgo (‹‹Nel caso in cui mi reincarnassi mi piacerebbe essere un virus mortale per contribuire in qualche modo a risolvere il problema della sovrappopolazione››, Deutsche Press Agentur, agosto 1988), del Club di Roma con I limiti dello sviluppo, o di Henry Kissinger che tale posizione ha assunto in un documento per la sicurezza nazionale (NSSM-200) del 1974, oggi declassificato. 

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