La diplomazia sovietica e l’accordo con la Germania nazionalsocialista
L’accordo siglato il 23 agosto del 1939 stabilì un’alleanza de facto che unì l’Unione Sovietica e la Germania fino alla metà del 1941. Abbandonata la linea della “sicurezza collettiva” perseguita fino all’inizio del 1939, Stalin orientò la politica sovietica a stringere un accordo con Hitler, con lo scopo principale di tenere il paese al di fuori della guerra che di lì a poco avrebbe sconvolto l’Europa.
La caduta del Muro di Berlino, della quale in questo periodo ricorre il ventennale, ha consentito una lettura più obiettiva e serena di tanti aspetti rilevanti della storia dell’Unione Sovietica.
Tra questi senz’altro il controverso accordo che unì per quasi due anni le sorti della Russia comunista e quelle della Germania nazionalsocialista tra il 1939 e il 1941.
Alle soglie del 1939 le cancellerie europee avevano relegato la diplomazia sovietica in una posizione di sostanziale marginalità.
La politica “comunitaria” che, su indicazione di Stalin, veniva perseguita e guidata dal Commissario del popolo agli Affari Esteri Maxim Litvinov in seno alla Società delle Nazioni, non diede i risultati sperati (1).
Litvinov, negli anni in cui ricoprì la carica, dal 1930 al 1939, orientò la politica estera dell’Urss nella direzione che fu allora definita della “sicurezza collettiva” (2). Con la nascita dei regimi fascisti nel cuore del continente, e in particolar modo dalla presa di potere di Hitler in Germania, il Commissario del popolo di Stalin ritenne che un avvicinamento alle potenze democratiche, volto alla stipula di un sistema di alleanze che avesse mantenuto lo status quo nell’Europa orientale, sarebbe stata la strada migliore da perseguire per mantenere l’URSS al di fuori di un conflitto che si riteneva inevitabile, garantendo, per l’appunto, quella sicurezza reciproca dei paesi non revisionisti (3) che necessitava, secondo Litvinov, di un’azione collettiva per essere preservata.
La retorica anticapitalista utilizzata dai massimi dirigenti sovietici andò attenuandosi a partire dal 1935. Al culmine del tentativo di distensione nei confronti dei paesi democratici, il 14 febbraio del 1938 un articolo della Pravda a firma di Stalin identificò come i massimi nemici della pace l’imperialismo giapponese e i regimi fascisti di Germania e Italia (4).
Il 6 novembre dell’anno precedente, con l’adesione formale dell’Italia, i tre paesi si erano uniti in un accordo in funzione antisovietica, significativamente detto Patto Anticomintern (5).
Il Cremlino perseguiva chiaramente l’obiettivo di rimanere al di fuori di una guerra che, secondo le valutazioni dei dirigenti sovietici, di lì a poco avrebbe coinvolto i paesi capitalisti e quelli fascisti, mantenendosi in una posizione di equidistanza che mirava a prendere tempo e a non coinvolgersi nel serrato confronto diplomatico se non quando inevitabile.
Posizione che apparve non essere condivisa appieno da Litvinov, che, pur fedele alle indicazioni di Stalin, continuava a perseguire una propria linea definibile come filo-occidentale (6). Nel dicembre del 1937, per esempio, il Commissario agli Esteri rilasciò un’intervista ad un giornalista americano, J.T.Whitaker, nella quale, rispondendo a domanda precisa, sostenne che, prima di attaccare l’Unione Sovietica, i tedeschi avrebbero marciato ad Occidente, e che comunque non l’avrebbero fatto prima di venire a Mosca a negoziare un accordo che gli avrebbe evitato la dispersione delle truppe su due fronti (7).
La linea di Litvinov non riscuoteva simpatie unanimi all’interno della dirigenza sovietica.
Nella riunione del Soviet Supremo del Partito Comunista Sovietico tenutasi nel gennaio del 1938, prima l’ideologo del partito, Andrej Ždanov e poi il Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo, Viačeslav Molotov , criticarono aspramente la linea del Commissariato agli Esteri (8).
La Conferenza di Monaco, convocata per il 29 e 30 settembre del 1938 per dirimere la vertenza che oppose Germania e Cecoslovacchia sul controllo della regione dei Sudeti, vide l’umiliazione di Litvinov e della diplomazia sovietica, esclusa dai febbrili dialoghi che portarono ad un’effimera pace destinata a durare lo spazio di qualche mese (9). Il 15 febbraio di quello stesso anno la Francia aveva lasciato cadere nel vuoto il tentativo sovietico di sondare la reale volontà occidentale di porre un freno all’aggressività di Hitler tramite un comunicato nel quale il Cremlino si dichiarava pronto ad accorrere in soccorso della Cecoslovacchia nel caso la Francia avesse fatto lo stesso.
A partire dall’autunno di quell’anno, iniziò una delicata distensione fra i due stati totalitari. L’Unione Sovietica si vide marginalizzata nello scacchiere diplomatico continentale. Ma soprattutto dopo Monaco, se la politica della sicurezza collettiva non poteva considerarsi definitivamente fallita, a Mosca non si potevano altresì escludere altri cedimenti da parte dei franco-britannici.
Il 23 marzo del 1939 la Gran Bretagna garantì unilateralmente la salvaguardia delle frontiere polacche. Per un incomprensione in un dialogo tra il primo ministro inglese Neville Chamberlain e l’ambasciatore sovietico a Londra Ivan Majskij, il 31 marzo il primo ministro inglese, informando il Parlamento delle garanzie date alla Polonia, affermò che Mosca era in procinto di agire nella stessa direzione.
Nonostante la rapida smentita del Cremlino, la dichiarazione di Chamberlain aprì un solco definitivo tra Inghilterra, Francia e Germania, riconsegnando all’URSS un ruolo di determinante negli sviluppi della situazione internazionale.
Il crescente peso acquisito dalla Germania e la debolezza mostrata dagli stati democratici posero le basi per un rapido riorientamento della diplomazia sovietica, nell’ottica di quel realismo che ne aveva mosso i passi lungo tutto il corso del decennio.
Nell’ottobre del 1938 Litvinov ed il conte von Schulenburg, ambasciatore tedesco a Mosca, stabilirono di comune accordo che i mezzi di stampa dei due Paesi si astenessero dall’attaccare i reciproci capi di stato.
La distensione non impedì al Cremlino di presentare al governo tedesco, il 19 marzo del ’39, una dura nota di protesta all’indomani dell’occupazione della Boemia e della Moravia ad opera delle truppe del Reich (10).
Ma l’interesse tedesco per i paesi confinanti ad est, come la Cecoslovacchia, ma anche la Polonia, con la quale rimaneva aperta la questione di Danzica, e la parte di Ucraina a sud dei Carpazi, offrì all’URSS una motivazione in più per valutare l’esigenza di giungere ad un qualche tipo di accordo con Hitler.
Alla nota di protesta contro il governo tedesco seguì infatti, il 23 marzo, un vibrato articolo della Pravda, nel quale si ammonivano Francia e Gran Bretagna che la mancata salvaguardia della sicurezza collettiva avrebbe potuto minare i rapporti sovietici con le democrazie occidentali (11).
Ancora più significativo fu il discorso pronunciato da Stalin quello stesso mese nel corso del XVIII Congresso del PCUS, nel quale dichiarò che Inghilterra e Francia rifiutavano una politica di sicurezza collettiva perché non avevano intenzione, pur essendo più forti, di impedire che l’Unione Sovietica potesse subire gli attacchi dei regimi fascisti, causando una debolezza dei due schieramenti che avrebbe avvantaggiato gli stati capitalisti.
E concluse dicendo che “Non esistono ragioni evidenti di conflitto con la Germania” (12).
Se buona parte dell’opinione pubblica europea si illuse che Monaco potesse essere un passo decisivo per la salvaguardia della pace continentale (13), per Hitler la conferenza non rappresentò che un’ulteriore conferma della debolezza francese e britannica, alimentandone la convinzione di poter procedere ad ulteriori espansioni territoriali non provocando un conflitto più generalizzato.
Molti studiosi accreditano la tesi che, dopo Monaco, ciò che convinse il governo del Reich tedesco a guardare alla Russia come possibile alleato (14) fu quella stessa dichiarazione unilaterale di garanzia che Chamberlain offrì alla Polonia che pose la diplomazia sovietica nella condizione di arbitro tra i due schieramenti che si contrapponevano (15).
L’URSS continuò a portare avanti le trattative con gli anglo-francesi, ma già dall’aprile del 1939 intensificò i negoziati per un possibile accordo di natura commerciale con la Germania.
Litvinov aveva proposto ai propri interlocutori occidentali un accordo a tre di mutua assistenza militare e di garanzia a tutti i Paesi tra il mar Nero e il mar Baltico (16). La proposta si arenò sui dubbi di Londra e Parigi (17), e per il netto rifiuto della Polonia e della Romania ad acconsentire un eventuale transito delle truppe dell’Armata Rossa sul proprio territorio, rendendo così impossibile un effettivo intervento militare sovietico.
Il 3 maggio del 1939 il Commissario del popolo agli Affari Esteri si dimise. L’opposizione di buona parte della dirigenza sovietica alla linea del Commissariato si sommò alla netta contrarietà di Vorošilov, Commissario del popolo per gli Affari Militari e per la Flotta, ad impegnare l’esercito sovietico in una possibile difesa della Polonia.
A sostituirlo fu Viačeslav Molotov , Presidente del Consiglio dei Commissari del popolo e uomo di strettissima fiducia di Stalin.
L’avvicendamento alla guida degli Esteri fu significativo. Pur continuando a mantenere contatti anche con Parigi e Londra, Stalin aveva deciso di prendere seriamente in considerazione un possibile accordo con la Germania nazista (18).
Per quanto le trattative tra sovietici e tedeschi si mantennero nel più stretto riserbo, il 6 maggio un diplomatico tedesco a Mosca, von Herwarth, informava l’omologo italiano Relli (19) sulla possibilità concreta che Hitler sacrificasse le proprie ambizioni sui Paesi baltici e sulla Bessarabia in un accordo con l’URSS che gli avesse permesso di ottenere mano libera in Polonia (20).
Le caute aperture sovietiche andarono a convergere con le intenzioni tedesche di intraprendere un vero e proprio negoziato con il Cremlino. E’ del 30 maggio un dispaccio del Segretario di Stato tedesco all’ambasciata a Mosca che recitava: “Contrariamente alla politica precedentemente definita, abbiamo deciso di intraprendere veri e propri negoziati con l’Unione Sovietica” (21).
La dirigenza sovietica riteneva la guerra in Europa inevitabile (22). Un accordo con la Germania le avrebbe permesso di rimanere alla finestra in caso di probabile futuro conflitto tra le plutocrazie, così come venivano definite Francia e Inghilterra dalla propaganda sovietica, e i regimi fascisti.
Il 27 luglio le due delegazioni si incontrarono a Mosca, per porre basi serie per una trattativa altrettanto seria. La delegazione sovietica, guidata da Molotov e Vorošilov, pose come unica condizione il raggiungimento di un’intesa economica prima che politico-militare (23).
Il 4 agosto il dialogo fra Molotov e Schulenburg contribuì a superare le perplessità sovietiche sulla negoziazione di un accordo che fosse anche di natura politica e militare oltre che commerciale (24).
Il 12 agosto le trattative tra gli anglo-francesi e i sovietici si arenarono anche formalmente di fronte all’impossibilità del capo negoziatore occidentale, Strang, di poter garantire la concessione del transito delle truppe di Mosca sul suolo polacco (25).
Così dal 14 al 20 dello stesso mese si susseguirono febbrili trattative in preparazione di una visita di Ribbentrop a Mosca con lo scopo di siglare un trattato di non aggressione.
Un certo peso nella convinzione con cui il Cremlino perseguì la strada tedesca è da imputare al fatto che i tedeschi si mostrarono sin da subito disposti a riconoscere una zona d’influenza sovietica nell’Europa orientale, cosa che i franco-britannici non erano disposti a fare.
Se all’inizio Molotov insistette per una dettagliata e meticolosa preparazione, il 19 acconsentì ad una visita del Ministro degli Esteri tedesco in tempi brevissimi (26).
Il 20, con un telegramma, Hitler propose a Stalin come date il 22 e il 23 dello stesso mese (27). Il giorno successivo l’ambasciatore Schulenburg telegrafò a Berlino la risposta di Stalin, che si dichiarò disposto ad accogliere il Ministro tedesco a Mosca il 23.
La sera stessa dell’arrivo di Ribbentrop nella capitale sovietica, fu siglato un Patto di non aggressione tra i due Paesi, che colse di sorpresa le cancellerie (28) e le opinioni pubbliche di tutto il mondo (29).
L’accordo comprendeva una parte pubblica e un protocollo segreto aggiuntivo di quattro articoli che stabiliva le rispettive zone di influenza in caso di riassetto territoriale dei Paesi baltici, la zona di confine in caso di eventuale spartizione della Polonia, l’interesse sovietico per la Bessarabia e il conseguente disinteresse tedesco nella zona sud-orientale della penisola balcanica (30).
All’URSS l’accordo permetteva di difendersi da un’eventuale aggressione tedesca forte del tacito assenso delle potenze occidentali. La guerra che sarebbe scoppiata di lì a pochi giorni permise a Stalin di rimanere neutrale in un conflitto che avrebbe coinvolto tutti i suoi principali avversari sul versante europeo (31), consentendogli, eventualmente, di giocare il ruolo di arbitro nel caso l’avesse ritenuto opportuno.
Il 25 agosto la delegazione anglo-francese fece definitivamente ritorno in patria.
Il 28 settembre avvenne la firma di un nuovo protocollo segreto tra Germania e URSS, nel quale si fissarono con maggiore precisione le definitive linee di demarcazione delle zone di influenza, con lo spostamento ad oriente della linea di confine in Polonia in favore della Germania, in cambio del passaggio di gran parte della Lituania sotto sfera sovietica (32).
L’alleanza di fatto, come la definisce il Pons (33), fu sostanziata da un ingente scambio di risorse economiche e belliche (34).
L’accordo con la Germania ebbe per l’Unione Sovietica anche la valenza indiretta di ulteriore riconoscimento di quel ruolo di potenza nel contesto europeo che andava ricercando sin dal 1917.
Inoltre il protocollo segreto del 23 agosto, ed il suo perfezionamento del 28 settembre, anticiparono quello che sarebbe accaduto in modo ben più netto e circostanziato nel 1945 a Jalta (35), sottolineando la disponibilità tattica di Mosca ad accordarsi con i potenziali nemici per allargare la propria zona d’influenza (36).
Bibliografia
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Ulam Adam B., Storia della politica estera sovietica (1917-1967), Rizzoli, Milano 1970, p. 369.
Note
1) Cfr.: Sabine Dullin, Litvinov and the People’s Commissariat of Foreign Affairs: the Fate of an Administration under Stalin,1930-39, in Silvio Pons, Andrea Romano, Russia in the Age of Wars, 1914-1945, Fondazione Feltrinelli, Milano 2000.
2) Sulla politica della sicurezza collettiva, tra gli altri, cfr: Mihail Geller, Alexsandr Nekric, Storia dell’Urss dal 1917 ad oggi, Rizzoli, Milano 1984.
3) Vale a dire quei paesi che non si proponevano una revisione dei confini stabiliti al termine della Prima Guerra Mondiale con il trattato di Versailles. Si osservi che fino all’insediamento di Litvinov la politica estera sovietica aveva assunto atteggiamenti, in tal senso, apertamente revisionisti.
4) Cit. in: Max Beloff, La politica estera della Russia sovietica 1929-1941, Vallecchi, Firenze 1955, p. 370.
5) Germania e Giappone firmarono il patto a Berlino il 25 novembre 1936.
6) Sulla politica filo-occidentale di Litvinov, tra gli altri, cfr: Rosaria Quartararo, Italia-Urss 1917-1941. I rapporti politici, ESI, Roma 1997.
7) Cit. in: ibidem, p. 360.
8) Ibidem, pp. 364-365.
9) La tesi sostenuta da gran parte della letteratura secondo la quale l’atteggiamento delle cancellerie europee a Monaco contribuì a riorientare la politica estera sovietica non persuade del tutto l’Ulam. Adam B. Ulam, Storia della politica estera sovietica (1917-1967), Rizzoli, Milano 1970, p. 369. Al contrario il Pons ritiene tale atteggiamento come decisivo nell’orientare l’atteggiamento di Stalin in direzione di un accordo con la Germania. Silvio Pons, Robert Service, Dizionario del comunismo nel XX secolo, Einaudi, Torino 2007, p. 226.
10) Nella nota si definivano le azioni del governo tedesco “arbitrarie, violente, aggressive”. Pjilipp W. Fabry, Il patto Hitler-Stalin, Il Saggiatore, Milano 1965, p. 19.
11) Max Beloff, op. cit., p. 561.
12) Ibidem, pp. 548-551. Il Fabry scrive che “Si può avere la certezza che Hitler non conoscesse l’importante discorso di Stalin del 10 marzo”. Pjilipp W. Fabry, op. cit., Il Saggiatore, Milano 1965, p. 25.
13) Le manifestazioni di entusiasmo popolare che accolsero Mussolini in Italia al suo ritorno da Monaco sono lungamente esaminate dal De Felice. Renzo De Felice, Mussolini il duce – Lo stato totalitario. 1936-1940, Einaudi, Torino 1981, pp. 530-534.
14) La ricerca di alleanze perseguita in questo periodo da Hitler sono da leggersi prevalentemente in chiave tattica, non volendo la Germania trovarsi nella condizione di dover combattere una guerra su più fronti.
15) Anche il Fabry, oltre all’Ulam, è di questa opinione. Pjilipp W. Fabry, op. cit., Il Saggiatore, Milano 1965, p. 27. Il Graziosi parla di “convergenza tra gli interessi tedeschi e sovietici, resa possibile […] dalla garanzia anglo-francese alla Polonia”. Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin e Stalin, storia dell’Unione Sovietica dal 1917 al 1945, Il Mulino, Bologna 2007, p. 447.
16) Il testo viene riportato in: Max Beloff, op. cit., p. 566.
17) L’eventuale accordo avrebbe portato in guerra Francia e Gran Bretagna in caso di attacco tedesco, per esempio, alla Bulgaria, ma non avrebbe vincolato l’Unione Sovietica ad aiutare i propri alleati in caso di un’invasione dei Paesi del Benelux.
18) Il De Felice osserva che “Mosca guardava contemporaneamente anche a Berlino, la sostituzione alla testa del commissariato del popolo per gli Affari esteri di Litvinov con Molotov il 3 maggio segna in questo senso lo spartiacque”. Renzo De Felice, op. cit., p. 631.
19) Interessante affresco della vita di Guido Relli e della posizione italiana nelle vicende diplomatiche del 1939 ce lo offre: Fernando Mezzetti, Fascio e Martello, Guido Relli: memorie di un diplomatico, Greco e Greco, Roma 1997.
20) Hans von Herwart, Fra Hitler e Stalin. Uno spaccato di storia contemporanea, 1931-1945, Sugarco, Milano 1982.
21) Adam B. Ulam, op. cit., p.389.
22) Silvio Pons, Stalin e la guerra inevitabile (1936-41), Einaudi, Torino 1995.
23) Sugli interessi economici di interesse dell’Unione Sovietica in quel periodo cfr.: David J. Dallin, Soviet Russias foreign policy, 1939-1942, Yale University press, New Haven 1942.
24) Max Beloff, Op. cit., p. 599-600.
25) Nelle cancellerie occidentali una forte preoccupazione era destata dalla scarsa fiducia che si aveva nei confronti dell’Armata Rossa dopo le grandi epurazioni della quale era stata oggetto negli anni precedenti. Andrea Graziosi, op. cit., pp.409-444.
26) L’ambasciatore Schulenburg ritenne che il parere di Stalin fu la causa del repentino cambio d’opinione diMolotov . Il dittatore sovietico probabilmente non voleva irritare Berlino, e riteneva conveniente per il buon esito delle trattative acconsentire alla tempistica sulla quale premevano i tedeschi. Non sembra un caso che è proprio del 19 agosto la firma di un trattato commerciale fra i due Paesi.
27) Significativo il fatto che Hitler comunicasse a Stalin che il Ministro non si sarebbe potuto trattenere per più di due giorni. Come sappiamo oggi, le intenzioni del dittatore tedesco erano quelle di attaccare la Polonia il 26 agosto. Adam B. Ulam, op. cit., p.392.
28) In realtà le principali capitali europee, tra le quali Londra, Parigi, Roma, erano state informate delle trattative in corso. Ciò che colse veramente di sorpresa fu la rapidità con la quale le due controparti raggiunsero un accordo.
29) Grande fu il disorientamento nei movimenti comunisti europei. A tale proposito cfr: Edward H. Carr, L’ Unione Sovietica, il Komintern e il mondo capitalistico, Einaudi, Torino 1978.
30) Per il testo completo: http://www.lasecondaguerramondiale.com/letture/patto-molotov-ribbentrop. Ultima consultazione 17 dicembre 2009, ore 16.15.
31) Il 13 aprile 1940 l’Unione Sovietica si cautelò sul versante orientale dei propri confini siglando un accordo di neutralità con il Giappone.
32) Max Beloff, op. cit., p. 628.
33) Silvio Pons, Robert Service, op. cit., Einaudi, Torino 2007, p. 227.
34) Andrea Graziosi, op. cit., p. 449.
35) Silvio Pons osserva che “L’ambizione di esercitare un’influenza decisiva nell’Europa orientale, coltivata e sviluppata nell’epoca dell’alleanza con Hitler, doveva tuttavia restare nel cuore delle concezioni staliniane e costituire l’asse dei piani sovietici per il dopoguerra. Sotto questo profilo, un legame sotterraneo si stabilì nella politica di Stalin tra l’epoca del patto e l’epoca della guerra fredda”. Silvio Pons, Robert Service, op. cit., Einaudi, Torino 2007, p. 228.
36) Di questa opinione è Andrea Graziosi: “Questa dimensione imperialistica era incarnata dal protocollo segreto, una mappa che divideva l’Europa orientale in due sfere d’influenza”. Andrea Graziosi, op. cit., p. 448.
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