Avverto il dovere di mettere bene in chiaro, sin da subito, che questa recensione non può che essere acefala e cioè priva, al momento del suo aprirsi al lettore, di una sintetica presentazione dell’autore, come di solito si conviene a scritti di tal fatta, e questo perché è l’autore stesso, che in questo caso, ha usato tutta la sua opera per presentare sé stesso, intenzione enunciata sin dalla copertina, dove sotto il nome di Giorgio Napolitano si legge questo titolo: “Dal Pci al socialismo europeo/Un’autobiografia politica”.

A chi si appresta a leggere queste righe, vorrei inoltre dichiarare la tanta umiltà con cui mi sono apprestato a scriverle, e aggiungere che ne è richiesta altrettanta, lo dico con franchezza, a chi si appresta a leggerle. Non è il mio un modo per prendere le distanze dalle mie idee, ma il non tacere, che un’operazione critica su un testo come questo, la cui rilevanza emerge pagina dopo pagina senza soluzione di continuità, forse richiederebbe ben altra levatura intellettuale che non quella di cui dispongo, e questo devo dirlo, insieme per altro alla affermazione che quanto segue, è però frutto di una lettura delle pagine di Napolitano, che ho cercato di mettere al meglio possibile a confronto, con il bagaglio culturale di cui dispongo, frutto non solo di altre esperienze e di altre letture, ma anche di un mio personale, seppur modesto, impegno nel Partito Socialista Italiano, in cui ho militato dal 1971 al 1991, e poi per un triennio, nel partito dei Democratici di Sinistra, dal 1998 al 2001.

Alla squadernata saviezza cui ho fatto cenno, mi è toccato poi aggiungerne altra di saviezza, dettata questa, dalla notizia del premio Benedetto Croce per la saggistica, che una giuria, presieduta da Natalino Irti, e composta da Biagio De Giovanni, Ferdinando Di Orio, Paolo Gambescia, Costantino Felice e Dacia Maraini, ha assegnato per il suo saggio, al Senatore a vita. Giorgio Napolitano Senatore a vita, oggi, dunque, ma da sempre, sin da quando giovanissimo incrociò le ragioni della politica, uomo politico a tutto tondo, capace di scegliere il suo impegno, al costo alto, e non sottaciuto, di “una seria incrinatura del rapporto umano” con il padre; tanto più seria, tanto più dovuta proprio al conflitto fra le aspettative del padre di vedere il figlio Giorgio avviarsi alla “professione di avvocato”, e la scelta di quest’ultimo di “schierarsi politicamente con i comunisti, e del suo avviarsi addirittura ad un impegno politico a pieno tempo nel PCI come funzionario”.

E questo avveniva calandosi in una Napoli caratterizzata da “punte di caotico plebeismo”, e forte e soprattutto consapevole, “dell’esempio morale e culturale che dal padre gli era venuto”, e uscendo dalla biblioteca paterna, “fasciata da imponenti scaffalature di mogano fino al soffitto, nelle quali aveva trovato …Croce …. le annate del «Corriere della Sera» …. e Balzac e Maupassant …..Zola e Proust” Napolitano con il suo saggio, offre innanzi tutto prova che “il silenzio dei comunisti”, oggi, è squarciato per sempre da testimonianze come la sua, e che nel suo caso, con la raffinata lucidità che da sempre lo contraddistingue, anche volendosi limitare alla conoscenza della sua sola immagine (e dalla stampa di questo libro questo non è più consentito), ci consegna i vividi tratti di un uomo, che ha scelto una militanza totalizzante, al punto (a mio parere con troppa indulgenza) di vedere un PCI, non solo “difensore della Costituzione repubblicana”, ma anche di quella “libertà della cultura”, che ne avrebbe sancito sin dall’immediato dopoguerra, una “laicità”, che ancora oggi i suoi epigoni, non hanno fatto (sempre a mio parere) compiutamente propria.

Ma una raffinata lucidità, che ci consegna anche i vividi tratti di un uomo, che non ha mai evitato di collocarsi nei punti dove la tensione, fra la necessità di non perdere mai d’occhio “la lucidità e razionalità politica nel comportamento collettivo del partito”, e il suo ancorarsi –del partito collettivo- troppo drasticamente, a “formule e giudizi senza appello”, si risolveva puntualmente in una tensione gravida di errori e sempre bisognosa di mediazioni alte per essere superata, condizionata come è stata per troppi anni (e forse a tutt’oggi non ancora compiutamente risolta), da un “antisocialismo che si era accumulato nella base del PCI.” Al dunque, questo porsi sempre con umiltà pari alla sua determinazione, nei punti dove più alto si profilava il rischio di rottura, fra la sua scelta politica di campo, e il mondo in cui tale scelta politica doveva calarsi, mi pare l’elemento che più di altri, segna questa biografia, e anche quando l’uomo di parte si fa uomo delle istituzioni, ancora emerge questa vocazione alla fedeltà a quello che ritiene il “proprio compito –professione come missione- di un’assoluta integrità personale, di una non comune severità di costumi”, sempre da onorarsi, proprio come aveva, sin dall’inizio, appreso dall’esempio del padre. In conclusione, si può davvero riconoscere a questo libro, il suo essere “ merce rara ”, in quanto è un contributo ispessito da limpida onestà intellettuale, volto a tenere viva la memoria di tutti. Tutti quelli che i tempi li hanno vissuti e tutti quelli che si apprestano a viverne altri di tempi, ma non meno lacerati anche questi, dai dubbi, non meno appesi, anche questi, alla necessità di avere fiducia nella politica.

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